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Trump telefona a Putin: prove di accordo per fermare il crollo del petrolio

Le quotazioni del greggio rimbalzano dopo aver perso oltre il 60 per cento da inizio anno, in seguito al calo della domanda per il coronavirus e al mancato accordo tra Russia e Opec sui tagli alla produzione
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ROMA - Dopo tre settimane di guerra dei prezzi, per il petrolio è l'ora della tregua. Con una telefonata avvenuta nella serata di lunedì, il presidente americano Donald Trump e il suo omologo russo Valdimir Putin si sono detti d'accordo: "I prezzi bassi del greggio non sono interesse di nessuno", come ha riferito il portavoce del Cremlino. Trump e Putin hanno fatto sapere il "cosa" si sono detti, ma non il come: in altre parole, non è ancora evidente la strategia delle due superpotenze energetiche per invertire la curva dei prezzi. E non sarà semplice, visto che le quotazioni sono calate di oltre il 60 per cento da inizio anno e ieri i prezzi arrivati sulla soglia dei 20 dollari al barile a Wall Street: quello che si è chiuso oggi per il petrolio è il peggior trimestre dal 1993.

Ma tanto è bastato al mercato. L'annuncio della telefonata intercontinentale tra i due leader ha convinto gli investitori a tor…
ROMA - Dopo tre settimane di guerra dei prezzi, per il petrolio è l'ora della tregua. Con una telefonata avvenuta nella serata di lunedì, il presidente americano Donald Trump e il suo omologo russo Valdimir Putin si sono detti d'accordo: "I prezzi bassi del greggio non sono interesse di nessuno", come ha riferito il portavoce del Cremlino. Trump e Putin hanno fatto sapere il "cosa" si sono detti, ma non il come: in altre parole, non è ancora evidente la strategia delle due superpotenze energetiche per invertire la curva dei prezzi. E non sarà semplice, visto che le quotazioni sono calate di oltre il 60 per cento da inizio anno e ieri i prezzi arrivati sulla soglia dei 20 dollari al barile a Wall Street: quello che si è chiuso oggi per il petrolio è il peggior trimestre dal 1993.

Ma tanto è bastato al mercato. L'annuncio della telefonata intercontinentale tra i due leader ha convinto gli investitori a tornare sui derivati del petrolio: oggi, le quotazioni sono risalite - dopo cinque giorni consecutivi di cali - arrivando a guadagnare fino al 5 per cento. Ma agli addetti ai lavori è molto chiaro che il rimbalzo potrebbe essere solo una parentesi se Stati Uniti e Russia non arrivassero a un accordo. E, soprattutto, se non dovesse in qualche modo essere allargato anche all'Arabia Saudita che guida il cartello dei paesi Opec.

Del resto, tutto è iniziato un mese fa proprio con il mancato accordo tra Russia e sauditi per una riduzione delle quote di produzione. Una proposta avanzata dal governo di Riyad preoccupato per i cali sui mercati internazionali, in seguito al crollo della domanda di materie prime per le conseguenze del coronavirus. A sorpresa, dopo tre anni in cui l'alleanza tra russi e sauditi per il contenimento della produzione era riuscito a mantenere i prezzi tra i 50 e i 60 dollari al barile, Mosca ha fatto un passo indietro. Ufficialmente perché riteneva che qualunque tentativo per il contenimento dei prezzi sarebbe stato inutile fino alla fine dell'emergenza sanitaria. In realtà, il Cremlino ne ha approfittato per regolare i conti con i produttori americani e riconquistare quote di mercato.

Negli ultimi anni, gli Stati Uniti sono tornati a essere leader di mercato soprattutto grazie allo sviluppo dei giacimenti di shale oil, il greggio estratto dagli strati roccioso attraverso la tecnica della frantumazione e non attraverso il classico pompaggio con i pozzi. Questo ha consentito agli Usa di diventare indipendente dall'import e allo stesso tempo di aumentare la quota di esportazioni, ai danni di russi e sauditi. Un meccanismo che ha consentito all'industria e ai consumatori americani di avere greggio e benzina a prezzi contenuti. Un fattore, tra gli altri, alla base del successo delle politiche di Donald Trump in campo economico.

Ma tutto questo funziona se i prezzi non scendono sotto i 35-40 dollari, perché l'industria dello shale oil è dominata non dalle grandi corporation, ma dagli operatori indipendenti: per la loro attività sono costretti a indebitarsi fortemente e con un livello basso dei prezzi rischiano di non reggere a livello finanziario. In sostanza, non incassano abbastanza per far fronte agli impegni con le banche. Ma questo è ancora niente, di fronte alle prospettive di uno choc dell'economia mondiale, con il blocco totale del turismo, dei viaggi aerei e degli spostamenti individuali. Per non parlare delle attività industriali rallentate.

Ecco perché gli analisti parlano di  "collasso storico e senza precedenti del mercato petrolifero", come ha scritto Jason Bordoff, direttore del Center on Global Energy Policy della Columbia University. Poi con un immagine alquanto significativa ha aggiunto: "Il mercato petrolifero è in tilt, non si sa dove mettere fisicamente tutto il greggio quando nessuno ne ha bisogno. Ed i prezzi continueranno a scendere fino a quando avremmo riempito ogni angolo, fessura e vasca da bagno".

Ecco perché il 25 marzo scorso, il segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha incontrato il principe Mohammed bin Salman a Riyad anche per parlare di come fermare la discesa dei prezzi. E, a questo punto, anche per anticipare come gli Stati Uniti vogliono farsi promotori di un accordo fra i tre leader mondiali del mercato. Come dimostra la telefonata di Trump a Putin, cui ora faranno seguito incontri formali tra i responsabili delle politiche energetiche dei rispettivi governi. Del resto, l'urgenza maggiore è nel campo americano: Russia e Arabia Saudita hanno un costo di produzione del greggio più basso, mentre Trump non può presentarsi alle elezioni di novembre con il settore petrolifero in crisi. Con questo livello di prezzi, gli operatori di shale oil stanno fallendo uno a uno, mentre le big oil company sono costrette a tagliare investimenti e dividendi. Non un buon viatico per la corsa alla Casa Bianca. Ma, allo stesso tempo, anche Russia e Arabia saudita, per quanto avvantaggiati in questa prima fase, non possono reggere a lungo un prezzo basso senza mettere a rischio le entrate per le casse statali. Non di fronte a una possibile recessione. Un accordo, per questo, che farebbe comodo a tutti.