Il prestito di Intesa Sanpaolo a Fca fa da apripista a una nuova formula che aiuterà migliaia di imprese
Francesco Manacorda , di FRANCESCO MANACORDAIl finanziamento da 6,3 miliardi con la garanzia pubblica della Sace verrà erogato a una delle aziende tricolori che guida un'intera filiera, con 55 mila dipendenti e un indotto di 320 mila addetti alle forniture, il comparto auto rappresenta il 6% del Pil dell'Italia
ROMA - È un’operazione del tutto innovativa, quella che vede protagonisti in queste ore Fca, il governo italiano e Intesa Sanpaolo. Il prestito fino a 6,3 miliardi di euro che la prima banca italiana si avvia ad assicurare con la garanzia pubblica della Sace a Fca Italy, ossia la capogruppo del colosso automobilistico nel nostro Paese, servirà ad assistere con nuova liquidità tutta la filiera del settore “automotive”, raggiungendo decine di migliaia di lavoratori e di piccole e medie imprese del settore per cui sarebbe stato difficile – o addirittura impossibile - ottenere simili risultati individualmente.
Al centro dell’operazione, infatti, non c’è solo e tanto Fca in quanto tale, ma il suo ruolo di guida di una filiera di un settore portante della nostra economia. In un’Italia dove la dimensione media delle aziende è ridotta di fronte a quelle degli altri Paesi sviluppati, sono solo 2.700 le imprese che in …
Al centro dell’operazione, infatti, non c’è solo e tanto Fca in quanto tale, ma il suo ruolo di guida di una filiera di un settore portante della nostra economia. In un’Italia dove la dimensione media delle aziende è ridotta di fronte a quelle degli altri Paesi sviluppati, sono solo 2.700 le imprese che in …
ROMA - È un’operazione del tutto innovativa, quella che vede protagonisti in queste ore Fca, il governo italiano e Intesa Sanpaolo. Il prestito fino a 6,3 miliardi di euro che la prima banca italiana si avvia ad assicurare con la garanzia pubblica della Sace a Fca Italy, ossia la capogruppo del colosso automobilistico nel nostro Paese, servirà ad assistere con nuova liquidità tutta la filiera del settore “automotive”, raggiungendo decine di migliaia di lavoratori e di piccole e medie imprese del settore per cui sarebbe stato difficile – o addirittura impossibile - ottenere simili risultati individualmente.
Al centro dell’operazione, infatti, non c’è solo e tanto Fca in quanto tale, ma il suo ruolo di guida di una filiera di un settore portante della nostra economia. In un’Italia dove la dimensione media delle aziende è ridotta di fronte a quelle degli altri Paesi sviluppati, sono solo 2.700 le imprese che in base alla classificazione dell’Istat si possono definire alla testa di una filiera industriale. Fca è ai primissimi posti tra queste, con poco meno di 55 mila lavoratori in proprio e altri 340 mila occupati tra le industrie che si occupano di fornitura e tutto il sistema di distribuzione, vendita e assistenza dei veicoli. Nel complesso, con 106 miliardi di fatturato, il settore assicura più del 6% del Pil nazionale e il 7% dell’occupazione, ha versato (in base ai dati del 2018, gli ultimi disponibili) 76 miliardi di tasse, ossia il 16% delle entrate tributarie dello Stato. Il gruppo che si avvia a diventare tra i primi costruttori mondiali attraverso la fusione con Psa oggi fa un quarto circa – 25 miliardi di euro su 108 – del proprio fatturato in Italia.
I soldi prestati da Intesa Sanpaolo arriveranno – è anche questa è un’innovazione - attraverso conti correnti dedicati, direttamente ai fornitori di Fca. Soldi solo a loro e solo in Italia, in modo da assicurare nel modo più rapido possibile, e con la garanzia di pagamenti regolari per il futuro, la liquidità di cui hanno bisogno. Liquidità che entrerà direttamente in circolo nell’economia italiana sotto forma di commesse per le aziende della filiera automotive e che da qui andranno ad alimentare anche altri settori.
