✕
(ansa)

Fantasma recessione

Ascolta l'audio

Produzione industriale giù del 4,3%. Altro dato negativo dopo lo stop del Pil. Pesano i dazi e l’assenza di investimenti. Renzi: “Il governo acceleri su cantieri e tasse”
2 minuti di lettura
ROMA - C'è un virus che non abbandona il corpo cronicamente debilitato dell'economia italiana. E non si tratta, per adesso, del germe cinese. Si chiama recessione e, anche se i valori delle analisi statistiche non lo accertano formalmente, in realtà agisce sotto traccia e continua a proliferare. Dopo i dati della scorsa settimana sul Pil, è di ieri un nuovo, allarmante sintomo: l'Istat ha certificato che a dicembre la produzione industriale italiana è crollata del 4,3% rispetto allo stesso mese del 2018, del 2,7% su novembre.

Per la prima volta dal 2014 l'intero anno ha accumulato un calo della produzione (-1,3%) sui dodici mesi precedenti. Un'altra "prima volta", dunque, come lo è stata per il Pil trimestrale che da sette anni non registrava un calo su base congiunturale (-0,3% l'ultimo del 2019 sul trimestre precedente) e che, confermando la stagnazione, lascia in eredità al nuovo anno una "crescita ac…
ROMA - C'è un virus che non abbandona il corpo cronicamente debilitato dell'economia italiana. E non si tratta, per adesso, del germe cinese. Si chiama recessione e, anche se i valori delle analisi statistiche non lo accertano formalmente, in realtà agisce sotto traccia e continua a proliferare. Dopo i dati della scorsa settimana sul Pil, è di ieri un nuovo, allarmante sintomo: l'Istat ha certificato che a dicembre la produzione industriale italiana è crollata del 4,3% rispetto allo stesso mese del 2018, del 2,7% su novembre.

Per la prima volta dal 2014 l'intero anno ha accumulato un calo della produzione (-1,3%) sui dodici mesi precedenti. Un'altra "prima volta", dunque, come lo è stata per il Pil trimestrale che da sette anni non registrava un calo su base congiunturale (-0,3% l'ultimo del 2019 sul trimestre precedente) e che, confermando la stagnazione, lascia in eredità al nuovo anno una "crescita acquisita" (cioè a dati invariati) di appena lo 0,2%.

Estemporanee le reazioni della politica che, interrompendo solo per un attimo i litigi su prescrizione e dintorni, adatta i numeri alle ragioni della campagna elettorale perenne: "Basta polemiche, se si vuole andare avanti bisogna concentrarsi sui temi dello sviluppo e della crescita. Ripartiamo da un patto sul lavoro", dice il segretario del Pd Nicola Zingaretti. "Basta governo delle tasse, torniamo al voto" è lo slogan del capo della Lega, Matteo Salvini, mentre il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, attacca l'esecutivo: "Anziché far polemica contro Iv, acceleri su cantieri e tasse".

Parole. Come quelle del ministero dell'Economia che in una nota analizza i dati e azzarda qualche previsione: la contrazione della produzione è dovuta "soprattutto a un indebolimento della domanda internazionale - come sembrano indicare dati simili per Francia e Germania - e quindi delle esportazioni, nonché a una riduzione delle scorte delle imprese"; per gennaio il Mef stima un recupero che, però, "potrebbe interrompersi in febbraio a causa del coronavirus", rimandando la ripresa internazionale al secondo trimestre dell'anno.

Ma i numeri raccontano una storia meno rassicurante. Come fa notare il Centro studi Promotor, con la rilevazione di dicembre l'indice della produzione industriale ha segnato una contrazione del 23,4% sui livelli ante-crisi. Non si salva nessuno, con il segno meno rispetto a novembre in tutti i sedici comparti considerati dall'Istat e con gomma-materie plastiche ( -6,2%), farmaceutici ( -5,4%), legno-carta ( -5%), coke-prodotti petroliferi raffinati (-4,2%) in grande difficoltà. L'Anfia, inoltre, segnala che l'auto (compresa dall'Istat nel settore trasporti) ha segnato nel 2019 un -19%.

Evidente l'influsso degli elementi internazionali, a partire dalle tensioni commerciali innescate dagli Usa e riflesse sul rallentamento del commercio mondiale cresciuto nel 2019, secondo il Wto, dell'1,3% contro il +3% dell'anno precedente. Stesso discorso per la Brexit, per le rigidità della Ue e, in prospettiva, per il coronavirus. Ma la recessione latente del nostro Paese ha cause endogene altrettanto chiare, come la carenza di investimenti pubblici o l'inefficacia delle politiche economiche adottate nel succedersi di governi già di per sé deboli.

Un esempio su tutti, restando all'emergenza della produzione, è la discontinuità degli incentivi per l'industria 4.0. Anche le imprese hanno la loro porzione di responsabilità. L'ultimo Rapporto L'economia globale e l'Italia del Centro Einaudi-Ubi, per dire, battezza e denuncia lo "sciopero degli investimenti": tra il risparmio netto (3,3% del Pil) e l'investimento netto (0,3%) oggi c'è un divario che fotografa nitidamente il declino del Paese, visto che vent'anni fa i due dati erano molto più consistenti e, soprattutto, coincidevano. "Significa - spiega il rapporto - che 54 miliardi di investimenti potenziali non vengono realizzati e il loro equivalente ingrandisce le riserve che gli italiani tengono nei portafogli". Come dire che, così, non si va da nessuna parte.