Stati generali, la voce grossa di Confindustria
di SERGIO RIZZOOggi a Villa Pamphili Bonomi incontra Conte. Ma i rapporti con il governo restano tesi. Mancanza di fiducia nell'esecutivo e ricerca della centralità perduta dietro le severe critiche degli imprenditori
In altri tempi, quello di oggi a questi surreali Stati generali dell’Economia sarebbe stato il giorno clou. Inutile dire che molte cose negli anni sono cambiate. Il peso della Confindustria non è più lo stesso, nel senso che si è molto alleggerito, e il governo attuale non sembra così sensibile alle grida di dolore degli imprenditori come in certi periodi d’oro, ormai assai lontani. Detto questo non stupisce che il nuovo presidente Carlo Bonomi abbia scelto di indirizzare nelle ultime settimane colpi durissimi verso palazzo Chigi. La sua Confindustria prima ha sparato a palle incatenate contro i bizantinismi delle misure governative per risollevare l’economia. Poi lui stesso in una intervista a Repubblica ha attaccato frontalmente il governo di Giuseppe Conte con giudizi spietati. “Questa politica rischia di fare più danni del Covid”, ha detto al nostro Roberto Mania. E poi giù stoccate sul presunto ritorno allo s…
In altri tempi, quello di oggi a questi surreali Stati generali dell’Economia sarebbe stato il giorno clou. Inutile dire che molte cose negli anni sono cambiate. Il peso della Confindustria non è più lo stesso, nel senso che si è molto alleggerito, e il governo attuale non sembra così sensibile alle grida di dolore degli imprenditori come in certi periodi d’oro, ormai assai lontani. Detto questo non stupisce che il nuovo presidente Carlo Bonomi abbia scelto di indirizzare nelle ultime settimane colpi durissimi verso palazzo Chigi. La sua Confindustria prima ha sparato a palle incatenate contro i bizantinismi delle misure governative per risollevare l’economia. Poi lui stesso in una intervista a Repubblica ha attaccato frontalmente il governo di Giuseppe Conte con giudizi spietati. “Questa politica rischia di fare più danni del Covid”, ha detto al nostro Roberto Mania. E poi giù stoccate sul presunto ritorno allo statalismo e sulla carenza di piani credibili per il rilancio ("manca visione anche nella Fase 3"), condite da una frecciata anche al sindacato.
Il volume delle sue proteste non deve sorprendere: Bonomi evidentemente vuole riportare la Confindustria al centro delle manovre sull’economia dal margine al quale da molto tempo era invece finita relegata. E la voce grossa anziché i toni felpati possono forse avere un senso, anche se la Confindustria di oggi è molto diversa da quella dei tempi andati. Non c’è più la Fiat, e gli azionisti di maggioranza relativa sono le grandi imprese di stato, la cui influenza all’interno dell’organizzazione degli imprenditori è anzi destinata a estendersi ancora. Basta questo per delineare un campo di gioco radicalmente diverso.
Non che certe lamentele circa il modo di procedere seguito fin qui siano infondate. Su Repubblica abbiamo subito dato conto delle difficoltà che non soltanto le imprese, ma anche e soprattutto i paria delle partite Iva, i precari e i diseredati, stanno faticosamente affrontando per avere gli aiuti dello stato. La vicenda della cassa integrazione in deroga, a questo proposito, ha semplicemente dell’incredibile. Così come questo giornale non ha risparmiato le critiche al diluvio di provvedimenti, task force, annunci di piani e promesse di semplificazione (mai attuate) che denuncia uno stato di idee in confusione. Culminato peraltro in una passerella di discutibile utilità in un momento nel quale sarebbero necessarie meno chiacchiere e più concretezza. Cose purtroppo già viste.
