Una manager sulla trincea del Covid 19. Decisioni da prendere in un battito di ciglia, adottare i dispositivi di protezione, instaurare protocolli di sicurezza, assumersi la responsabilità di lavoratori inviati sul campo, nel cuore della pandemia. Per Simona Comandè l’infezione da coronavirus è stato un battesimo del fuoco. E ora che il nostro paese con fatica ne sta uscendo, la ceo di Philips per Italia, Israele e Grecia, può cominciare a trarre un bilancio dell’esperienza e indirizzare i prossimi passi dell’azienda leader globale dell’Health Technology, dove lavora dal 2017 e di cui dal febbraio di un anno fa è stata nominata general manager.
“Stiamo gestendo la ripartenza. Fino a tre anni fa conoscevo la Philips come il marchio delle lampadine e delle televisioni. Si è trasformata in maniera radicale negli ultimi sette anni, dall’elettronica all’health care. La nostra mission è migliorare con le tecnologie sanitarie la vita di tre miliardi persone entro il 2030”. L’azienda è stata molto presente e direttamente impegnata nel contenimento del Covid 19 con la produzione di ventilatori polmonari e di tutte le apparecchiature utilizzate nelle terapie intensive, e nello sviluppo di soluzioni di telemedicina per aiutare medici e ospedali a gestire in sicurezza i flussi di pazienti colpiti dal virus. Connected care, assistenza connessa: il tema della digitalizzazione e telemedicina in cui Philips stava già investendo e sta continuando a lavorare. “Una delle più recenti acquisizioni è stata Vitalhealth, grazie a cui si può da remoto fare follow up ai pazienti che hanno avuto il Covid o sono Covid, per controllare e monitorare le loro condizioni”.
Più che mai attuale diventa il discorso della connessione. “Un altro progetto che stavamo già portando avanti nel 2019 è ‘Vicini di salute’, iniziato con Pfizer con alcuni ospedali italiani e in collaborazione con la School of Management del Politecnico di Milano, finalizzato a supportare il paziente cronico e oncologico che richiede controlli e cure in maniera continuativa. I risultati sono stati molto positivi, e sarà ampliato in altri ospedali e in diverse regioni”. A partire dal momento critico della pandemia globale, tre mesi fa, l’azienda ha contribuito con monitor, telemetrie, ventilatori. “C’è stata una forte richiesta e bisognava fare in fretta. Con i nostri tecnici in ospedale abbiamo realizzato installazioni a tempo di record”. La Philips è a Milano e molti dei suoi dipendenti risiedono a Bergamo. Quel 21 febbraio a Codogno, Comandé lo ricorda con la stessa emozione dell’11 settembre. Un venerdì sera. “Stavo tornando a casa, quasi alle 20, avverto che qualcosa stava per scoppiare. Dovevo decidere cosa fare per tutelare la sicurezza dei nostri lavoratori, capire a che livello di rischio li stavamo esponendo. Nel primo comitato di crisi organizzato la mattina dopo, sul tavolo c’erano decisioni drastiche: mettere tutti in smart work e continuare a supportare i nostri clienti, essere tempestivi anche durante il week end e garantire la continuità del business. Mi sono confrontata con diverse dimensioni del problema. In quella fase iniziale, inaspettata e concitata, lo scenario esterno era mutevole, con ordinanze una dietro l’altra e leggi da capire e interpretare. Il mio compito era fare le scelte giuste per l’azienda e per il mio team. Sono felice perché la nostra strategia si è rivelata corretta”. Ingegnere chimico, laureata nell’aprile del 1999 a Genova, città dove ha sempre vissuto e che ama, Simona Comandé ha per quasi venti anni seguito un percorso professionale all’interno di aziende multinazionali leader nell’healthcare come J&J Medical e Cardinal Health.
La manager è nata a Lahti, in Finlandia, nel novembre del 1974, figlia unica di padre siciliano, Vincenzo, direttore delle vendite estere della Bianchi, e di madre finlandese, Tuula, insegnante di italiano e francese. Empatia e resilienza sono le doti che pensa di aver ereditato da ognuno dei genitori. “Un mix tra la persona molto razionale e strutturata che sono per parte materna, scandinava e metodica, e quella empatica e curiosa, proprio come era mio padre, mancato quattro anni fa. Al quale, da quando non c’è, sento di rassomigliare sempre di più”. L’ingegneria chimica a indirizzo ambientale era il sogno professionale della giovane Simona. Ma poi mossa da un sano pragmatismo, dopo la laurea si getta nel lavoro temporaneo. “Una delle cose che ho imparato sulla mia pelle è mai dire mai”. Succede che risponde a un annuncio di Johnson & Johnson come venditore di dispositivi medici. “Se penso a come ero a vent’anni. Timida e insicura. In conflitto con me stessa. Mi stavo sfidando, non ero preparata ad affrontare la vita, ma dovevo mettermi alla prova e quel lavoro a poco a poco mi stava appassionando”. Health care, marketing, “in quello che facevo percepivo il senso di poter essere di aiuto alle persone”.
