Le imprese in rivolta contro il decreto Crescita
Roberto Rho , di Roberto RhoLo sconto immediato sulle riqualificazioni energetiche crea problemi di liquidità
MILANO - Si chiama “decreto crescita”, eppure i suoi effetti immediati, appena entrato in vigore, sono la paralisi del mercato della riqualificazione energetica e il rischio fallimento per centinaia di piccole imprese e artigiani. E non è neppure un errore, un incidente sfortunato, perché quell’articolo 10 il governo – in particolare il M5S (il decreto è figlio del ministero di Luigi Di Maio) – lo ha fortemente voluto, nonostante le proteste delle associazioni imprenditoriali. Che ora, a decreto approvato e convertito in legge, ne chiedono a gran voce l’abrogazione.
Se l’Italia si dibatte nella palude della crescita zero non solo per la frenata tedesca, le guerre commerciali, la debolezza strutturale della domanda interna. Forse è anche perché i provvedimenti che il governo ha messo in campo non producono risultati, o peggio. Il contestatissimo articolo 10 del decreto crescita (appena entrato in vigore, dunq…
Se l’Italia si dibatte nella palude della crescita zero non solo per la frenata tedesca, le guerre commerciali, la debolezza strutturale della domanda interna. Forse è anche perché i provvedimenti che il governo ha messo in campo non producono risultati, o peggio. Il contestatissimo articolo 10 del decreto crescita (appena entrato in vigore, dunq…
MILANO - Si chiama “decreto crescita”, eppure i suoi effetti immediati, appena entrato in vigore, sono la paralisi del mercato della riqualificazione energetica e il rischio fallimento per centinaia di piccole imprese e artigiani. E non è neppure un errore, un incidente sfortunato, perché quell’articolo 10 il governo – in particolare il M5S (il decreto è figlio del ministero di Luigi Di Maio) – lo ha fortemente voluto, nonostante le proteste delle associazioni imprenditoriali. Che ora, a decreto approvato e convertito in legge, ne chiedono a gran voce l’abrogazione.
Se l’Italia si dibatte nella palude della crescita zero non solo per la frenata tedesca, le guerre commerciali, la debolezza strutturale della domanda interna. Forse è anche perché i provvedimenti che il governo ha messo in campo non producono risultati, o peggio. Il contestatissimo articolo 10 del decreto crescita (appena entrato in vigore, dunque i suoi effetti andranno valutati nel tempo) è già candidato a diventare uno dei boomerang governativi.
Nel dettaglio, stabilisce che i clienti finali delle ristrutturazioni, al posto delle detrazioni Irpef spalmate su dieci anni, possano optare per uno sconto “tutto subito”. In sostanza, se la fattura ammonta a 100 euro, ne pagheranno solo 50. Le imprese che eseguono i lavori (infissi, serramenti, tetti, pergole, impianti di climatizzazione, caldaie, pannelli solari…) trasformeranno l’equivalente del maxisconto in un credito d’imposta «da utilizzare esclusivamente in compensazione».
Qui nasce il problema, perché prima di vedere quei soldi gli artigiani che hanno eseguito le opere dovranno aspettare mesi. Parliamo per la maggioranza dei casi di imprese piccole o piccolissime, con una struttura finanziaria spesso fragile, indebitate: il maxisconto finirebbe per assottigliare pericolosamente la loro liquidità e per ammazzare i bilanci. In teoria, ci sarebbe la possibilità di trasferire i crediti fiscali al piano superiore, quello dei fornitori di macchine e materiali che le imprese utilizzano nei loro lavori.
«Ma è un’opzione che nei fatti non esiste – spiega Guido Pesaro, responsabile Installazione e impianti della Confederazione nazionale dell’artigianato – poiché già moltissimi fornitori hanno comunicato ai clienti la totale indisponibilità all’assunzione dei crediti fiscali. Morale, noi artigiani siamo i vasi di coccio tra i vasi di ferro dei fornitori e dei clienti finali».
Risultato: il mercato si è fermato. I clienti chiedono lo sconto che il decreto garantisce loro, le piccole imprese sono al bivio: o rifiutano, e perdono il cliente, oppure eseguono i lavori, scontano il 50% e si mettono in speranzosa attesa del rimborso. Stiamo parlando di «almeno 60 mila aziende», secondo i calcoli della Cna, tra la filiera degli impianti, l’edilizia e il legno. «Con queste regole nel giro di un anno e mezzo moltissimi entreranno in crisi di liquidità – conferma Emanuele Orsini, presidente di Federlegno, galassia confindustriale –. I cittadini devono sapere che l’impresa che dice “no” non è un’impresa di evasori fiscali o malfattori. Semplicemente, rischierebbe di chiudere. Abbiamo tanti difetti ma l’obiettivo di un’azienda è vendere, non stare ferma». È il paradosso – o forse l’ennesimo pasticcio – di un decreto che si chiama “crescita” ma ottiene l’effetto opposto.
