✕
Francesca Bria 

Francesca Bria: "È falsa la dicotomia tra diritto alla privacy e salute pubblica"

Al via un consorzio paneuropeo: "Potrebbe essere una via percorribile nel breve periodo con il giusto equilibrio", dice la ricercatrice, presidente del nuovo Fondo Innovazione del gruppo Cdp, e componente del gruppo di esperti scelto dal ministero dell'Innovazione
3 minuti di lettura
ROMA. Francesca Bria rifiuta il duello ideologico tra privacy e salute: c’è una terza via, dice la ricercatrice, presidente del nuovo Fondo Innovazione del gruppo Cdp e già alla guida della strategia per dati e tecnologia della città di Barcellona, e componente del gruppo di 74 esperti scelti dal Ministero per l’innovazione che dovranno consigliare il governo sulle misure da adottare.

Le decisioni prese in materia di uso di dati e tecnologia hanno spesso conseguenze difficili da prevedere nel lungo periodo. È giusto tracciare il singolo cittadino per rispondere a una pandemia?
«È importante non cadere nella falsa dicotomia tra diritto alla privacy e salute pubblica. Le tecnologie che vanno messe in campo per l’emergenza in un paese democratico possono e devono coniugare l’obiettivo della sicurezza sanitaria e l’efficacia dell’azione pubblica con la garanzia dei diritti e delle libertà fondamentali del…
ROMA. Francesca Bria rifiuta il duello ideologico tra privacy e salute: c’è una terza via, dice la ricercatrice, presidente del nuovo Fondo Innovazione del gruppo Cdp e già alla guida della strategia per dati e tecnologia della città di Barcellona, e componente del gruppo di 74 esperti scelti dal Ministero per l’innovazione che dovranno consigliare il governo sulle misure da adottare.

Le decisioni prese in materia di uso di dati e tecnologia hanno spesso conseguenze difficili da prevedere nel lungo periodo. È giusto tracciare il singolo cittadino per rispondere a una pandemia?
«È importante non cadere nella falsa dicotomia tra diritto alla privacy e salute pubblica. Le tecnologie che vanno messe in campo per l’emergenza in un paese democratico possono e devono coniugare l’obiettivo della sicurezza sanitaria e l’efficacia dell’azione pubblica con la garanzia dei diritti e delle libertà fondamentali delle persone. In questi giorni, grazie allo sforzo congiunto di ricercatori, scienziati ed esperti di tecnologia, si sta creando un consorzio paneuropeo per implementare soluzioni digitali a livello continentale».

Quali sono i requisiti fondamentali?
«Il download dell’app sarà volontario e il codice include garanzie per crittografare i dati e anonimizzare le informazioni personali, rendendo praticamente impossibile rivelare l’identità delle persone che utilizzano i dispositivi. Direi che la strada europea potrebbe essere una via percorribile nel breve periodo con il giusto equilibrio tra tracciabilità, efficacia e privacy».

Il Garante per la Privacy ha detto a Repubblica che per tracciare i dati personali serve un decreto che chiarisca la natura temporanea dalla misura. È d’accordo?
«Sono d’accordissimo con quanto espresso dal Garante. Questo è il modo in cui le cose devono funzionare in una democrazia. La privacy è un diritto fondamentale, su cui bisogna sviluppare una cultura diffusa nella società digitale. Siamo in un momento chiave in cui si sta accelerando su questa transizione e non possiamo seguire un modello solo emergenziale o securitario. Approviamo misure che siano valide anche per gestire il dopo l’emergenza, dopo averne valutato i pro e i contro».

L’uso dei dati anonimizzati può comunque garantire di raggiungere risultati importanti?
«Sì certo, è assolutamente fondamentale per far fronte a questa crisi che non è solo sanitaria, ma anche economica, sociale ed ambientale. La capacità di usare dati e tecniche di intelligenza artificiale per migliorare i servizi pubblici può dare risultati meravigliosi, come ho sperimentato direttamente guidando la strategia di smart city della città di Barcellona. In generale, abbiamo bisogno di maggiori investimenti in infrastrutture sicure per un utilizzo di dati anonimi».

Abbiamo letto molto del famoso modello Corea del Sud. Cos'ha funzionato e quali sono i limiti?
«La Corea del Sud è stata efficace nel controllare il tasso di mortalità attraverso misure e test di quarantena rigorosi e diffusi, persino esportando kit di test prodotti a livello nazionale, un applicazione centralizzata per consentire la tracciabilità dei contatti, uso diffuso di mascherine per proteggere la popolazione, lockdown selettivi nelle zone a rischio. Rispetto alla gestione tecnologica, ha utilizzato un'app di monitoraggio Corona 100m, che informa i cittadini di casi noti entro 100 metri da dove si trovano. Il governo gestisce un database pubblico e centralizzato di pazienti, che include informazioni sulla loro età, sesso, frequenza e percorsi di viaggio. Sorprendentemente, una cultura che ha spesso respinto in modo ribelle l'autoritarismo ha abbracciato misure intrusive. Anche la Cina ha mobilitato una vasta gamma di strumenti di sorveglianza di massa, come un'app obbligatoria che classifica le persone in base al loro rischio di contagio e condivide le informazioni con le autorità. Soluzioni ostiche per le democrazie occidentali per l’alto livello di intrusività».

In queste settimane di crisi milioni di lavoratori hanno iniziato a lavorare in smart working, le aziende sono state obbligate a muoversi. Lo Stato è pronto per questa sfida?
«La digitalizzazione è una sfida che va affrontata in maniera ambiziosa e governata. La digitalizzazione del lavoro comporta molti benefici per far fronte al calo della produttività, ma comporta anche problematiche delicate legate al bisogno di nuove competenze e formazione, nuove disuguaglianze o alla sorveglianza sul posto di lavoro, che richiede nuove politiche come quello che i francesi chiamano il “diritto di disconnettersi”. Per introdurre lo smart working in maniera sicura si devono dotare i dipendenti dei giusti strumenti e risorse e si possono anche mettere in campo modelli alternativi, come come il “co-working", che sfruttano le tecnologie digitali, per facilitare la collaborazione e la creazione di nuove competenze, ma senza accettare un modello che comprime i diritti dei lavoratori o che provoca nuove forme di isolamento e più controllo. In generale il tema della trasformazione del lavoro nella società digitale è cruciale e io credo si debba agire coraggiosamente per anticipare i profondi cambiamenti nel mercato del lavoro e fare un’applicazione più rigorosa delle leggi sul lavoro, ad esempio per la gig economy per fermare la crescente precarizzazione».

La grave falla di sicurezza riscontrata dall’Inps è preoccupante. Possiamo ritenere sia un caso isolato o deve essere un allarme?
«Dovremmo partire dal presupposto che in questi giorni mentre l’economia reale si è fermata, ci saranno più attacchi alle infrastrutture critiche digitali e nell’economia virtuale. Dovremmo seguire le migliori pratiche di sicurezza, che implicano il rendere più facile il controllo del codice che utilizziamo e degli algoritmi, promuovere software libero e open source e garantire che l’accesso ai dati critici sia sotto stretto controllo. Queste sono buone pratiche che servono al Paese anche dopo questa crisi».


b.pagliaro@repubblica.it
@bpagliaro