L'imprenditore Pasini: "La crisi è asimmetrica. In Germania produco, qui ho chiuso"
Roberto Mania , di ROBERTO MANIAIntervista al presidente del gruppo siderurgico Feralpi, anche a capo degli industriali di Brescia: "Molte imprese rischiano di non riaprire più"
"Il nostro sistema industriale non potrebbe reggere una nuova proroga del blocco produttivo fino a maggio. Dobbiamo puntare ad aperture selettive e parziali delle attività". Giuseppe Pasini è il presidente del gruppo siderurgico Feralpi (1,3 miliardi di fatturato, 1.600 dipendenti) e degli industriali di Brescia, provincia martoriata dal coronavirus. "Qui - aggiunge - è ormai totalmente fermo il 70 per cento delle imprese, il 15 per cento lavora solo in parte, il restante 15 è in piena attività perché è dentro le filiere del medicale, della farmaceutica e dell'alimentare. Ci sono 30 mila persone in cassa integrazione".
Il governo non ha ancora fissato una data precisa per la ripresa delle attività. È un ulteriore elemento di incertezza per le imprese?
"Guardi, come presidente degli industriali di Brescia ricevo pressioni tutti i giorni dai miei colleghi per una rapida riapertura de…
Il governo non ha ancora fissato una data precisa per la ripresa delle attività. È un ulteriore elemento di incertezza per le imprese?
"Guardi, come presidente degli industriali di Brescia ricevo pressioni tutti i giorni dai miei colleghi per una rapida riapertura de…
"Il nostro sistema industriale non potrebbe reggere una nuova proroga del blocco produttivo fino a maggio. Dobbiamo puntare ad aperture selettive e parziali delle attività". Giuseppe Pasini è il presidente del gruppo siderurgico Feralpi (1,3 miliardi di fatturato, 1.600 dipendenti) e degli industriali di Brescia, provincia martoriata dal coronavirus. "Qui - aggiunge - è ormai totalmente fermo il 70 per cento delle imprese, il 15 per cento lavora solo in parte, il restante 15 è in piena attività perché è dentro le filiere del medicale, della farmaceutica e dell'alimentare. Ci sono 30 mila persone in cassa integrazione".
Il governo non ha ancora fissato una data precisa per la ripresa delle attività. È un ulteriore elemento di incertezza per le imprese?
"Guardi, come presidente degli industriali di Brescia ricevo pressioni tutti i giorni dai miei colleghi per una rapida riapertura della produzione. Realisticamente mi aspetto un nuovo slittamento, visti i numeri sulla pandemia. Ma per questo propongo una ripresa graduale. Proprio qui a Brescia stiamo lavorando ad un protocollo con la prefettura, l'università, la comunità medica e le organizzazioni sindacali per definire i criteri per un'apertura graduale delle industrie".
E se venisse confermato il blocco totale fino a maggio inoltrato?
"Molte nostre imprese, soprattutto piccole e medie, potrebbero non riaprire più. Per ragioni finanziarie ma anche perché restare fermi per due o tre mesi significa uscire dalle catene delle forniture e quindi uscire dal mercato"
Vede il rischio che questa grande crisi possa diventare asimmetrica, con le industrie italiane chiuse e quelle straniere aperte almeno in parte?
"Più che un rischio è un fatto. Il mio gruppo produce il 40 per cento del fatturato in Germania. Bene: in Italia ho chiuso e messo in cassa integrazione i miei 800 dipendenti mentre in Germania continuiamo a produrre esattamente lo stesso prodotto. Se consideriamo che negli ultimi dieci anni il Pil tedesco è cresciuto intorno ai 15 punti percentuali in più del nostro, ci rendiamo conto di quale sforzo ci aspetta per cercare di tornare in gara. D'altra parte il Centro studi della Confindustria stima un crollo del 6 per cento del Pil nell'ipotesi di una proroga a maggio del lockdown".
Perché, secondo lei, la Germania può permettersi di mantenere aperte le fabbriche?
"Intanto hanno una copertura ospedaliera quattro volte superiore alla nostra. Anche se va detto che l'Italia è stata colpita da un'onda d'urto pazzesca e imprevedibile. Gli altri Paesi, compresa la Germania, così hanno anche potuto utilizzare l'esperienza italiana nella lotta contro il coronavirus. Per quanto riguarda il mantenimento della produzione hanno scelto una strada diversa: non una chiusura totale (lo stesso settore dell'auto sta ripartendo), rigido rispetto dei protocolli, con la rilevazione della temperatura ai dipendenti all'ingresso in azienda, l'uso di mascherine e di guanti, attenzione ferrea alle distanze tra le persone".
