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(ansa)

Alitalia, un conto da 10 miliardi: i soldi pubblici bruciati per tenerla in volo

Dai Capitani Coraggiosi all'ultimo tentativo di salvataggio dello Stato
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Dopo 28 mesi in amministrazione straordinaria, sei rinvii del termine di vendita (causa mancanza compratori) e un paio di penultimatum della famiglia Benetton, nella partita Alitalia resta una sola certezza: i contribuenti italiani dovranno mettere un'altra volta la mano al portafoglio per tenere in vita l'ex-compagnia di bandiera. Il tempo, in questo caso, è denaro. L'aerolinea, malgrado i tagli dei costi varati dai commissari, brucia ancora più di 500mila euro al giorno. I 900 milioni di prestito ponte garantiti poco più di due anni fa dal Tesoro per far volare gli aerei si consumano sempre più in fretta: a fine luglio ne erano rimasti 413, un mese dopo erano scesi 360, cifra che include i soldi incassati per i biglietti dei mesi successivi. Risultato: 540 milioni di soldi pubblici sono andati già in fumo (700 calcolando gli interessi) e - a meno di improbabili miracoli - non saranno mai più restituiti. Di più: la liquidit…
Dopo 28 mesi in amministrazione straordinaria, sei rinvii del termine di vendita (causa mancanza compratori) e un paio di penultimatum della famiglia Benetton, nella partita Alitalia resta una sola certezza: i contribuenti italiani dovranno mettere un'altra volta la mano al portafoglio per tenere in vita l'ex-compagnia di bandiera. Il tempo, in questo caso, è denaro. L'aerolinea, malgrado i tagli dei costi varati dai commissari, brucia ancora più di 500mila euro al giorno. I 900 milioni di prestito ponte garantiti poco più di due anni fa dal Tesoro per far volare gli aerei si consumano sempre più in fretta: a fine luglio ne erano rimasti 413, un mese dopo erano scesi 360, cifra che include i soldi incassati per i biglietti dei mesi successivi. Risultato: 540 milioni di soldi pubblici sono andati già in fumo (700 calcolando gli interessi) e - a meno di improbabili miracoli - non saranno mai più restituiti. Di più: la liquidità rimasta in cassa, dice il tam-tam in azienda, basta più o meno per arrivare a fine anno.

E se - come pare probabile e come chiedono i Benetton - la partita per la cessione non si chiuderà il 15 ottobre, lo Stato sarà costretto a lanciare un nuovo salvagente all'azienda. Si parla per ora di altri 100-200 milioni di aiuti. La cifra necessaria - almeno si spera - per formalizzare con un contratto la "nazionalizzazione" della società e per traghettarla alla cessione definitiva a valle delle autorizzazioni (non scontate) di autorità e Ue. Il nuovo aiuto pubblico, per questioni estetiche, potrebbe essere erogato solo dopo l'ok ufficiale alla vendita. Uno stratagemma necessario per evitare di irritare troppo Bruxelles, chiamata anche a dare il semaforo verde alla conversione degli interessi sul prestito ponte in capitale Alitalia. Il nuovo assegno salva-Alitalia porterà a un soffio da quota 10 miliardi la cifra totale spesa dagli italiani per tenere in volo il carissimo vettore tricolore.

Ci sono modi per evitare l'ennesimo salasso? Quello più semplice sarebbe vendere l'eterna malata dei cieli europei a Lufthansa, che sarebbe pronta a rilevarla senza chiedere allo stato di metterci altri soldi (al netto di quelli persi con il prestito ponte). Ma il costo sociale di questa operazione - i tedeschi prevedono 3-4mila esuberi per rimettere in sesto i conti del gruppo - è troppo alto, specie per un governo fragile e ballerino come quello giallo-rosso. Il vero problema è però un altro: l'ennesima iniezione di capitali pubblici non mette definitivamente al riparo i contribuenti da ulteriori esborsi. Salvata la compagnia, bisogna rilanciarla. E la spesa minima, tra nuovi aerei da comprare e altri investimenti, è di due miliardi. Parte dei quali a carico pro quota del Tesoro e delle Fs, controllate al 100% dallo stato.

I corti circuiti di queste ore - con Atlantia che punta i piedi formalizzando per la prima volta il nesso causale tra salvataggio di Alitalia e concessioni autostradali - sono figli proprio del cul-de-sac in cui si è infilata la politica a furia di rinviare le scelte. La vendita è stata prima posticipata dai governi Pd (con la scusa delle elezioni in arrivo), lo stesso hanno fatto il Conte 1 gialloverde e ora il Conte 2 reloaded. La pazienza della Ue è però ormai al limite. L'Unione ha formalmente aperto una procedura per aiuti di stato, ma finora ha chiuso non uno ma due occhi. Rinviando sine die eventuali interventi a gamba tesa in attesa di una soluzione indolore. Delta e Fs ritengono necessaria (e in effetti lo è, vista l'assenza di altre offerte credibili), la presenza dei Benetton nella cordata. E la famiglia di Ponzano Veneto sta utilizzando in modo spregiudicato la partita Alitalia per ottenere quello che vuole - il salvataggio delle concessioni - in quella di Autostrade. I conti, almeno per loro, tornano. I Benetton hanno già perso tutti i soldi (oltre 100 milioni) investiti nella compagnia nel 2008 su richiesta di Silvio Berlusconi. Un sacrificio premiato allora a stretto giro di posta da una revisione delle concessioni varata dal governo del Cav molto favorevole alla famiglia veneta. Da allora Autostrade per l'Italia ha girato ai soci oltre 7 miliardi di dividendi. E i 300 in più da versare nel buco nero di Alitalia, se servono a salvare quella pioggia d'oro, sono a conti fatti un ottimo affare.