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I segretari di Cisl (Annamaria Furlan) Uil (Carmelo Barbagallo) e Cgil (Maurizio Landini) (ansa)

Chiusura a metà

Il governo: blocco totale della produzione. Poi allarga. Sindacati pronti allo sciopero
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ROMA - Pronti allo sciopero generale per difendere la salute dei lavoratori. Lo hanno deciso ieri Cgil, Cisl e Uil al termine di una giornata convulsa, piena di tensioni, e con un difficile dialogo a distanza con i tecnici dei ministeri. Alla fine l’accusa al premier Conte è pesante: aver scritto il decreto che stabilisce la chiusura di alcuni settori produttivi (ma non tutti come invece aveva annunciato via Facebook lo stesso presidente del Consiglio il giorno prima) sotto dettatura della Confindustria. E di non aver rispettato l’impegno preso sempre la sera prima — dopo una convocazione in emergenza di una videoconferenza con le parti sociali — di lasciare aperte solo le attività essenziali: quelle sanitarie, dell’agroalimentare, dei trasporti e servizi (dalla fornitura di gas alla raccolta dei rifiuti). Oggi ci saranno scioperi nei settori non essenziali e nelle fabbriche che non garantiscono — secondo i sindacati — la salute …
ROMA - Pronti allo sciopero generale per difendere la salute dei lavoratori. Lo hanno deciso ieri Cgil, Cisl e Uil al termine di una giornata convulsa, piena di tensioni, e con un difficile dialogo a distanza con i tecnici dei ministeri. Alla fine l’accusa al premier Conte è pesante: aver scritto il decreto che stabilisce la chiusura di alcuni settori produttivi (ma non tutti come invece aveva annunciato via Facebook lo stesso presidente del Consiglio il giorno prima) sotto dettatura della Confindustria. E di non aver rispettato l’impegno preso sempre la sera prima — dopo una convocazione in emergenza di una videoconferenza con le parti sociali — di lasciare aperte solo le attività essenziali: quelle sanitarie, dell’agroalimentare, dei trasporti e servizi (dalla fornitura di gas alla raccolta dei rifiuti). Oggi ci saranno scioperi nei settori non essenziali e nelle fabbriche che non garantiscono — secondo i sindacati — la salute dei lavoratori.

Con il decreto firmato ieri a tarda sera da Giuseppe Conte, infatti, può continuare l’attività buona parte dei settori produttivi. L’elenco è lunghissimo: dal tessile (a parte l’abbigliamento) alla chimica, dalla gomma alla manutenzione e riparazione di autoveicoli. Fermare un Paese, o anche rallentarne la sua attività, non è semplice. Le filiere della produzione sono lunghissime e globali. È bastato che la Cina chiudesse le sue fabbriche dell’Hubei per scoprire che le farmacie occidentali avrebbero rischiato di non essere più rifornite di paracetamolo, perché solo i cinesi oggi lo producono. Lo stesso criterio vale su scala nazionale. In questo drammatico momento non si può arrestare la produzione di medicinali. Ma insieme non può chiudere l’industria chimica, quella del packaging, la logistica, e via dicendo. È la complessa catena produttiva che, peraltro, ha costruito il successo dei nostri distretti industriali. Da qui le difficoltà del governo sulle quali si è inserita la Confindustria, da sempre contraria alla chiusura totale delle produzioni, anche se i grandi gruppi, dalla Fca alla Luxottica, hanno scelto un’altra strada interrompendo temporaneamente l’attività nei loro stabilimenti.

Ieri mattina il presidente degli industriali, Vincenzo Boccia, ha scritto a Conte chiedendo un ripensamento sulla drastica decisione annunciata agli italiani sabato notte. Boccia chiedeva molte correzioni, in particolare di non interrompere la filiera nei settori strategici e di inserire più gradualità nell’attuazione della serrata. Il decreto di Conte riprende (quasi alla lettera) alcuni passaggi del testo di Boccia e stabilisce anche che le chiusure dovranno realizzarsi, «per completare le attività necessarie, compresa la spedizione della merce in giacenza», entro il prossimo mercoledì. Tutto questo ha prodotto la reazione durissima dei sindacati (che hanno parlato di «metodo inaccettabile»), convinti di avere di fronte un governo schierato con gli interessi degli industriali, soprattutto di quelli del mondo delle piccole imprese che una volta fuori dal mercato rischiano, per la loro strutturale fragilità finanziaria, di non rientrare più.

I leader di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Anna Maria Furlan e Carmelo Barbagallo, hanno subito in questi giorni una pressione fortissima proveniente dalla base della Lombardia, dove il tasso di contagio del coronavirus è impressionante e dove c’è anche la maggiore concentrazione di stabilimenti produttivi. Gli operai che non sentono più di lavorare in sicurezza hanno chiesto di essere protetti e di poter restare a casa, come possono fare gli impiegati con lo smart working e i lavoratori di altri settori, come quelli del commercio al dettaglio. E come il governo ha imposto a tutta la popolazione. I vertici sindacali si sono trovati così stretti tra le richieste della base più esposta al rischio della malattia e il pressing degli industriali per evitare il lockdown di tutte le imprese. La minaccia dello sciopero è un po’ il tentativo della “mossa del cavallo” dei sindacati. Per i lavoratori che non se la sentiranno di ritornare in fabbrica scatterà la “copertura” sindacale con la proclamazione dello sciopero e la richiesta di ricorrere alla cassa integrazione per il sostegno al reddito A poco, infine, è servito il protocollo firmato sabato, 14 marzo, dagli stessi sindacati, con la Confindustria e il governo. Troppo vago nelle sue indicazioni: si può lavorare solo dove sono garantite le condizioni di tutela della salute. Chi le verifica? Chi controlla? Interrogativi senza risposte chiare. D’altra parte — spiegavano ieri sera i sindacalisti — «è difficile comprendere cosa c’entrino settori come l’edilizia, il tessile, la meccanica e il commercio all’ingrosso con la produzione di prodotti elettromedicali e anti-coronavirus».