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Petrolio, si ferma la corsa nonostante i venti di guerra

Dopo i rialzi delle ultime sedute, scendono le quotazioni: per gli analisti non ci sarà un conflitto tra Iran e Stati Uniti, anche se rimangono i timori per gli attentati agli impianti di estrazione che potrebbero condizionare l'offerta di greggio
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ROMA – Sarebbe già una notizia di per sé: nonostante i venti di guerra in Medioriente, il prezzo del greggio ieri ha decisamente fermato la sua corsa al rialzo. Sia sul mercato europeo, che ruota attorno all’indice Brent di Londra, sia in America, che ha come riferimento l’indice Wti texano, le quotazioni hanno perso più di un punto percentuale. Un dato che, a prima vista, potrebbe sembrare contradditorio: i timori per un conflitto militare tra Stati Uniti e Iran, nell’area più ricca di giacimenti di idrocarburi al mondo, dovrebbe far impennare i prezzi. E, difatti, così è stato nei giorni appena successivi alla morte del generale iraniano Quassem Soleimani, causato da un attacco di droni ordinato dal presidente Usa Donald Trump, quando le quotazioni del Brent sono arrivate oltre la soglia psicologica dei 70 dollari.

Un livello che ha retto solo per 24 ore. Non a caso, lo stesso movimento dei prezzi era avvenuto nel se…
ROMA – Sarebbe già una notizia di per sé: nonostante i venti di guerra in Medioriente, il prezzo del greggio ieri ha decisamente fermato la sua corsa al rialzo. Sia sul mercato europeo, che ruota attorno all’indice Brent di Londra, sia in America, che ha come riferimento l’indice Wti texano, le quotazioni hanno perso più di un punto percentuale. Un dato che, a prima vista, potrebbe sembrare contradditorio: i timori per un conflitto militare tra Stati Uniti e Iran, nell’area più ricca di giacimenti di idrocarburi al mondo, dovrebbe far impennare i prezzi. E, difatti, così è stato nei giorni appena successivi alla morte del generale iraniano Quassem Soleimani, causato da un attacco di droni ordinato dal presidente Usa Donald Trump, quando le quotazioni del Brent sono arrivate oltre la soglia psicologica dei 70 dollari.

Un livello che ha retto solo per 24 ore. Non a caso, lo stesso movimento dei prezzi era avvenuto nel settembre scorso, quando gli impianti del più grande giacimento di petrolio del mondo in Arabia Saudita – anche in questo caso con un attacco portato da droni – erano stati messi fuori servizio per qualche settimana. Un attacco che per sauditi e americani era stato organizzato dal regime di Teheran. Ma dopo un balzo di 7 dollari, il petrolio era poi sceso a livelli più vicini alla media dell’anno.

La domanda da porsi è quindi la seguente: come mai il greggio non sembra più essere strettamente dipendente – come avveniva un tempo – dal pericolo di conflitti armati? Con una buona dose di cinismo, gli analisti di mercato sono convinti che l’Iran non ha nessuna intenzione di aprire un fronte in “campo aperto” con gli Stati Uniti, consapevoli della superiorità dell’arsenale americano. Ci si aspetta, quindi, una reazione che potrebbe colpire gli alleati degli Usa, magari sotto forma di attentati terroristici. Conflitti locali, insomma, che rischiano di fare più vittime civili che militari.

Inoltre, sul prezzo del greggio ormai pesano molto di più le ultime le novità geopolitiche degli ultimi due-tre anni. A volte in contrasto tra loro. Per esempio, l’alleanza tra i paesi del cartello Opec e della Russia che ha portato a una serie di tagli alla produzione nel tentativo di tenere alti i prezzi, almeno in un intervallo tra i 55 e i 65 dollari. Oppure, le continue scoperte negli Usa del cosiddetto shale oil, il greggio estratto dalle tecnologie che permettono la frantumazione degli strati rocciosi, Grazie alle quali gli Stati Uniti non solo sono quasi indipendenti dalle importazioni, ma sono diventati addirittura esportatori. Contribuendo a un abbassamento medio delle quotazioni, come dimostra il fatto che anche in questi giorni siamo di un 25% al di sotto dei picchi dell’ultimo decennio.

A tutto ciò, va aggiunto, il fenomeno transizione energetica: nonostante la domanda di greggio sia prevista ancora al rialzo per i prossimi anni – trainata soprattutto dalle economia asiatiche – le previsioni vengono continuamente riviste al ribasso.
Se questo è il quadro, un aumento dei prezzi potrebbe essere causato da una forte diminuzione del greggio disponibile. Per esempio, nel caso di nuovi attentati, come quello avvenuto a settembre in Arabia Saudita. Oppure, al contrario, attraverso effetti sul medio periodo. Come ha avvertito un recente report l’agenzia Moody’s: "Un conflitto protratto nel tempo avrebbe potenzialmente ripercussioni globali, in particolare attraverso gli effetti sui prezzi del petrolio". In altre parole, se ci fosse una crisi economica dovuta a una escalation militare, con effetti su scambi commerciali e turismo, il calo della domanda non potrebbe che avere conseguenze sulla quotazioni. Ovviamente al ribasso.