La terza via degli imprenditori all’opposizione
Roberto Mania , di ROBERTO MANIAVogliono “democrazia negoziale”, per dare spazio nel confronto alle parti sociali
La Confindustria è diventata l’opposizione più visibile — e forse anche più credibile — al governo Conte. Fa comodo alla destra, ma Carlo Bonomi sta giocando in politica una partita in proprio, del tutta inedita e non senza rischi, anche per la democrazia. Gli industriali del “quarto capitalismo” delle medie imprese, che si trascinano nel mercato globale le piccolissime devastate dal Covid-19, hanno deciso di rappresentarsi da sé, senza mediazioni di partiti. Nella terza Repubblica tripolare hanno scelto la terza via: né con il governo, né con l’opposizione. Ma per se stessi. Non un partito, ma qualcosa di diverso da una semplice lobby dalla “visione corta”, tutta tattica e niente strategia.
Così ieri a Villa Pamphilj il leader di Confindustria ha presentato al governo il programma degli industriali, l’agenda di “Italia 2030”, una serie di proposte (raccolte in un volume…
Così ieri a Villa Pamphilj il leader di Confindustria ha presentato al governo il programma degli industriali, l’agenda di “Italia 2030”, una serie di proposte (raccolte in un volume…
La Confindustria è diventata l’opposizione più visibile — e forse anche più credibile — al governo Conte. Fa comodo alla destra, ma Carlo Bonomi sta giocando in politica una partita in proprio, del tutta inedita e non senza rischi, anche per la democrazia. Gli industriali del “quarto capitalismo” delle medie imprese, che si trascinano nel mercato globale le piccolissime devastate dal Covid-19, hanno deciso di rappresentarsi da sé, senza mediazioni di partiti. Nella terza Repubblica tripolare hanno scelto la terza via: né con il governo, né con l’opposizione. Ma per se stessi. Non un partito, ma qualcosa di diverso da una semplice lobby dalla “visione corta”, tutta tattica e niente strategia.
Così ieri a Villa Pamphilj il leader di Confindustria ha presentato al governo il programma degli industriali, l’agenda di “Italia 2030”, una serie di proposte (raccolte in un volume) per lo sviluppo per recuperare 25 anni di immobilità. Si va dal mercato del lavoro al fisco, dalla sostenibilità energetica e ambientale alla nuova fabbrica digitale, dalle città del futuro all’Europa. Ricette pensate perlopiù a sinistra, o da intellettuali di una sinistra liberale. A coordinare il lavoro l’economista Marcello Messori, dalemiano d’origine e sempre vicino alla Cgil. Nel comitato dei garanti anche Giuliano Amato.
Ma il cuore delle proposte — questa volta — non è l’economia bensì la democrazia. La “democrazia negoziale”, però. È questa che interessa Carlo Bonomi che riprende il saggio (fa parte del libro) di Carlo Trigilia, professore di Sociologia economica a Firenze, accademico dei Lincei e ministro per la Coesione territoriale nel governo guidato da Enrico Letta. La “democrazia negoziale”, dunque contrapposta a quella “maggioritaria”. La prima che esalta la funzione (anche, se non soprattutto, negoziale) degli attori sociali (sindacati e imprese) insieme ai rappresentanti politici, la seconda che dà vita ai partiti personali e alle leadership individuali e produce più diseguaglianza e meno inclusione.
Trigilia ne ha scritto più ampiamente nell’ultimo fascicolo del Mulino. La strategia di Bonomi nasce da questa lettura. «La democrazia negoziale — scrive Trigilia — si accompagna a uno sviluppo più inclusivo. In questo caso ci troviamo di fronte a “economie coordinate” nelle quali lo spazio del mercato è più limitato ed è integrato con forme di regolazione istituzionale (che coinvolgono i governi con le organizzazioni degli interessi)». Si tratta di un modello che ricorda molto quella della concertazione dei primi anni Novanta del secolo scorso che portò al protocollo del luglio 1993 sulla politica dei redditi con il governo di Carlo Azeglio Ciampi.
Anche allora alle parti sociali, sotto la spinta di una doppia emergenza, quella economica e quella istituzionale, fu affidato una funzione pubblica, quasi una supplenza della politica con i partiti travolti da Tangentopoli. Bonomi punta a riproporre quello schema. Scommette sulla debolezza dell’esecutivo Conte, sulla fragilità del partito di maggioranza relativa (i Cinquestelle), che percepisce anche come il maggiore nemico delle imprese (è a loro che si riferisce quando parla di una «cultura anti-imprese»), e sulle difficoltà della stessa alleanza giallo-rossa a prendere decisioni strategiche, dall’utilizzo del fondo Salva-Stati (il Mes) alle questioni Autostrade, Ilva, Alitalia.