Il lavoro la fa viaggiare tanto, all’inizio a livello nazionale, e per la Cardinal Healt che nel 2015 ha acquisito la società Cordis da Johnson & Johnson. “La curiosità di conoscere paesi e confrontarmi con persone nuove mi viene dalla mia famiglia. Ero responsabile Emea. Sono stati due anni e mezzo di trasferte molto interessanti: Francia, Svizzera, Russia, Israele, che ancora oggi è parte della mia responsabilità, Dubai con i mercati emergenti. Stavo bene e mi piaceva quello che facevo. Non pensavo di cambiare lavoro.
Quando mi sono venuti a cercare, prima ho detto grazie no, non sono interessata. Conoscevo bene il business, era un’area di comfort. Ma dopo la morte di mio padre ho ragionato sul fatto che era venuto il momento di verificare le mie capacità. Di vedere se ero veramente brava. E mi sono sentita in grado di affrontare un altro impegno, stimolata anche dal fatto che la Philips, un’azienda con più di 100 anni, si fosse coraggiosamente convertita all’health”. A Simona Comandé oggi rispondono in Italia 600 persone, 50 in Grecia e 40 in Israele.
Parità uomo donna, uguali opportunità di carriera. “Sono fortunata, ho lavorato in multinazionali dove l’equilibrio tra i due sessi è forte. Non credo di aver mai gareggiato. Ho conosciuto dei contesti professionali positivi, non ho dovuto sgomitare, semmai sono stata in competizione con me stessa. In genere la donna si aspetta che qualcuno riconosca la sua bravura, mentre l’uomo è più ambizioso. E io lavoravo sodo. Poi un giorno uno dei capi mi rivolge una domanda che fa scattare in me una reazione. Simona, ma tu il numero sul pettorale te lo vuoi mettere o no? Vuoi correre la maratona? Sono arrossita. Mi ha fatto capire che volevo e dovevo fare un salto in avanti. Nel carattere sono cambiata moltissimo, non so se in meglio, di sicuro in consapevolezza. In questo momento sono a un punto di equilibrio, mi sento giusta. Ma ci sono cose che devo sviluppare di più”. La manager vive vicino al mare, nella zona di Nervi. “Il mare è fonte di energie, è sempre stato il mio elemento fin da bambina, abbiamo una barchetta. Ho un compagno da 20 anni, una persona estremamente diversa da me, che fa ha un lavoro commerciale. Contribuisce alla mia stabilità. In questi mesi di lockdown ho apprezzato il piacere di stare in casa, mi sono presa cura di un giardino che non ho mai goduto così tanto. Quanto benessere in mezzo al verde. Appena è stato possibile ho organizzato una cena tra pochi amici. È emerso forte durante la pandemia il senso di comunità dei genovesi, una popolazione così spesso vittima di disastri tra frane e alluvioni. Proprio in questa fase abbiamo vissuto il grande orgoglio per il nostro ponte ricostruito, un orgoglio italiano per il cantiere che non ha mai smesso di lavorare. E il sindaco è stato bravo a gestire l’emergenza”.
Il lockdown per Simona Comandé ha lasciato il segno di una nuova consapevolezza, “che possiamo essere produttivi e lavorare tanto ma con un po’ più di spazio per noi stessi. Per cultura e tecnologie in Philips eravamo preparati, tutti hanno avuto accesso ai server aziendali senza dover essere fisicamente in ufficio. L’investimento in infrastrutture di connettività ci aiuta a continuare a lavorare e vivere una vita migliore”. Per le vacanze la manager ha deciso che rimarrà in Italia. “Mi godrò il mare della mia Liguria ma se posso farò anche una scappata in montagna. A contatto con la natura che non ha smesso di riprodursi, cerco riposo e tranquillità. Sto riprendendo a giocare a tennis, uno sport che mi diverte”.
La Philips Foundation, una realtà che ha come obiettivi aiuti sociali a livello internazionale, ha donato 100mila euro per supportare la Protezione Civile italiana e 50mila euro alla Croce rossa. Ha fornito due tende con 120 posti letto per creare ospedali da campo per sei mesi in due nosocomi italiani e spostarli in altri paesi che eventualmente ne avranno bisogno. “Io e tutto il mio team abbiamo sentito molto il dramma che si stava vivendo. La professionalità e la passione nel voler essere utili in quella emergenza mi hanno impressionato, non ho mai sentito nessuno che si lamentasse. Un’emozione grande ce l’hanno regalata i nostri tecnici che hanno suonato e cantato ‘Viva la vida’ dei Coldplay, un brano emblematico in un momento così difficile. C’è un grande cuore e, in maniera diversa, l’abbiamo espresso”.
