ROMA - La drammatica serata di Giuseppe Conte a Taranto, venerdì, assediato dai cittadini avvelenati dall'Ilva e dagli operai a rischio disoccupazione, ha lasciato il segno. Nel governo, certo, ma anche a Londra dove sono i Mittal, padre e figlio, i patron di ArcelorMittal. Ormai tutti hanno capito che non esistono scorciatoie. Non si tratta solo, per la politica, di arrivare alle prossime elezioni o, per l'azienda, di ricalibrare un piano industriale. Così nelle ultime ore e in attesa di un secondo incontro evocato ma mai confermato, si è andato delineando un bivio netto: da un lato l'addio definitivo di ArcelorMittal, con relativa battaglia giudiziaria (la "causa del secolo" evocata dal premier) e ricerca di un nuovo partner industriale che guidi l'acciaieria dopo la nuova parentesi della gestione commissariale; in alternativa, una permanenza della multinazionale ma in una forma completamente ripensata (oltre che con la garanzia, politi…
ROMA - La drammatica serata di Giuseppe Conte a Taranto, venerdì, assediato dai cittadini avvelenati dall'Ilva e dagli operai a rischio disoccupazione, ha lasciato il segno. Nel governo, certo, ma anche a Londra dove sono i Mittal, padre e figlio, i patron di ArcelorMittal. Ormai tutti hanno capito che non esistono scorciatoie. Non si tratta solo, per la politica, di arrivare alle prossime elezioni o, per l'azienda, di ricalibrare un piano industriale. Così nelle ultime ore e in attesa di un secondo incontro evocato ma mai confermato, si è andato delineando un bivio netto: da un lato l'addio definitivo di ArcelorMittal, con relativa battaglia giudiziaria (la "causa del secolo" evocata dal premier) e ricerca di un nuovo partner industriale che guidi l'acciaieria dopo la nuova parentesi della gestione commissariale; in alternativa, una permanenza della multinazionale ma in una forma completamente ripensata (oltre che con la garanzia, politicamente molto complessa, dello scudo penale).
Una sorta di "mini-Ilva" che, proprio per guadagnare il consenso sociale, potrebbe ridimensionare la produzione da ciclo integrale (gli altiforni) se non addirittura rinunciarvi concentrandosi solo sulla laminazione e la gestione del porto. Una soluzione, quella del completo spegnimento dell'area a caldo, che "costerebbe" esattamente i 5000 esuberi (sul totale dei 10.700 addetti attuali) messi sul tavolo della trattativa da ArcelorMittal, mentre in caso di parziale riduzione si ragionerebbe su circa 2500. Numeri ai quali, è bene ricordarlo, andrebbero comunque aggiunti circa 1800 operai rimasti nell'amministrazione straordinaria in attesa di essere riassorbiti, sulla base degli accordi, in Ilva nel 2023.
Sulla ridefinizione del piano industriale penderebbe anche un dilemma giuridico, tra chi sostiene la necessità di una nuova gara o, quantomeno, di un avviso pubblico sulla modifica del vecchio deal, e chi esclude questo vincolo. Dal punto di vista del sistema Paese, la fine o la riduzione dell'area a caldo rappresenterebbe un duro colpo: oggi il 70% della produzione Ilva è destinata ad impieghi (automotive - Fca in primis - elettrodomestici, latta alimentare...) che esige l'utilizzo di acciaio senza impurità, dunque quello degli altiforni alimentati con i minerali (i forni elettrici, invece, usano il rottame). Il 65% dell'acciaio prodotto nel mondo è da ciclo integrale e nessun Paese industrializzato ci ha mai rinunciato, investendo però (a differenza dell'Italia) in tecnologie e ristrutturazioni che hanno reso le fabbriche ambientalmente sostenibili. Dunque, con la fine dell'area a caldo di Taranto l'Italia abdicherebbe dal ruolo di seconda potenza siderurgica europea e la manifattura nazionale dipenderebbe ancora di più dall'import di acciaio.
