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Enrico Giovannini, ex ministro del Lavoro ed ex presidente dell'Istat 

Giovannini: “Siamo un Paese senza progetto”

Per l'ex ministro e presidente Istat "non serve che le persone siano semplicemente occupate, bisogna aumentare il lavoro nei settori ad alta produttività"  
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ROMA — Investimenti bloccati, liquidità immobile, politica estera confusa: prima del coronavirus, a fermare l’economia italiana è stata la mancanza di «un progetto Paese». E per Enrico Giovannini, economista, ex ministro del Lavoro, una carriera tra l’Università e gli istituti di ricerca, dall’Ocse all’Istat, il progetto giusto per l’Italia non può che passare dallo sviluppo sostenibile. E non solo perché Giovannini è portavoce dell’ASviS, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile: è una questione di numeri. «Le imprese che hanno scelto la sostenibilità come criterio guida hanno un vantaggio in termini di produttività molto significativo rispetto alle imprese classiche: - spiega - il 15% in più per le imprese molto grandi, il 10% per le grandi e il 5% per le medie».

L’ultima legge di Bilancio punta molto sul Green New Deal. Potrebbe…
ROMA — Investimenti bloccati, liquidità immobile, politica estera confusa: prima del coronavirus, a fermare l’economia italiana è stata la mancanza di «un progetto Paese». E per Enrico Giovannini, economista, ex ministro del Lavoro, una carriera tra l’Università e gli istituti di ricerca, dall’Ocse all’Istat, il progetto giusto per l’Italia non può che passare dallo sviluppo sostenibile. E non solo perché Giovannini è portavoce dell’ASviS, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile: è una questione di numeri. «Le imprese che hanno scelto la sostenibilità come criterio guida hanno un vantaggio in termini di produttività molto significativo rispetto alle imprese classiche: - spiega - il 15% in più per le imprese molto grandi, il 10% per le grandi e il 5% per le medie».

L’ultima legge di Bilancio punta molto sul Green New Deal. Potrebbe essere finalmente la scelta di una direzione giusta?
«Sì ma bisognerebbe cominciare a spendere le risorse allocate a questo scopo. Invece l’Italia non ha speso neanche i fondi Ue 2014-2020, e quelli stanziati dalle precedenti finanziarie per sostenere la transizione energetica e tecnologica di pezzi importanti della nostra economica. Potenzialmente l’Italia ha già definito pacchetti di investimenti molto consistenti. Peccato che però questi soldi poi non vengano spesi».

È tardi per i fondi europei?
«Bisognerebbe riprogrammare i fondi non spesi su quello che l’Europa ha scelto come strumento per rilanciare la crescita interna, e cioè il Green New Deal. Costituirebbero un modo per sostenere settori eccellenti, che generano occupazione, non valore aggiunto: penso alla transizione dell’automotive e dei trasporti pubblici verso la mobilità sostenibile, all’ecodesign, che non significa riciclare gli scarti, ma immaginare prodotti che possano essere usati più volte. Peraltro, abbiamo già eccellenze da cui partire e il ritardo nella spesa ora può diventare una opportunità».

Le ricadute positive in termini di occupazione sarebbero importanti: gli ultimi dati sono negativi.
«Al di là delle le variazioni mensili, nel secondo semestre dello scorso anno l’occupazione è piatta. E anche quando gli occupati crescevano, si trattava soprattutto di lavori part-time involontari. A noi non serve che le persone siano semplicemente occupate, bisogna aumentare il lavoro nei settori ad alta produttività, garantendo prospettive di occupazione duratura e ben remunerata».

Prima la guerra dei dazi, ora l’epidemia da coronavirus: il clima è sempre meno favorevole.
«La fiducia di consumatori e imprese non era brillante neanche prima. C’è da tempo un clima generale di incertezza, tanto che i risparmiatori italiani e tante imprese preferiscono tenere la liquidità parcheggiata. A questa incertezza generale si sono aggiunte le tensioni internazionali, dalla guerra dei dazi alle preoccupazioni per alcuni settori come quello automobilistico, per finire con il rallentamento delle aspettative, legato alla diffusione del coronavirus e alla caduta della produzione cinese. Tutto questo si è riflesso anche sui dati della produzione industriale di dicembre: ha prevalso una forte prudenza, che ha portato molte imprese a optare per una riduzione delle scorte. Del resto l’incertezza è forte anche nel resto dell’Europa. L’Italia aggiunge poi all’incertezza del momento la propria mancanza di progettualità».

L’Italia non mostra una direzione precisa neanche in politica estera.
«Se sei gli Stati Uniti magari hai la forza negoziale di imporre il tuo punto di vista, ma se sei un Paese piccolo come l’Italia fai la fine del vaso di coccio tra quelli di ferro. È anche per questo che abbiamo creato l’Unione europea, che pur avendo al suo interno grandi contraddizioni come i paradisi fiscali, che andrebbero superati con l’armonizzazione della tassazione, può avere la forza di condurre una politica estera e commerciale coerente, forte del fatto di essere il più grande mercato del mondo».