Ma anche dalla Confindustria di Bonomi, oltre a recriminazioni comprensibili dal punto di vista delle imprese, non è che siano arrivati segnali forieri di un cambio di rotta. L’attacco alla Cgil di Maurizio Landini e alle richieste di aumenti salariali (“deve capire che il futuro è altro…”) sa di vecchio. Mentre oggi da parte della classe imprenditoriale sarebbe forse giusto attendersi un messaggio diverso. Quello che siccome siamo tutti nella stessa barca, e la barca sta facendo copiosamente acqua, bisognerebbe far maggiormente leva sulla responsabilità sociale delle imprese. Quella responsabilità sociale che oggi, al di là dei divieti di licenziare imposti da decreti legge scritti assai malamente, risulterebbe di importanza cruciale per salvare i posti di lavoro, le famiglie e la convivenza civile in una fase difficilissima. Nonché, paradossalmente, pure i profitti delle stesse imprese. Uno sforzo di generosità e fiducia nel Paese, servirebbe: ed è quello che in un passaggio storico come questo vorremmo vedere. Lo stato faccia la sua parte e la faccia molto meglio, ma anche gli imprenditori non si tirino indietro. Così pure il sindacato, tanto più quello del pubblico impiego dove non sono mancati esempi di responsabilità non proprio adeguati alla gravità della situazione. Per una volta tanto, si alzi con coraggio l’asticella delle relazioni sociali. Soltanto così quello di oggi potrebbe essere davvero il giorno clou di questi incomprensibili Stati generali: le scaramucce con i politici in favore di telecamere, per favore, lasciamole a un altro momento.
Il volume delle sue proteste non deve sorprendere: Bonomi evidentemente vuole riportare la Confindustria al centro delle manovre sull’economia dal margine al quale da molto tempo era invece finita relegata. E la voce grossa anziché i toni felpati possono forse avere un senso, anche se la Confindustria di oggi è molto diversa da quella dei tempi andati. Non c’è più la Fiat, e gli azionisti di maggioranza relativa sono le grandi imprese di stato, la cui influenza all’interno dell’organizzazione degli imprenditori è anzi destinata a estendersi ancora. Basta questo per delineare un campo di gioco radicalmente diverso.
Non che certe lamentele circa il modo di procedere seguito fin qui siano infondate. Su Repubblica abbiamo subito dato conto delle difficoltà che non soltanto le imprese, ma anche e soprattutto i paria delle partite Iva, i precari e i diseredati, stanno faticosamente affrontando per avere gli aiuti dello stato. La vicenda della cassa integrazione in deroga, a questo proposito, ha semplicemente dell’incredibile. Così come questo giornale non ha risparmiato le critiche al diluvio di provvedimenti, task force, annunci di piani e promesse di semplificazione (mai attuate) che denuncia uno stato di idee in confusione. Culminato peraltro in una passerella di discutibile utilità in un momento nel quale sarebbero necessarie meno chiacchiere e più concretezza. Cose purtroppo già viste.
Ma anche dalla Confindustria di Bonomi, oltre a recriminazioni comprensibili dal punto di vista delle imprese, non è che siano arrivati segnali forieri di un cambio di rotta. L’attacco alla Cgil di Maurizio Landini e alle richieste di aumenti salariali (“deve capire che il futuro è altro…”) sa di vecchio. Mentre oggi da parte della classe imprenditoriale sarebbe forse giusto attendersi un messaggio diverso. Quello che siccome siamo tutti nella stessa barca, e la barca sta facendo copiosamente acqua, bisognerebbe far maggiormente leva sulla responsabilità sociale delle imprese. Quella responsabilità sociale che oggi, al di là dei divieti di licenziare imposti da decreti legge scritti assai malamente, risulterebbe di importanza cruciale per salvare i posti di lavoro, le famiglie e la convivenza civile in una fase difficilissima. Nonché, paradossalmente, pure i profitti delle stesse imprese. Uno sforzo di generosità e fiducia nel Paese, servirebbe: ed è quello che in un passaggio storico come questo vorremmo vedere. Lo stato faccia la sua parte e la faccia molto meglio, ma anche gli imprenditori non si tirino indietro. Così pure il sindacato, tanto più quello del pubblico impiego dove non sono mancati esempi di responsabilità non proprio adeguati alla gravità della situazione. Per una volta tanto, si alzi con coraggio l’asticella delle relazioni sociali. Soltanto così quello di oggi potrebbe essere davvero il giorno clou di questi incomprensibili Stati generali: le scaramucce con i politici in favore di telecamere, per favore, lasciamole a un altro momento.