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(ansa)

La partita delle nomine: ecco lo stato di salute delle principali società partecipate

I vertici dei gruppi più grandi sono stati riconfermati nell'accordo Pd-5Stelle, che ha provocato tante polemiche nel Movimento. Ma quali sono stati i risultati raggiunti da queste aziende negli ultimi anni?
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Dall'accordo Pd-Cinque Stelle sulle nomine per le società partecipate alla tensione nel M5S. Ma, politica a parte, come sono andate le aziende di cui si discute in questi giorni negli ultimi tre anni, sotto la guida degli amministratori delegati che il governo ha deciso di riconfermare? Abbiamo esaminato i tre gruppi più grandi e maggiormente esposti al contesto internazionale, considerando i risultati in Borsa e i giudizi del mercato

Enel

Rinnovabili e America latina spingono i conti

Nell'ultimo triennio le azioni di Enel hanno guadagnato il 110% (il periodo di riferimento è gennaio 2017- gennaio 2020, prima quindi dell'effetto del virus su Piazza Affari), ovvero quattro volte più dell'indice di Borsa FtseMib (nello stesso periodo +26,8%) e facendo meglio anche delle grandi rivali europee, grazie alla spinta sulle energie rinnovabili e sull'America Latina. "Per il mercato sarebbe stata una sorpresa enorme il mancato rinnovo di Fra…
Dall'accordo Pd-Cinque Stelle sulle nomine per le società partecipate alla tensione nel M5S. Ma, politica a parte, come sono andate le aziende di cui si discute in questi giorni negli ultimi tre anni, sotto la guida degli amministratori delegati che il governo ha deciso di riconfermare? Abbiamo esaminato i tre gruppi più grandi e maggiormente esposti al contesto internazionale, considerando i risultati in Borsa e i giudizi del mercato

Enel

Rinnovabili e America latina spingono i conti

Nell'ultimo triennio le azioni di Enel hanno guadagnato il 110% (il periodo di riferimento è gennaio 2017- gennaio 2020, prima quindi dell'effetto del virus su Piazza Affari), ovvero quattro volte più dell'indice di Borsa FtseMib (nello stesso periodo +26,8%) e facendo meglio anche delle grandi rivali europee, grazie alla spinta sulle energie rinnovabili e sull'America Latina. "Per il mercato sarebbe stata una sorpresa enorme il mancato rinnovo di Francesco Starace alla guida di Enel - spiega Javier Suarez, analista del settore utility di Mediobanca - gli investitori ritengono infatti che l'attuale management abbia gestito un'azienda grande e complessa in maniera virtuosa e senza prendere rischi non necessari. Enel ha registrato ottime performance mantenendo un bilancio solido, tra le grandi utility del Vecchio continente è quella con il livello di indebitamento più basso, un fattore che la mette in sicurezza e le permetterà di affrontare anche la crisi e gli effetti collaterali della pandemia con grande serenità".
Francesco Starace, ad di Enel  

Enel ha puntato inoltre molto sulla digitalizzazione, una strategia che ha aiutato il gruppo sia a migliorare il servizio ai clienti, sia a ridurre i costi e quindi aumentare i margini. A fine 2019 il gruppo aveva ricavi a 80,3 miliardi (+6,3% rispetto ai 75,5 miliardi dell'esercizio precedente) e un utile netto ordinario di 4,7 miliardi, in crescita del 17,4%, mentre a livello di gruppo l'utile è sceso del 54,6 a 2,17 miliardi per la svalutazione di alcune centrali a carbone.

Tra le partite che Enel gioca in Italia c'è anche quella sulla rete in fibra. Il gruppo guidato da Starace è infatti socio al 50% (l'altra metà del capitale è della Cdp) di Open Fiber. Da tempo si discute se unire Open Fiber alla rete Tim in modo da avere una sola infrastruttura nazionale, ma finora Starace ha sempre detto di non voler cedere la propria partecipazione. Ora la nomina di un presidente come Michele Crisostomo porta gli investitori a tirare altre conclusioni. Crisostomo, molto stimato da alcuni fondi attivisti esteri , nel 2019 era uno dei papabili candidati ad assumere la presidenza di Tim. Il mercato scommette che il nuovo presidente vicino al M5s spingerà per la creazione di una rete unica.


