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Opec, Putin congela l’accordo: crolla il prezzo del petrolio

Mosca ritiene inutile la proposta di taglio il taglio alla produzione per un milione e mezzo di barili al giorno: i prezzi si invertiranno solo con la ripresa economica. Il greggio perde il 10,1% a New York
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MILANO - I grandi Paesi produttori, con l’eccezione degli Stati Uniti, si sono riuniti a Vienna per sostenere il prezzo del petrolio, in calo da inizio anno con la gelata sull’economia mondiale a causa del coronavirus. Hanno ottenuto l’effetto esattamente opposto: un crollo delle quotazioni come non si vedeva da tempo. Ieri a Londra, il Brent — listino di riferimento europeo — ha perso il 9 per cento, mentre a New York l’indice Wti è andato in negativo addirittura in doppia cifra, chiudendo a meno 10,1%, la peggiore seduta degli ultimi cinque anni.

A far precipitare le quotazioni è stata la notizia, arrivata proprio dalla capitale austriaca, sul mancato accordo tra i Paesi Opec e la Russia, dopo trattative durate oltre due giorni. Il cartello guidato dall’Arabia Saudita ha proposto un ulteriore taglio alla produzione (un milione e mezzo di barili al giorno) nel tentativo di invertire la discesa dei prezzi. Inutilmente: il niet a…
MILANO - I grandi Paesi produttori, con l’eccezione degli Stati Uniti, si sono riuniti a Vienna per sostenere il prezzo del petrolio, in calo da inizio anno con la gelata sull’economia mondiale a causa del coronavirus. Hanno ottenuto l’effetto esattamente opposto: un crollo delle quotazioni come non si vedeva da tempo. Ieri a Londra, il Brent — listino di riferimento europeo — ha perso il 9 per cento, mentre a New York l’indice Wti è andato in negativo addirittura in doppia cifra, chiudendo a meno 10,1%, la peggiore seduta degli ultimi cinque anni.

A far precipitare le quotazioni è stata la notizia, arrivata proprio dalla capitale austriaca, sul mancato accordo tra i Paesi Opec e la Russia, dopo trattative durate oltre due giorni. Il cartello guidato dall’Arabia Saudita ha proposto un ulteriore taglio alla produzione (un milione e mezzo di barili al giorno) nel tentativo di invertire la discesa dei prezzi. Inutilmente: il niet arrivato da Mosca è stato il segnale che ha scatenato le vendite, con i prezzi ora arrivati a un passo dai 40 dollari.

Il crollo delle quotazioni, fra qualche giorno, comincerà a ribaltarsi sul prezzo dei carburanti. Ma i consumatori farebbero bene a non festeggiare. Perché quanto accaduto a Vienna ha ben poco di positivo. La Russia ha deciso di non aderire alla proposta dei tagli — secondo gli analisti — non per una questione politica (mettere in difficoltà l’Opec e l’Arabia Saudita in primis) o nel tentativo di mettere fuori gioco i produttori di shale gas americano, in sofferenza con un prezzo del greggio verso i 40 dollari. Più semplicemente, il presidente Vladimir Putin e il suo ministro dell’Energia Alexander Novak, ritengono che nessun taglio — anche superiore al milione e mezzo di barili proposto in questi giorni — potrà contrastare il crollo della domanda di materie prime. In altre parole, sul mercato del petrolio fino a quando non finirà l’emergenza sanitaria e non si vedranno i primi segnali di “normalizzazione economica” ognuno potrà comportarsi come meglio crede: «Dal primo aprile di quest’anno in poi, né noi né nessun Paese Opec o non Opec è obbligato ad effettuare tagli alla produzione», ha commentato ieri il ministro Novak.

Al Cremlino, del resto, si sono limitati a leggere i report degli ultimi giorni. Il sito specializzato IHS Market, per esempio, ha scritto che nei primi tre mesi del 2020 ci sarà un crollo della domanda mondiale di petrolio senza precedenti: nel periodo gennaio-marzo ci sarà una minore domanda per 3,8 milioni di barili giornalieri in confronto ai livelli dello scorso anno. Una caduta ancora più clamorosa di quella successiva alla crisi finanziaria del 2009, quando il calo della domanda aveva raggiunto i 3,6 milioni di barili. «Non è una questione di cartelli o di tagli — è il commento di Massimo Nicolazzi, docente di Economia delle fonti energetiche all’Università di Torino — in questo momento se non produci almeno risparmi sui costi di stoccaggio, perché il petrolio non si vende».

Ora Opec, Russia ma anche i produttori americani dovranno sperare che la Cina — Paese che per primo ha subito la diffusione del virus — esca dall’emergenza sanitaria: il gigante asiatico è il principale importatore di greggio e consuma circa 14 milioni di barili al giorno (come Francia, Germania, Italia, Spagna, Regno Unito, Giappone e Corea del Sud messi insieme).