“Stiamo gestendo la ripartenza. Fino a tre anni fa conoscevo la Philips come il marchio delle lampadine e delle televisioni. Si è trasformata in maniera radicale negli ultimi sette anni, dall’elettronica all’health care. La nostra mission è migliorare con le tecnologie sanitarie la vita di tre miliardi persone entro il 2030”. L’azienda è stata molto presente e direttamente impegnata nel contenimento del Covid 19 con la produzione di ventilatori polmonari e di tutte le apparecchiature utilizzate nelle terapie intensive, e nello sviluppo di soluzioni di telemedicina per aiutare medici e ospedali a gestire in sicurezza i flussi di pazienti colpiti dal virus. Connected care, assistenza connessa: il tema della digitalizzazione e telemedicina in cui Philips stava già investendo e sta continuando a lavorare. “Una delle più recenti acquisizioni è stata Vitalhealth, grazie a cui si può da remoto fare follow up ai pazienti che hanno avuto il Covid o sono Covid, per controllare e monitorare le loro condizioni”.
Più che mai attuale diventa il discorso della connessione. “Un altro progetto che stavamo già portando avanti nel 2019 è ‘Vicini di salute’, iniziato con Pfizer con alcuni ospedali italiani e in collaborazione con la School of Management del Politecnico di Milano, finalizzato a supportare il paziente cronico e oncologico che richiede controlli e cure in maniera continuativa. I risultati sono stati molto positivi, e sarà ampliato in altri ospedali e in diverse regioni”. A partire dal momento critico della pandemia globale, tre mesi fa, l’azienda ha contribuito con monitor, telemetrie, ventilatori. “C’è stata una forte richiesta e bisognava fare in fretta. Con i nostri tecnici in ospedale abbiamo realizzato installazioni a tempo di record”. La Philips è a Milano e molti dei suoi dipendenti risiedono a Bergamo. Quel 21 febbraio a Codogno, Comandé lo ricorda con la stessa emozione dell’11 settembre. Un venerdì sera. “Stavo tornando a casa, quasi alle 20, avverto che qualcosa stava per scoppiare. Dovevo decidere cosa fare per tutelare la sicurezza dei nostri lavoratori, capire a che livello di rischio li stavamo esponendo. Nel primo comitato di crisi organizzato la mattina dopo, sul tavolo c’erano decisioni drastiche: mettere tutti in smart work e continuare a supportare i nostri clienti, essere tempestivi anche durante il week end e garantire la continuità del business. Mi sono confrontata con diverse dimensioni del problema. In quella fase iniziale, inaspettata e concitata, lo scenario esterno era mutevole, con ordinanze una dietro l’altra e leggi da capire e interpretare. Il mio compito era fare le scelte giuste per l’azienda e per il mio team. Sono felice perché la nostra strategia si è rivelata corretta”. Ingegnere chimico, laureata nell’aprile del 1999 a Genova, città dove ha sempre vissuto e che ama, Simona Comandé ha per quasi venti anni seguito un percorso professionale all’interno di aziende multinazionali leader nell’healthcare come J&J Medical e Cardinal Health.
La manager è nata a Lahti, in Finlandia, nel novembre del 1974, figlia unica di padre siciliano, Vincenzo, direttore delle vendite estere della Bianchi, e di madre finlandese, Tuula, insegnante di italiano e francese. Empatia e resilienza sono le doti che pensa di aver ereditato da ognuno dei genitori. “Un mix tra la persona molto razionale e strutturata che sono per parte materna, scandinava e metodica, e quella empatica e curiosa, proprio come era mio padre, mancato quattro anni fa. Al quale, da quando non c’è, sento di rassomigliare sempre di più”. L’ingegneria chimica a indirizzo ambientale era il sogno professionale della giovane Simona. Ma poi mossa da un sano pragmatismo, dopo la laurea si getta nel lavoro temporaneo. “Una delle cose che ho imparato sulla mia pelle è mai dire mai”. Succede che risponde a un annuncio di Johnson & Johnson come venditore di dispositivi medici. “Se penso a come ero a vent’anni. Timida e insicura. In conflitto con me stessa. Mi stavo sfidando, non ero preparata ad affrontare la vita, ma dovevo mettermi alla prova e quel lavoro a poco a poco mi stava appassionando”. Health care, marketing, “in quello che facevo percepivo il senso di poter essere di aiuto alle persone”.
