✕

Shock petrolifero: crollo storico del barile tra speculazione ed errori dei grandi Paesi produttori

Il greggio al minimo di sempre, a causa delle scadenze tecniche, arriva a prezzi negativi. Il principale fondo sulle materie prime "sposta" 760 milioni. Il mercato punisce gli errori di valutazione commessi da russi, sauditi e Trump. Scarseggiano gli stoccaggi
3 minuti di lettura
ROMA - A prima vista, il dato è clamoroso: subito dopo l'apertura di Wall Street, il petrolio sul mercato americano è arrivato a perdere fino al 74 per cento del suo valore rispetto ai prezzi di venerdì scorso. Arrivando, così, a sfondare la barriera dei 6 dollari al barile e toccando il suo minimo storico. Per poi concludere le contrattazioni a un livello senza precedenti dal 1946, da quando esistono le rilevazioni su base mensile: con una perdita del 305 per cento, il petrolio ha raggiunto prezzi negativi per 37,63 dollari. Come dire: ti pagano per venire a ritirarlo.
 
Una cosa mai accaduta sui mercati. Ma, a ben guardare, non è proprio così e il dato - per quanto sensazionale - va analizzato con più attenzione. Si tratta, in parte, di un effetto finanziario dovuto al calendario: fra pochi giorni scade il derivato per il petrolio in consegna per il mese di maggio e gli investitori sono costretti a vendere, prima che il prezz…
ROMA - A prima vista, il dato è clamoroso: subito dopo l'apertura di Wall Street, il petrolio sul mercato americano è arrivato a perdere fino al 74 per cento del suo valore rispetto ai prezzi di venerdì scorso. Arrivando, così, a sfondare la barriera dei 6 dollari al barile e toccando il suo minimo storico. Per poi concludere le contrattazioni a un livello senza precedenti dal 1946, da quando esistono le rilevazioni su base mensile: con una perdita del 305 per cento, il petrolio ha raggiunto prezzi negativi per 37,63 dollari. Come dire: ti pagano per venire a ritirarlo.
 
Una cosa mai accaduta sui mercati. Ma, a ben guardare, non è proprio così e il dato - per quanto sensazionale - va analizzato con più attenzione. Si tratta, in parte, di un effetto finanziario dovuto al calendario: fra pochi giorni scade il derivato per il petrolio in consegna per il mese di maggio e gli investitori sono costretti a vendere, prima che il prezzo scenda ancora per posizionarsi sulla scadenza successiva di giugno. Oltre al fatto che - in particolare negli Usa - si stanno esaurendo i depositi dove stoccare il greggio in eccesso che in questo momento non ha domanda per la frenata dell'economia, a causa del lockdown.
 

Il fondo che vende petrolio per 760 milioni

Per capire ancora meglio quanto accaduto in Borsa, bisogna parlare del caso legato a United States Oil Fund: si tratta del principale operatore finanziario sul petrolio, che nel mese di marzo ha denunciato posizioni gestite per 3,8 miliardi di dollari: come ha comunicato alla Sec (l'organismo di controllo di Wall Street, l'equivalente della nostra Consob), dal 17 aprile il fondo ha cominciato a spostare il 20% del portafoglio sul contratto di giugno. In pratica, si tratta di 760 milioni di dollari che non solo condizionano il prezzo ma scatenano una reazione a catena tra gli altri operatori, costretti a loro volta ad anticipare la transizione.
 
Ma l'effetto tecnico giustifica solo in parte la tempesta perfetta che si sta abbattendo sul mercato petrolifero. E che avrà conseguenze pesanti su tutte le grandi società quotate. Oltre a contribuire al calo del Pil dei prossimi mesi. Il crollo verticale dei prezzi è iniziato con la frenata dell'economia mondiale in seguito al diffondersi dell'epidemia di coronavirus, con il crollo della domanda di greggio che dalla Cina si è poi diffusa in tutto l'occidente. Soltanto il 7 gennaio scorso, il Wti, l'indice di riferimento del petrolio negli Usa, era arrivato a un passo dai 63 dollari (appena al di sotto dei massimi del 2015). Poi, i primi casi di coronavirus in Cina hanno dato il via all'effetto a valanga, con il crollo della domanda.
 

Greggio, i tre grandi errori di Arabia, Russia e Trump

In un contesto di domanda in netta diminuzione, i tre grandi Paesi produttori hanno commesso almeno tre grandi errori che hanno amplificato un crollo in parte inevitabile. Un mese fa, Arabia Saudita e Russia (secondo e terzo Paese per produzione di greggio alle spalle degli Stati Uniti) non si sono accordati su nuovi tagli, preferendo sfidarsi a colpi di sconti per conquistare nuove quote di mercato. E, soprattutto, per mettere in difficoltà gli operatori americani del settore shale oil, il gas prodotto dagli strati rocciosi. Si tratta per lo più di operatori indipendenti (non controllati dalle grandi compagnie petrolifere storiche) che lavorano soprattutto con capitale preso a prestito, i cui interessi non sono più in grado di restituire quando il prezzo comincia a scendere verso i 30 dollari.
 
La guerra dei prezzi tra sauditi e russi ha messo in crisi lo shale oil americano, ma ha accelerato la spirale dei prezzi al ribasso. Portando al secondo errore: quando, due settimane fa, Opec e Russia sono tornati a vedersi per accordarsi su un taglio di 10 milioni di barili al giorno (solo un mese prima la proposta era per 1,5 milioni di barili), la misura era ormai considerata dal mercato insufficiente. Per un valido motivo: da inizio pandemia la domanda di petrolio è calata per 30 milioni di barili nel mondo.
 
Il terzo errore lo ha commesso Donald Trump. Dopo aver battagliato per tre anni con sauditi e russi per tenere il prezzo del greggio sotto i 40-45 dollari (in modo da ergersi a paladino dei consumatori americani), negli ultimi due mesi ha cambiato linea. E ha cominciato a preoccuparsi per la salute finanziaria delle grandi compagnie (storici contribuenti delle campagne repubblicane per la Casa Bianca) e per salvare dal fallimento gli operatori di shale oil (la cui produzione ha consentito agli Usa di tornare a essere il primo produttore mondiale).
 

Greggio, l'incubo dei prezzi sottozero

Fin qui le contraddizioni della politica. L'errore è stato garantire al mercato che il taglio della produzione deciso da russi e sauditi sarebbe poi stato portato ad almeno 20 milioni se non più, all'indomani di una videoconferenza dei ministri finanziari del G20, in base a sottoscrizioni volontarie. Un accordo "ufficioso" che ha scontentato il mercato e su cui, tra l'altro, Trump può garantire relativamente visto il carattere totalmente privato del mercato del primo produttore mondiale.
 
Se non bastasse, negli ultimi giorni si sono moltiplicati i timori per l'esaurimento dello spazio per lo stoccaggio di greggio a livello globale, a causa dell'elevato surplus attuale. In pratica: chi produce petrolio deve pagare perché venga ritirata la produzione in eccesso, in alcuni casi, portando il prezzo finale sotto zero.