Quando oggi pomeriggio al dicastero delle Infrastrutture si terrà l'incontro decisivo sul destino di Autostrade, i vertici di Aspi troveranno sul tavolo una pistola pronta a sparare. A caricarla è stata ieri la Consulta, riconoscendo la legittimità dell'estromissione del concessionario dalla ricostruzione del ponte Morandi. E stavolta il governo ha tutta l'intenzione di usarla.
Sull'onda del verdetto favorevole, la task force incaricata di concludere la trattativa lancerà un ultimatum molto chiaro: o l'azienda di proprietà della famiglia Benetton accetta il pacchetto di condizioni stabilito dai giallorossi - taglio del 5% delle tariffe sull'intera rete, 3 miliardi di transazione tombale e controllo pubblico della società - oppure si procederà con la revoca. Senza porre altro tempo in mezzo.
Sono queste le regole di ingaggio ricevute dal segretario generale di Palazzo Chigi Roberto Chieppa e dai capi di gabinett…
Sull'onda del verdetto favorevole, la task force incaricata di concludere la trattativa lancerà un ultimatum molto chiaro: o l'azienda di proprietà della famiglia Benetton accetta il pacchetto di condizioni stabilito dai giallorossi - taglio del 5% delle tariffe sull'intera rete, 3 miliardi di transazione tombale e controllo pubblico della società - oppure si procederà con la revoca. Senza porre altro tempo in mezzo.
Sono queste le regole di ingaggio ricevute dal segretario generale di Palazzo Chigi Roberto Chieppa e dai capi di gabinett…
Quando oggi pomeriggio al dicastero delle Infrastrutture si terrà l'incontro decisivo sul destino di Autostrade, i vertici di Aspi troveranno sul tavolo una pistola pronta a sparare. A caricarla è stata ieri la Consulta, riconoscendo la legittimità dell'estromissione del concessionario dalla ricostruzione del ponte Morandi. E stavolta il governo ha tutta l'intenzione di usarla.
Sull'onda del verdetto favorevole, la task force incaricata di concludere la trattativa lancerà un ultimatum molto chiaro: o l'azienda di proprietà della famiglia Benetton accetta il pacchetto di condizioni stabilito dai giallorossi - taglio del 5% delle tariffe sull'intera rete, 3 miliardi di transazione tombale e controllo pubblico della società - oppure si procederà con la revoca. Senza porre altro tempo in mezzo.
Sono queste le regole di ingaggio ricevute dal segretario generale di Palazzo Chigi Roberto Chieppa e dai capi di gabinetto Luigi Carbone (Tesoro) e Alberto Stancanelli (Trasporti) per chiudere una partita che si trascina ormai da mesi. Protrarla oltre non si può più, specie dopo il clamore suscitato dalla lettera con cui il Mit ha formalizzato al commissario per la ricostruzione, Marco Bucci, le procedure per riaprire il nuovo ponte di Genova, che passano per la consegna dell'infrastruttura al concessionario: ovvero, ancora oggi, Autostrade per l'Italia. Nella speranza che i termini posti dal governo risultino così indigeribili - come già è stato in passato - da far saltare il banco. E rendere più agevole la risoluzione del contratto.
L'opzione per la quale il premier Giuseppe Conte, incapace a lungo di decidere, sembra ora propendere. L'onda emotiva suscitata dalla notizia che il viadotto progettato da Renzo Piano possa finire nelle mani dei Benetton, lo ha molto turbato. Un colpo d'immagine difficile da parare. E imputabile principalmente a lui. A causa del suo attendismo finito nel mirino del Movimento, non solo del Pd. "Sono tre mesi che gli chiedo di chiudere i dossier, non mi ha ascoltato ed ecco il risultato", si sfoga Nicola Zingaretti: "Il bubbone Autostrade è scoppiato. E il prossimo sarà l'Ilva".