ArcelorMittal, invece, continuerebbe a contare su quelli degli altri stabilimenti europei. Tale scenario vedrebbe il governo impegnato a far fronte agli esuberi con consistenti ammortizzatori sociali, oltre che con il "cantiere Taranto" annunciato sempre da Conte. E il ministro dell'Economia Gualtieri, escludendo nazionalizzazioni ma non eventuali supporti di Cdp, parla di "piano industriale adattato alle circostanze congiunturali". L'altra strada del bivio è l'uscita di scena di ArcelorMittal: già attivate le procedure giudiziarie, con la multinazionale che deposita oggi in tribunale l'atto di citazione per il recesso dal contratto e con la contromossa dei commissari che presentano un ricorso cautelare urgente per fermare la progressiva fermata degli impianti (l'azienda avrebbe già sospeso lo scarico delle materie prime sulle banchine).
In questa prospettiva, dopo l'automatico ritorno alla gestione commissariale, lo Stato dovrebbe cercare nuovi soggetti industriali e finanziari pronti a rilevare l'Ilva: si spiega così il dialogo (non del tutto interrotto) con l'indiano Jindal e contatti con Fincantieri, gruppo pubblico tra i clienti della stessa acciaieria tarantina. Sullo sfondo "suggestioni cinesi", guarda caso proprio nelle ore in cui il gigante Jingye rileva British Steel, l'Ilva inglese.
Una sorta di "mini-Ilva" che, proprio per guadagnare il consenso sociale, potrebbe ridimensionare la produzione da ciclo integrale (gli altiforni) se non addirittura rinunciarvi concentrandosi solo sulla laminazione e la gestione del porto. Una soluzione, quella del completo spegnimento dell'area a caldo, che "costerebbe" esattamente i 5000 esuberi (sul totale dei 10.700 addetti attuali) messi sul tavolo della trattativa da ArcelorMittal, mentre in caso di parziale riduzione si ragionerebbe su circa 2500. Numeri ai quali, è bene ricordarlo, andrebbero comunque aggiunti circa 1800 operai rimasti nell'amministrazione straordinaria in attesa di essere riassorbiti, sulla base degli accordi, in Ilva nel 2023.
Sulla ridefinizione del piano industriale penderebbe anche un dilemma giuridico, tra chi sostiene la necessità di una nuova gara o, quantomeno, di un avviso pubblico sulla modifica del vecchio deal, e chi esclude questo vincolo. Dal punto di vista del sistema Paese, la fine o la riduzione dell'area a caldo rappresenterebbe un duro colpo: oggi il 70% della produzione Ilva è destinata ad impieghi (automotive - Fca in primis - elettrodomestici, latta alimentare...) che esige l'utilizzo di acciaio senza impurità, dunque quello degli altiforni alimentati con i minerali (i forni elettrici, invece, usano il rottame). Il 65% dell'acciaio prodotto nel mondo è da ciclo integrale e nessun Paese industrializzato ci ha mai rinunciato, investendo però (a differenza dell'Italia) in tecnologie e ristrutturazioni che hanno reso le fabbriche ambientalmente sostenibili. Dunque, con la fine dell'area a caldo di Taranto l'Italia abdicherebbe dal ruolo di seconda potenza siderurgica europea e la manifattura nazionale dipenderebbe ancora di più dall'import di acciaio.
ArcelorMittal, invece, continuerebbe a contare su quelli degli altri stabilimenti europei. Tale scenario vedrebbe il governo impegnato a far fronte agli esuberi con consistenti ammortizzatori sociali, oltre che con il "cantiere Taranto" annunciato sempre da Conte. E il ministro dell'Economia Gualtieri, escludendo nazionalizzazioni ma non eventuali supporti di Cdp, parla di "piano industriale adattato alle circostanze congiunturali". L'altra strada del bivio è l'uscita di scena di ArcelorMittal: già attivate le procedure giudiziarie, con la multinazionale che deposita oggi in tribunale l'atto di citazione per il recesso dal contratto e con la contromossa dei commissari che presentano un ricorso cautelare urgente per fermare la progressiva fermata degli impianti (l'azienda avrebbe già sospeso lo scarico delle materie prime sulle banchine).
In questa prospettiva, dopo l'automatico ritorno alla gestione commissariale, lo Stato dovrebbe cercare nuovi soggetti industriali e finanziari pronti a rilevare l'Ilva: si spiega così il dialogo (non del tutto interrotto) con l'indiano Jindal e contatti con Fincantieri, gruppo pubblico tra i clienti della stessa acciaieria tarantina. Sullo sfondo "suggestioni cinesi", guarda caso proprio nelle ore in cui il gigante Jingye rileva British Steel, l'Ilva inglese.