Leonardo

La partita di elicotteri e nuovi contratti

La conferma di Alessandro Profumo alla guida di Leonardo viene giudicata positivamente dagli investitori perché, a dispetto delle performance del titolo, l'attuale management ha riportato il gruppo sulla via della crescita. I ricavi 2019 sono saliti a 13,8 miliardi (in crescita del 12,6% rispetto ai 12,2 miliardi del 2018). Stesso discorso per il risultato netto ordinario che nel 2018 era stato di 509 milioni e nel 2019 è salito a 722 milioni.
Alessandro Profumo, ad di Leonardo
  

Nel triennio di mandato di Profumo le azioni Leonardo hanno perso il 10,1% (tra gennaio 2017 e gennaio 2020), mentre l'indice principale di Piazza Affari è salito del 26,8%. "Quando Profumo è arrivato alla guida del gruppo c'erano dei problemi, e sulla linea di quanto aveva già iniziato a fare il precedente ad Mauro Moretti, il manager è stato bravo a risolverli creando più sinergie tra le varie divisioni del gruppo - spiega Alessandro Pozzi, analista di Mediobanca - . Prima le varie attività di Leonardo si parlavano poco tra di loro, adesso realizzano sinergie sui costi e sui ricavi. Inoltre Profumo è riuscito a firmare importanti contratti di fornitura sia con il Medioriente, sia con il Dipartimento della Difesa Usa. Infine ha ristrutturato e risanato la divisione Elicotteri, che è partita da un profit warning, arrivando a ottimi risultati e annunciando anche operazioni di consolidamento come l'acquisizione di Kopter in Svizzera".

In passato, il management di Leonardo è stato cambiato ogni tre anni, ma gli esperti ritengono che questo settore richiede investimenti di medio lungo termine, e quindi anche una continuità nella strategia impostata dai vertici. "Per la gran parte delle nomine delle maggiori aziende pubbliche è stata fatta una scelta che assicura una piena continuità manageriale, in alcuni casi più che meritata - spiega Dario Trevisan, esperto di governance che spesso rappresenta i fondi esteri in assemblea - . Oltre ai vari presidenti, ora sarà interessante verificare l'intera composizione dei cda, perché sia assicurata la piena funzionalità del processo decisionale in sede collegiale".


Eni

Sui risultati pesa il tracollo del petrolio

Nonostante le molte critiche del M5S sull'amministratore delegato dell'Eni Claudio Descalzi, per il colosso energetico ha prevalso la linea della continuità. La debole performance dell'Eni nel triennio di mandato dell'attuale management (-10,2% rispetto al +26,8% registrato dal Ftse Mib tra gennaio 2017 e gennaio 2020) è soprattutto legata alle dinamiche del prezzo del petrolio, dove il gruppo tricolore è riuscito a difendersi meglio di tante rivali estere.
Claudio Descalzi, ad di Eni 

Gli analisti reputano che l'attuale management abbia gestito bene il gruppo, dato il contesto di mercato e rispetto all'andamento del settore petrolifero. Eni ha chiuso il 2019 con ricavi in lieve calo a 83,4 miliardi (-4,1%), un margine lordo superiore a 17 miliardi (-11,8%) e un utile al netto delle componenti straordinarie giù del 37% a 2,88 miliardi.

In sensibile aumento l'indebitamento, passato da 8,3 miliardi di fine 2018 a 17,1 miliardi, sia per effetto dei criteri contabili Ifrs16 sia per l'acquisizione del 20% della società petrolifera nazionale di Abu Dhabi.

"Descalzi che veniva dall'upstream (estrazione e produzione di gas e petrolio, ndr) di Eni, ha fatto molto bene in questo segmento portando il gruppo a realizzare enormi scoperte nell'esplorazione e per la produzione di gas in Egitto e Mozambico e di petrolio in Messico - spiega Alessandro Pozzi, analista di Mediobanca ed esperto del settore Oil&Gas - ma ritengo che sia stato bravo anche a rendere Eni meno dipendente da alcuni Paesi a più alto rischio geopolitico come la Libia e la Nigeria, diversificando su altre aree come il Medio Oriente. Anche puntare sul downstream (raffineria e servizi petroliferi, ndr) ha aiutato il gruppo a mitigare la sua dipendenza dal prezzo del petrolio, riconvertendo le piccole raffinerie poco redditizie ai biocombustibili e annunciando nuove acquisizioni negli Emirati Arabi Uniti".