Il premier, in missione a Madrid, fiuta l'aria. Capisce che si mette male. E a caldo tenta di scaricare la responsabilità su De Micheli e Gualtieri: "Io sono stato molto chiaro, ho già detto ai ministri più direttamente competenti che mi aspetto di chiudere la partita ad horas o comunque entro questa settimana". L'irritazione dei due colleghi arriva in un lampo nella capitale iberica. Costringendo Conte a un repentino dietrofront.
"È una situazione ormai inaccettabile: la concessione ad Aspi e i continui rinvii nella soluzione del problema si trascinano da troppo tempo", avvertirà poi a colloquio con alcuni giornalisti in un salotto dell'ambasciata italiana. "È venuto il momento di decidere ed è il motivo per il quale sul dossier coinvolgerò l'intero Consiglio dei ministri, non solo i due ministri interessati". La marcia indietro che il Pd pretendeva.
E sia chiaro: la consegna del nuovo viadotto ai Benetton è solo un passaggio tecnico, non anticipa affatto la scelta del governo. Anzi. "L'affidamento è temporaneo e non potevamo fare altrimenti", quasi si giustifica l'avvocato, come se la colpa dei continui rimandi non fosse sua. "Il problema semmai è più complesso", riflette, "riguarda l'intera concessione autostradale che va avanti dal 2008 e, come ha evidenziato la Corte dei Conti, tra opacità e criticità ha avvantaggiato nel tempo il concessionario e non certo lo Stato". Da qui il monito finale, assaggio di una sentenza che per Di Maio può avere un solo epilogo: "C'è una procedura di revoca avviata nei confronti di Aspi e ci sono tutti i presupposti per portarla avanti", conclude il capo del governo. "A questo punto, o dalla controparte arriva una proposta vantaggiosa per lo Stato, oppure non ci sono più le condizioni per proseguire".
Esattamente quanto oggi i vertici di Aspi si sentiranno dire dalla ministra De Micheli. Talmente infastidita per lo scaricabarile tentato da Conte, da decidere in solitudine, d'intesa con Gualtieri, di convocare Aspi al suo dicastero per tagliare il nodo gordiano che sta soffocando l'esecutivo. Insopportabile il pressing dei grillini che cercano di addossarle la responsabilità dei ritardi accumulati sul dossier, facendola passare per quella che vuole accordarsi coi Benetton, mentre loro esigono l'uscita totale della famiglia da Autostrade. Di Maio è perentorio: "Non devono più gestirle. Né tanto meno il ponte. Le promesse vanno mantenute".
Parole incomprensibili per il Nazareno: "I 5S governano da due anni. Non si capisce con chi se la prendono". E una sfida, per la ministra dei Trasporti. Decisa a portare in Cdm la norma che consentirà allo Stato di non consegnare il nuovo viadotto ad Aspi. Come? Approvando una modifica al decreto Genova che affida al commissario per la ricostruzione pure la gestione della infrastruttura. Il sindaco di Genova era contrario, ha resistito a lungo. Ma De Micheli va dritta. Lei le chiavi dell'ex Morandi ai Benetton non le consegnerà mai.
Sull'onda del verdetto favorevole, la task force incaricata di concludere la trattativa lancerà un ultimatum molto chiaro: o l'azienda di proprietà della famiglia Benetton accetta il pacchetto di condizioni stabilito dai giallorossi - taglio del 5% delle tariffe sull'intera rete, 3 miliardi di transazione tombale e controllo pubblico della società - oppure si procederà con la revoca. Senza porre altro tempo in mezzo.
Sono queste le regole di ingaggio ricevute dal segretario generale di Palazzo Chigi Roberto Chieppa e dai capi di gabinetto Luigi Carbone (Tesoro) e Alberto Stancanelli (Trasporti) per chiudere una partita che si trascina ormai da mesi. Protrarla oltre non si può più, specie dopo il clamore suscitato dalla lettera con cui il Mit ha formalizzato al commissario per la ricostruzione, Marco Bucci, le procedure per riaprire il nuovo ponte di Genova, che passano per la consegna dell'infrastruttura al concessionario: ovvero, ancora oggi, Autostrade per l'Italia. Nella speranza che i termini posti dal governo risultino così indigeribili - come già è stato in passato - da far saltare il banco. E rendere più agevole la risoluzione del contratto.