Ma il leader della Confindustria teme anche la possibilità che si rafforzi l’asse tra il premier Conte e i capi dei sindacati Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Anna Maria Furlan e Carmelo Barbagallo dopo aver subito — in piena pandemia — il protocollo sulla sicurezza per la riapertura delle fabbriche. Bonomi vuole contare, cerca lo spazio per la sua agibilità politica senza compromessi — per ora — con i vari partiti. Per strappare (qui c’è sapore di lobby anziché di policy) più risorse possibili per nascondere le profonde lacune del capitalismo nostrano: nanismo dimensionale, carenza di investimenti, scarsità di innovazione, mancanza di cultura manageriale. I noti difetti del capitalismo di relazione o dei capitalisti senza capitali, che cominciano a far dire a molti nelle varie sedi confindustriali: «Va bene criticare il governo, ma prima o poi bisognerà vedere come parlarsi e come negoziare». E questa non è solo una questione di “democrazia negoziale”, con il fatturato industriale che ha segnato ad aprile un meno 46,9 per cento.
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Così ieri a Villa Pamphilj il leader di Confindustria ha presentato al governo il programma degli industriali, l’agenda di “Italia 2030”, una serie di proposte (raccolte in un volume) per lo sviluppo per recuperare 25 anni di immobilità. Si va dal mercato del lavoro al fisco, dalla sostenibilità energetica e ambientale alla nuova fabbrica digitale, dalle città del futuro all’Europa. Ricette pensate perlopiù a sinistra, o da intellettuali di una sinistra liberale. A coordinare il lavoro l’economista Marcello Messori, dalemiano d’origine e sempre vicino alla Cgil. Nel comitato dei garanti anche Giuliano Amato.
Ma il cuore delle proposte — questa volta — non è l’economia bensì la democrazia. La “democrazia negoziale”, però. È questa che interessa Carlo Bonomi che riprende il saggio (fa parte del libro) di Carlo Trigilia, professore di Sociologia economica a Firenze, accademico dei Lincei e ministro per la Coesione territoriale nel governo guidato da Enrico Letta. La “democrazia negoziale”, dunque contrapposta a quella “maggioritaria”. La prima che esalta la funzione (anche, se non soprattutto, negoziale) degli attori sociali (sindacati e imprese) insieme ai rappresentanti politici, la seconda che dà vita ai partiti personali e alle leadership individuali e produce più diseguaglianza e meno inclusione.
Trigilia ne ha scritto più ampiamente nell’ultimo fascicolo del Mulino. La strategia di Bonomi nasce da questa lettura. «La democrazia negoziale — scrive Trigilia — si accompagna a uno sviluppo più inclusivo. In questo caso ci troviamo di fronte a “economie coordinate” nelle quali lo spazio del mercato è più limitato ed è integrato con forme di regolazione istituzionale (che coinvolgono i governi con le organizzazioni degli interessi)». Si tratta di un modello che ricorda molto quella della concertazione dei primi anni Novanta del secolo scorso che portò al protocollo del luglio 1993 sulla politica dei redditi con il governo di Carlo Azeglio Ciampi.
Anche allora alle parti sociali, sotto la spinta di una doppia emergenza, quella economica e quella istituzionale, fu affidato una funzione pubblica, quasi una supplenza della politica con i partiti travolti da Tangentopoli. Bonomi punta a riproporre quello schema. Scommette sulla debolezza dell’esecutivo Conte, sulla fragilità del partito di maggioranza relativa (i Cinquestelle), che percepisce anche come il maggiore nemico delle imprese (è a loro che si riferisce quando parla di una «cultura anti-imprese»), e sulle difficoltà della stessa alleanza giallo-rossa a prendere decisioni strategiche, dall’utilizzo del fondo Salva-Stati (il Mes) alle questioni Autostrade, Ilva, Alitalia.
Ma il leader della Confindustria teme anche la possibilità che si rafforzi l’asse tra il premier Conte e i capi dei sindacati Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Anna Maria Furlan e Carmelo Barbagallo dopo aver subito — in piena pandemia — il protocollo sulla sicurezza per la riapertura delle fabbriche. Bonomi vuole contare, cerca lo spazio per la sua agibilità politica senza compromessi — per ora — con i vari partiti. Per strappare (qui c’è sapore di lobby anziché di policy) più risorse possibili per nascondere le profonde lacune del capitalismo nostrano: nanismo dimensionale, carenza di investimenti, scarsità di innovazione, mancanza di cultura manageriale. I noti difetti del capitalismo di relazione o dei capitalisti senza capitali, che cominciano a far dire a molti nelle varie sedi confindustriali: «Va bene criticare il governo, ma prima o poi bisognerà vedere come parlarsi e come negoziare». E questa non è solo una questione di “democrazia negoziale”, con il fatturato industriale che ha segnato ad aprile un meno 46,9 per cento.
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