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Arcelor: addio all’Ilva. A rischio 15mila posti. Scontro con il governo

L'annuncio dell'ad Morselli: senza scudo penale per gli amministratori impossibile risanare l'acciaieria di Taranto. L'esecutivo: non possono andarsene. Conte convoca l'azienda e pensa a un nuovo decreto di tutela giuridica  
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La mina, innescata da mesi, è esplosa ieri mattina. Improvvisa. Con una comunicazione ai commissari straordinari e con una e-mail ai dipendenti firmata dall'ad Lucia Morselli, l'ArcelorMittal ha annunciato di voler abbandonare la ex Ilva, la più grande acciaieria d'Europa che, tra lo stabilimento di Taranto e quello più piccolo di Genova, occupa quasi 11 mila lavoratori (quasi 15mila con l'indotto).

"Una bomba sociale", ha twittato un attimo dopo la notizia il sindacalista Marco Bentivogli, leader della Fim-Cisl. E come una bomba il caso Ilva ha sconquassato la giornata del governo e del Parlamento, oltre ovviamente a far tremare le migliaia di famiglie legate al lavoro del gruppo siderurgico.

Due le cause dell'addio, spiega ArcelorMittal nelle comunicazioni: "L'eliminazione della protezione legale necessaria alla società per attuare il suo piano ambientale senza il rischio di responsabilità penale" (lo &…
La mina, innescata da mesi, è esplosa ieri mattina. Improvvisa. Con una comunicazione ai commissari straordinari e con una e-mail ai dipendenti firmata dall'ad Lucia Morselli, l'ArcelorMittal ha annunciato di voler abbandonare la ex Ilva, la più grande acciaieria d'Europa che, tra lo stabilimento di Taranto e quello più piccolo di Genova, occupa quasi 11 mila lavoratori (quasi 15mila con l'indotto).

"Una bomba sociale", ha twittato un attimo dopo la notizia il sindacalista Marco Bentivogli, leader della Fim-Cisl. E come una bomba il caso Ilva ha sconquassato la giornata del governo e del Parlamento, oltre ovviamente a far tremare le migliaia di famiglie legate al lavoro del gruppo siderurgico.

Due le cause dell'addio, spiega ArcelorMittal nelle comunicazioni: "L'eliminazione della protezione legale necessaria alla società per attuare il suo piano ambientale senza il rischio di responsabilità penale" (lo "scudo" prima negato e poi concesso dal precedente esecutivo, e infine ricancellato in Senato dalla maggioranza del nuovo governo); "i provvedimenti del Tribunale di Taranto che obbligano i Commissari straordinari di Ilva a completare alcune prescrizioni entro il 13 dicembre 2019, pena lo spegnimento dell'altoforno numero 2". Motivi che, a detta del gruppo euroindiano, renderebbero "impossibile attuare il piano industriale e, in generale, eseguire il contratto".

In sostanza, ArcelorMittal entro un mese restituirà l'azienda ai commissari straordinari, rinunciando a trasformare l'affitto in acquisto, come previsto dagli accordi di un anno fa. Il baratro per la siderurgia italiana e un colpo letale per l'economia del Mezzogiorno: con la chiusura della ex Ilva verrebbe meno circa l'1,4% del Pil nazionale, qualcosa come 24 miliardi di euro. Per capirsi, più o meno lo stesso ammontare della manovra fatta dal governo per scongiurare l'aumento dell'Iva.

La risposta dell'esecutivo, che ritiene irricevibile perché priva di basi giuridiche la richiesta di recesso, si è materializzata prima in un vertice interministeriale al Mise e poi in una drammatica riunione a Palazzo Chigi nella quale si è deciso di convocare tra oggi e domani ArcelorMittal ("questione di massima priorità", ha detto il premier Conte). "Non esiste il diritto di recesso, non esiste la questione della tutela legale come elemento contrattuale. È solo un alibi per nascondere altre ragioni", sostiene il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli.

"Dobbiamo tutelare lavoro, ambiente e salute - aggiunge il ministro della Sanità Roberto Speranza - E io non escluderei come soluzione estrema neanche la nazionalizzazione". Un fuoco di fila che sembra preannunciare l'apertura di una trattativa molto complicata soprattutto perché il governo non è disponibile a prendere in considerazione nuovi esuberi (ieri sono circolate stime relative a 5000 tagli).

Al di là dei risvolti giuridici, le carte giocabili dal governo non sembrano vincenti: Patuanelli, come già affermato nei giorni scorsi, potrebbe studiare un provvedimento di portata generale (dunque non ad hoc sul caso Ilva) per garantire l'immunità degli amministratori ArcelorMittal, sperando così di convincere il gruppo a rimanere in Italia; creare queste condizioni con un decreto legge, che però rischierebbe di essere impallinato dalla stessa parte di maggioranza che ha votato l'abolizione dello scudo; riesumare in qualche modo la cordata che aveva conteso ad ArcelorMittal la ex Ilva, cioè la squadra Arvedi-Jindal-Del Vecchio, ipotesi estrema e di difficilissima praticabilità. Così come quella di ricollocare gli esuberi in aziende pubbliche, quali Fs e Poste.

ArcelorMittal, dal canto suo, si siede al tavolo di Palazzo Chigi con la forza di tutte le multinazionali che qui in Italia hanno sempre fatto il bello e il cattivo tempo senza grandi ostacoli politici (vedi il caso Whirlpool): probabilmente non ha alcun interesse a lasciare definitivamente la ex Ilva, visto che rappresenta la sua "base" europea e che, prima o poi, il ciclo del mercato siderurgico tornerà in positivo. Con lo strappo di ieri si mette nelle condizioni di trattare quanto meno una revisione degli accordi iniziali e, dunque, di ridurre gli investimenti e i livelli occupazionali (i 10mila posti) e produttivi (6 milioni di tonnellate annue di acciaio, già ferme oggi a 4,5) garantiti in origine. Magari anche di rivedere l'importo del canone d'affitto attuale e del prezzo d'acquisto futuro.

La ex Ilva sta perdendo 2 milioni di euro al giorno a causa della flessione della domanda di acciaio e degli effetti dei dazi. In questo senso, a pesare su ArcelorMittal più che la questione dello scudo penale è la imminente chiusura dell'altoforno 2, un caso che non è nella disponibilità della politica ma in quella della magistratura. Da oggi si capirà meglio qual è l'orizzonte della ex Ilva e della siderurgia italiana: nella migliore delle ipotesi, lo scenario è quello di altri esuberi, di altra cassa integrazione in un territorio già in ginocchio.