L'opzione per la quale il premier Giuseppe Conte, incapace a lungo di decidere, sembra ora propendere. L'onda emotiva suscitata dalla notizia che il viadotto progettato da Renzo Piano possa finire nelle mani dei Benetton, lo ha molto turbato. Un colpo d'immagine difficile da parare. E imputabile principalmente a lui. A causa del suo attendismo finito nel mirino del Movimento, non solo del Pd. "Sono tre mesi che gli chiedo di chiudere i dossier, non mi ha ascoltato ed ecco il risultato", si sfoga Nicola Zingaretti: "Il bubbone Autostrade è scoppiato. E il prossimo sarà l'Ilva".
Il premier, in missione a Madrid, fiuta l'aria. Capisce che si mette male. E a caldo tenta di scaricare la responsabilità su De Micheli e Gualtieri: "Io sono stato molto chiaro, ho già detto ai ministri più direttamente competenti che mi aspetto di chiudere la partita ad horas o comunque entro questa settimana". L'irritazione dei due colleghi arriva in un lampo nella capitale iberica. Costringendo Conte a un repentino dietrofront.
"È una situazione ormai inaccettabile: la concessione ad Aspi e i continui rinvii nella soluzione del problema si trascinano da troppo tempo", avvertirà poi a colloquio con alcuni giornalisti in un salotto dell'ambasciata italiana. "È venuto il momento di decidere ed è il motivo per il quale sul dossier coinvolgerò l'intero Consiglio dei ministri, non solo i due ministri interessati". La marcia indietro che il Pd pretendeva.
E sia chiaro: la consegna del nuovo viadotto ai Benetton è solo un passaggio tecnico, non anticipa affatto la scelta del governo. Anzi. "L'affidamento è temporaneo e non potevamo fare altrimenti", quasi si giustifica l'avvocato, come se la colpa dei continui rimandi non fosse sua. "Il problema semmai è più complesso", riflette, "riguarda l'intera concessione autostradale che va avanti dal 2008 e, come ha evidenziato la Corte dei Conti, tra opacità e criticità ha avvantaggiato nel tempo il concessionario e non certo lo Stato". Da qui il monito finale, assaggio di una sentenza che per Di Maio può avere un solo epilogo: "C'è una procedura di revoca avviata nei confronti di Aspi e ci sono tutti i presupposti per portarla avanti", conclude il capo del governo. "A questo punto, o dalla controparte arriva una proposta vantaggiosa per lo Stato, oppure non ci sono più le condizioni per proseguire".
Esattamente quanto oggi i vertici di Aspi si sentiranno dire dalla ministra De Micheli. Talmente infastidita per lo scaricabarile tentato da Conte, da decidere in solitudine, d'intesa con Gualtieri, di convocare Aspi al suo dicastero per tagliare il nodo gordiano che sta soffocando l'esecutivo. Insopportabile il pressing dei grillini che cercano di addossarle la responsabilità dei ritardi accumulati sul dossier, facendola passare per quella che vuole accordarsi coi Benetton, mentre loro esigono l'uscita totale della famiglia da Autostrade. Di Maio è perentorio: "Non devono più gestirle. Né tanto meno il ponte. Le promesse vanno mantenute".
Parole incomprensibili per il Nazareno: "I 5S governano da due anni. Non si capisce con chi se la prendono". E una sfida, per la ministra dei Trasporti. Decisa a portare in Cdm la norma che consentirà allo Stato di non consegnare il nuovo viadotto ad Aspi. Come? Approvando una modifica al decreto Genova che affida al commissario per la ricostruzione pure la gestione della infrastruttura. Il sindaco di Genova era contrario, ha resistito a lungo. Ma De Micheli va dritta. Lei le chiavi dell'ex Morandi ai Benetton non le consegnerà mai.