Questa è la strada che andrebbe seguita? Ma riaprire le fabbriche significa riempire di nuovo i treni, gli autobus e così via. E così non si rispettano più le regole.
"Io non ho detto che si debba riaprire tutto, penso ad un'azione graduale. Se vogliamo ripartire dobbiamo essere bravi e ligi. Non possiamo pensare che tutto ritorni come prima. Ci aspettano lunghi mesi così prima che sarà possibile ricorrere al vaccino. Conviveremo, dunque, con la mascherina, farà parte del nostro modo di vestire. Ma dobbiamo accettare i sacrifici, lavorando nella massima sicurezza, se non vogliamo vedere in ginocchio tutto il sistema. Meglio qualche entrata in più nel bilancio statale anziché solo uscite per i sussidi".
Il governo non ha ancora fissato una data precisa per la ripresa delle attività. È un ulteriore elemento di incertezza per le imprese?
"Guardi, come presidente degli industriali di Brescia ricevo pressioni tutti i giorni dai miei colleghi per una rapida riapertura della produzione. Realisticamente mi aspetto un nuovo slittamento, visti i numeri sulla pandemia. Ma per questo propongo una ripresa graduale. Proprio qui a Brescia stiamo lavorando ad un protocollo con la prefettura, l'università, la comunità medica e le organizzazioni sindacali per definire i criteri per un'apertura graduale delle industrie".
E se venisse confermato il blocco totale fino a maggio inoltrato?
"Molte nostre imprese, soprattutto piccole e medie, potrebbero non riaprire più. Per ragioni finanziarie ma anche perché restare fermi per due o tre mesi significa uscire dalle catene delle forniture e quindi uscire dal mercato"
Vede il rischio che questa grande crisi possa diventare asimmetrica, con le industrie italiane chiuse e quelle straniere aperte almeno in parte?
"Più che un rischio è un fatto. Il mio gruppo produce il 40 per cento del fatturato in Germania. Bene: in Italia ho chiuso e messo in cassa integrazione i miei 800 dipendenti mentre in Germania continuiamo a produrre esattamente lo stesso prodotto. Se consideriamo che negli ultimi dieci anni il Pil tedesco è cresciuto intorno ai 15 punti percentuali in più del nostro, ci rendiamo conto di quale sforzo ci aspetta per cercare di tornare in gara. D'altra parte il Centro studi della Confindustria stima un crollo del 6 per cento del Pil nell'ipotesi di una proroga a maggio del lockdown".
Perché, secondo lei, la Germania può permettersi di mantenere aperte le fabbriche?
"Intanto hanno una copertura ospedaliera quattro volte superiore alla nostra. Anche se va detto che l'Italia è stata colpita da un'onda d'urto pazzesca e imprevedibile. Gli altri Paesi, compresa la Germania, così hanno anche potuto utilizzare l'esperienza italiana nella lotta contro il coronavirus. Per quanto riguarda il mantenimento della produzione hanno scelto una strada diversa: non una chiusura totale (lo stesso settore dell'auto sta ripartendo), rigido rispetto dei protocolli, con la rilevazione della temperatura ai dipendenti all'ingresso in azienda, l'uso di mascherine e di guanti, attenzione ferrea alle distanze tra le persone".
Questa è la strada che andrebbe seguita? Ma riaprire le fabbriche significa riempire di nuovo i treni, gli autobus e così via. E così non si rispettano più le regole.
"Io non ho detto che si debba riaprire tutto, penso ad un'azione graduale. Se vogliamo ripartire dobbiamo essere bravi e ligi. Non possiamo pensare che tutto ritorni come prima. Ci aspettano lunghi mesi così prima che sarà possibile ricorrere al vaccino. Conviveremo, dunque, con la mascherina, farà parte del nostro modo di vestire. Ma dobbiamo accettare i sacrifici, lavorando nella massima sicurezza, se non vogliamo vedere in ginocchio tutto il sistema. Meglio qualche entrata in più nel bilancio statale anziché solo uscite per i sussidi".