Il primo grande prestito garantito dallo Stato dell’era post-Covid 19 si avvia quindi ad essere uno strumento che coinvolge, anche grazie alla forza di una grande azienda multinazionale fortemente radicata in Italia, numeri importanti di imprese e lavoratori sul territorio e dà una spinta forte all’economia del Paese, che mai come in questo momento ne ha bisogno. Uno strumento che potrebbe essere adottato con risultati significativi anche per filiere diverse dall’automotive – è il caso della moda come dell’agroalimentare - che vedono in Italia la combinazione di grandi attori in grado di competere a livello mondiale e di numerose imprese, anche di piccole dimensioni, che lavorano con loro. È un esempio che mette in secondo piano le polemiche in queste ore sul fatto che holding Fca e la sua controllante Exor (che controlla anche il gruppo Gedi, editore di questo giornale) abbiano sede legale in Olanda, sebbene come è ovvio continuino a pagare qui tutte le tasse sulla attività nel nostro Paese. La scelta di spostare la sede delle holding fuori dall’Italia è stata ed è comune a molte multinazionali italiane – compresi gioielli come Ferrero e Luxottica – non solo per vantaggi fiscali offerti da altre legislazioni, ma anche per una linearità del diritto societario che in Italia è difficile trovare. Roma e molte altre capitali europee hanno interesse a ottenere nell’Unione un “campo di gioco” senza zone franche a livello fiscale, ma anche ad assicurare a tutte le società i migliori standard di legislazione che consentano loro di essere operative in un mondo complesso. Intanto, nel Paese dove in tanti si lamentano a ragione che di fronte a una crisi senza precedenti le aziende non ricevano i soldi delle banche garantiti dallo Stato, questa formula che attraverso un grande gruppo porta a cascata liquidità a migliaia di aziende e centinaia di migliaia di lavoratori andrà giudicata solo sulla base dei suoi risultati concreti.
Al centro dell’operazione, infatti, non c’è solo e tanto Fca in quanto tale, ma il suo ruolo di guida di una filiera di un settore portante della nostra economia. In un’Italia dove la dimensione media delle aziende è ridotta di fronte a quelle degli altri Paesi sviluppati, sono solo 2.700 le imprese che in base alla classificazione dell’Istat si possono definire alla testa di una filiera industriale. Fca è ai primissimi posti tra queste, con poco meno di 55 mila lavoratori in proprio e altri 340 mila occupati tra le industrie che si occupano di fornitura e tutto il sistema di distribuzione, vendita e assistenza dei veicoli. Nel complesso, con 106 miliardi di fatturato, il settore assicura più del 6% del Pil nazionale e il 7% dell’occupazione, ha versato (in base ai dati del 2018, gli ultimi disponibili) 76 miliardi di tasse, ossia il 16% delle entrate tributarie dello Stato. Il gruppo che si avvia a diventare tra i primi costruttori mondiali attraverso la fusione con Psa oggi fa un quarto circa – 25 miliardi di euro su 108 – del proprio fatturato in Italia.
I soldi prestati da Intesa Sanpaolo arriveranno – è anche questa è un’innovazione - attraverso conti correnti dedicati, direttamente ai fornitori di Fca. Soldi solo a loro e solo in Italia, in modo da assicurare nel modo più rapido possibile, e con la garanzia di pagamenti regolari per il futuro, la liquidità di cui hanno bisogno. Liquidità che entrerà direttamente in circolo nell’economia italiana sotto forma di commesse per le aziende della filiera automotive e che da qui andranno ad alimentare anche altri settori.
Il primo grande prestito garantito dallo Stato dell’era post-Covid 19 si avvia quindi ad essere uno strumento che coinvolge, anche grazie alla forza di una grande azienda multinazionale fortemente radicata in Italia, numeri importanti di imprese e lavoratori sul territorio e dà una spinta forte all’economia del Paese, che mai come in questo momento ne ha bisogno. Uno strumento che potrebbe essere adottato con risultati significativi anche per filiere diverse dall’automotive – è il caso della moda come dell’agroalimentare - che vedono in Italia la combinazione di grandi attori in grado di competere a livello mondiale e di numerose imprese, anche di piccole dimensioni, che lavorano con loro. È un esempio che mette in secondo piano le polemiche in queste ore sul fatto che holding Fca e la sua controllante Exor (che controlla anche il gruppo Gedi, editore di questo giornale) abbiano sede legale in Olanda, sebbene come è ovvio continuino a pagare qui tutte le tasse sulla attività nel nostro Paese. La scelta di spostare la sede delle holding fuori dall’Italia è stata ed è comune a molte multinazionali italiane – compresi gioielli come Ferrero e Luxottica – non solo per vantaggi fiscali offerti da altre legislazioni, ma anche per una linearità del diritto societario che in Italia è difficile trovare. Roma e molte altre capitali europee hanno interesse a ottenere nell’Unione un “campo di gioco” senza zone franche a livello fiscale, ma anche ad assicurare a tutte le società i migliori standard di legislazione che consentano loro di essere operative in un mondo complesso. Intanto, nel Paese dove in tanti si lamentano a ragione che di fronte a una crisi senza precedenti le aziende non ricevano i soldi delle banche garantiti dallo Stato, questa formula che attraverso un grande gruppo porta a cascata liquidità a migliaia di aziende e centinaia di migliaia di lavoratori andrà giudicata solo sulla base dei suoi risultati concreti.