Economia

Recovery Fund, venerdì primo round tra i leader Ue

Per l'approvazione bisognerà superare l'opposizione dei “frugali”, ovvero Austria, Olanda, Danimarca e Svezia che puntano a ridurne l’importo introducendo condizioni più stringenti. Altro scoglio quello posto da "Visegrad", ovvero Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. Ci sarebbe già un nuovo appuntamento fissato per il 9 e 10 luglio
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BRUXELLES - Ci vorrà almeno un mese per capire se il Recovery Fund da 750 miliardi proposto dalla Commissione europea sarà accettato dai governi dell’Unione. Dopo giorni di studio, tatticismi e contatti a livello diplomatico, in settimana saranno finalmente i capi di Stato e di governo a prendere in mano il dossier messo sul tavolo da Ursula von der Leyen lo scorso 23 maggio. I leader si riuniranno, ancora una volta in videoconferenza, venerdì prossimo. Tuttavia a Bruxelles e nelle capitali si dà per scontato che il summit non sarà risolutivo. Servirà a cristallizzare le posizioni, capire i possibili margini negoziali e preparare le successive trattative in vista di un luglio che già oggi si preannuncia infuocato.
 
Il primo luglio si aprirà il semestre di presidenza di turno tedesca dell’Unione, con Angela Merkel, raccontano fonti europee in contatto con Berlino, decisa a chiudere il Recovery entro la pausa estiva. La proposta della Commissione prevede di versare ai governi più colpiti dal Covid e dalla successiva crisi economica 500 miliardi a fondo perduto, da non rimborsare, e 250 di prestiti a tassi prossimi allo zero. Un bazooka da 750 miliardi per la prima volta raccolti sul mercato da Bruxelles attraverso gli Eurobond chiamati a evitare la bancarotta – letale per l’eurozona - di Italia e Spagna. Fondi da sommare ai 540 miliardi di prestiti già messi a disposizione da Mes, Bei e Commissione europea (“Sure”).  L’Italia, se sarà in grado di organizzare riforme e progetti di investimento all’altezza, potrebbe incassare dal Recovery 172 miliardi, primo beneficiario dell’Unione davanti alla Spagna. A questi soldi si aggiungono i potenziali 36 miliardi per la sanità del Mes, i 20 per la cassa integrazione di Sure e i 40 per le imprese della Bei.
 
Sono però due i fronti che per ragioni diverse si oppongono al Recovery Fund. I più agguerriti sono i “frugali”, ovvero Austria, Olanda, Danimarca e Svezia. Per ragioni politiche e di opinione pubblica, contestano il meccanismo, vogliono abbassarne l’importo, tagliare i sussidi a fondo perduto e rendere più stringenti le condizioni con le quali vengono versati i soldi. A questo gruppo si sommano i Visegrad, ovvero Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. La loro opposizione viene valutata più opportunistica, quindi meno difficile da superare. In sostanza, vogliono partecipare alla festa. Pur essendo stati poco colpiti dalla pandemia e pur prendendo già valanghe di soldi dai normali fondi europei, vogliono che il Recovery sia più generoso verso di loro.

(ansa)

 
Ecco allora che si dà per scontato che il summit di venerdì non riuscirà a mettere tutti d’accordo. Già oggi è (ufficiosamente) previsto un secondo vertice per il 9-10 luglio, quando per la prima volta dall’inizio della pandemia i leader potrebbero tornare a riunirsi di persona a Bruxelles. Se anche questo secondo Consiglio europeo dovesse andare a vuoto, con ogni probabilità i capi di Stato e di governo voleranno di nuovo nella capitale dell’Unione la terza settimana di luglio.
 
Alcuni governi temono tuttavia che nonostante il calendario serrato e la ferrea volontà politica di Merkel di trovare un accordo, si potrebbe slittare a settembre. Timore fondato, ma al momento percepito come residuale dalla maggioranza degli addetti ai lavori. Sono diverse le piste per arrivare a un possibile compromesso tra i Ventisette. Da leggere in modo (almeno in parte, ma lo deciderà l’andamento dei negoziati) cumulativo. Primo, per convincere i nordici ad essere meno intransigenti è pressoche certo che sul tavolo verrà messa la possibilità di “salvare” integralmente i loro rebates, ovvero gli sconti di thatcheriana memoria al contributo al bilancio europeo dei quali godono da decenni che oggi, dopo la Brexit, sono considerati anacronistici dagli altri partner. Così come per convincere i Visegrad potrebbero essere in parte cambiati i criteri di allocazione dei fondi del Recovery per allargare la loro quota.
 
Altro punto su cui si starebbe ragionando a Berlino, sarebbe una leggera sforbiciata all’importo del Fondo. Ursula von der Leyen ha potuto sorprendere tutti proponendo un Recovery da 750 miliardi grazie alla lettera firmata da Macron e Merkel con la quale la Cancelliera ha compiuto lo storico passo di accettare gli Eurobond e 500 miliardi di sussidi a fondo perduto. La presidente della Commissione ha voluto essere ancora più ambiziosa, probabilmente proprio per ragioni tattiche, e aggiungere 250 miliardi di prestiti. Ecco, a Berlino starebbero pensando di tagliare questa seconda parte di fondi, meno appetibili e meno utili per Italia e Spagna rispetto agli aiuti secchi, per permettere a Kurz, Rutte e ai loro alleati di sbandierare in patria un piccolo successo. Più complicato invece appare andare incontro alla richiesta dei frugali di rendere più stringenti le condizioni per accedere ai soldi europei. Il negoziato è pronto a cominciare e sarà durissimo, anche se non impossibile.