Il mondo delle piccole e medie imprese e degli artigiani è in rivolta. Una sessantina di imprenditori associati a Cna hanno fatto ricorso all’Antitrust e alla Commissione europea, sostenendo che la regola così formulata avvantaggia «le grandi imprese, le multiutility e gli ex monopolisti del settore dell’energia, i veri beneficiari dell’articolo 10». Cna ha lanciato una petizione online – già 2.700 sottoscrizioni – per chiedere al Parlamento l’abrogazione dell’articolo 10. «Ci sono anche le firme di alcuni parlamentari della maggioranza, speriamo che si siano resi conto del danno che hanno fatto».
Se l’Italia si dibatte nella palude della crescita zero non solo per la frenata tedesca, le guerre commerciali, la debolezza strutturale della domanda interna. Forse è anche perché i provvedimenti che il governo ha messo in campo non producono risultati, o peggio. Il contestatissimo articolo 10 del decreto crescita (appena entrato in vigore, dunque i suoi effetti andranno valutati nel tempo) è già candidato a diventare uno dei boomerang governativi.
Nel dettaglio, stabilisce che i clienti finali delle ristrutturazioni, al posto delle detrazioni Irpef spalmate su dieci anni, possano optare per uno sconto “tutto subito”. In sostanza, se la fattura ammonta a 100 euro, ne pagheranno solo 50. Le imprese che eseguono i lavori (infissi, serramenti, tetti, pergole, impianti di climatizzazione, caldaie, pannelli solari…) trasformeranno l’equivalente del maxisconto in un credito d’imposta «da utilizzare esclusivamente in compensazione».
Qui nasce il problema, perché prima di vedere quei soldi gli artigiani che hanno eseguito le opere dovranno aspettare mesi. Parliamo per la maggioranza dei casi di imprese piccole o piccolissime, con una struttura finanziaria spesso fragile, indebitate: il maxisconto finirebbe per assottigliare pericolosamente la loro liquidità e per ammazzare i bilanci. In teoria, ci sarebbe la possibilità di trasferire i crediti fiscali al piano superiore, quello dei fornitori di macchine e materiali che le imprese utilizzano nei loro lavori.
«Ma è un’opzione che nei fatti non esiste – spiega Guido Pesaro, responsabile Installazione e impianti della Confederazione nazionale dell’artigianato – poiché già moltissimi fornitori hanno comunicato ai clienti la totale indisponibilità all’assunzione dei crediti fiscali. Morale, noi artigiani siamo i vasi di coccio tra i vasi di ferro dei fornitori e dei clienti finali».
Risultato: il mercato si è fermato. I clienti chiedono lo sconto che il decreto garantisce loro, le piccole imprese sono al bivio: o rifiutano, e perdono il cliente, oppure eseguono i lavori, scontano il 50% e si mettono in speranzosa attesa del rimborso. Stiamo parlando di «almeno 60 mila aziende», secondo i calcoli della Cna, tra la filiera degli impianti, l’edilizia e il legno. «Con queste regole nel giro di un anno e mezzo moltissimi entreranno in crisi di liquidità – conferma Emanuele Orsini, presidente di Federlegno, galassia confindustriale –. I cittadini devono sapere che l’impresa che dice “no” non è un’impresa di evasori fiscali o malfattori. Semplicemente, rischierebbe di chiudere. Abbiamo tanti difetti ma l’obiettivo di un’azienda è vendere, non stare ferma». È il paradosso – o forse l’ennesimo pasticcio – di un decreto che si chiama “crescita” ma ottiene l’effetto opposto.
Il mondo delle piccole e medie imprese e degli artigiani è in rivolta. Una sessantina di imprenditori associati a Cna hanno fatto ricorso all’Antitrust e alla Commissione europea, sostenendo che la regola così formulata avvantaggia «le grandi imprese, le multiutility e gli ex monopolisti del settore dell’energia, i veri beneficiari dell’articolo 10». Cna ha lanciato una petizione online – già 2.700 sottoscrizioni – per chiedere al Parlamento l’abrogazione dell’articolo 10. «Ci sono anche le firme di alcuni parlamentari della maggioranza, speriamo che si siano resi conto del danno che hanno fatto».