Il lavoro la fa viaggiare tanto, all’inizio a livello nazionale, e per la Cardinal Healt che nel 2015 ha acquisito la società Cordis da Johnson & Johnson. “La curiosità di conoscere paesi e confrontarmi con persone nuove mi viene dalla mia famiglia. Ero responsabile Emea. Sono stati due anni e mezzo di trasferte molto interessanti: Francia, Svizzera, Russia, Israele, che ancora oggi è parte della mia responsabilità, Dubai con i mercati emergenti. Stavo bene e mi piaceva quello che facevo. Non pensavo di cambiare lavoro.
Quando mi sono venuti a cercare, prima ho detto grazie no, non sono interessata. Conoscevo bene il business, era un’area di comfort. Ma dopo la morte di mio padre ho ragionato sul fatto che era venuto il momento di verificare le mie capacità. Di vedere se ero veramente brava. E mi sono sentita in grado di affrontare un altro impegno, stimolata anche dal fatto che la Philips, un’azienda con più di 100 anni, si fosse coraggiosamente convertita all’health”. A Simona Comandé oggi rispondono in Italia 600 persone, 50 in Grecia e 40 in Israele.
Parità uomo donna, uguali opportunità di carriera. “Sono fortunata, ho lavorato in multinazionali dove l’equilibrio tra i due sessi è forte. Non credo di aver mai gareggiato. Ho conosciuto dei contesti professionali positivi, non ho dovuto sgomitare, semmai sono stata in competizione con me stessa. In genere la donna si aspetta che qualcuno riconosca la sua bravura, mentre l’uomo è più ambizioso. E io lavoravo sodo. Poi un giorno uno dei capi mi rivolge una domanda che fa scattare in me una reazione. Simona, ma tu il numero sul pettorale te lo vuoi mettere o no? Vuoi correre la maratona? Sono arrossita. Mi ha fatto capire che volevo e dovevo fare un salto in avanti. Nel carattere sono cambiata moltissimo, non so se in meglio, di sicuro in consapevolezza. In questo momento sono a un punto di equilibrio, mi sento giusta. Ma ci sono cose che devo sviluppare di più”. La manager vive vicino al mare, nella zona di Nervi. “Il mare è fonte di energie, è sempre stato il mio elemento fin da bambina, abbiamo una barchetta. Ho un compagno da 20 anni, una persona estremamente diversa da me, che fa ha un lavoro commerciale. Contribuisce alla mia stabilità. In questi mesi di lockdown ho apprezzato il piacere di stare in casa, mi sono presa cura di un giardino che non ho mai goduto così tanto. Quanto benessere in mezzo al verde. Appena è stato possibile ho organizzato una cena tra pochi amici. È emerso forte durante la pandemia il senso di comunità dei genovesi, una popolazione così spesso vittima di disastri tra frane e alluvioni. Proprio in questa fase abbiamo vissuto il grande orgoglio per il nostro ponte ricostruito, un orgoglio italiano per il cantiere che non ha mai smesso di lavorare. E il sindaco è stato bravo a gestire l’emergenza”.
Il lockdown per Simona Comandé ha lasciato il segno di una nuova consapevolezza, “che possiamo essere produttivi e lavorare tanto ma con un po’ più di spazio per noi stessi. Per cultura e tecnologie in Philips eravamo preparati, tutti hanno avuto accesso ai server aziendali senza dover essere fisicamente in ufficio. L’investimento in infrastrutture di connettività ci aiuta a continuare a lavorare e vivere una vita migliore”. Per le vacanze la manager ha deciso che rimarrà in Italia. “Mi godrò il mare della mia Liguria ma se posso farò anche una scappata in montagna. A contatto con la natura che non ha smesso di riprodursi, cerco riposo e tranquillità. Sto riprendendo a giocare a tennis, uno sport che mi diverte”.
La Philips Foundation, una realtà che ha come obiettivi aiuti sociali a livello internazionale, ha donato 100mila euro per supportare la Protezione Civile italiana e 50mila euro alla Croce rossa. Ha fornito due tende con 120 posti letto per creare ospedali da campo per sei mesi in due nosocomi italiani e spostarli in altri paesi che eventualmente ne avranno bisogno. “Io e tutto il mio team abbiamo sentito molto il dramma che si stava vivendo. La professionalità e la passione nel voler essere utili in quella emergenza mi hanno impressionato, non ho mai sentito nessuno che si lamentasse. Un’emozione grande ce l’hanno regalata i nostri tecnici che hanno suonato e cantato ‘Viva la vida’ dei Coldplay, un brano emblematico in un momento così difficile. C’è un grande cuore e, in maniera diversa, l’abbiamo espresso”.