Benetton, il futuro passa dalle concessioni delle autostrade estere
Ettore Livini , di ETTORE LIVINIDal crollo del Morandi la famiglia ha perso in Borsa 2,8 miliardi, ma Edizione può contare su 10 mila km di tratte in gestione nel mondo
MILANO - Il crollo del Ponte Morandi costa (per ora) un buco di 2,8 miliardi in Borsa ai Benetton. Ma il lento addio ad Aspi non lascerà a mani vuote la famiglia di Ponzano Veneto che grazie al tesoretto rimasto in portafoglio - le torri di Cellnex, Fiumicino, gli Autogrill, 280 mila capi di bestiame in Argentina, gli immobili sugli Champs Elysées, la quota in Generali e i 10 mila km di autostrade che continuerà a gestire all'estero - potrà provare ad archiviare senza eccessivi traumi finanziari il dopo-Polcevera e a gestire i problemi aperti nei business di casa: quelli di Aeroporti di Roma e Autogrill - penalizzati dalla pandemia - e le croniche difficoltà di United Colors of Benetton che nell'ultimo biennio ha bruciato quasi 300 milioni.
Il costo della tragedia di Genova per la dinastia trevigiana è fotografato al centesimo da Piazza Affari: il 13 agosto del 2018, con il Morandi ancora in piedi, Atlantia capitalizzava in Borsa 20,5…
Il costo della tragedia di Genova per la dinastia trevigiana è fotografato al centesimo da Piazza Affari: il 13 agosto del 2018, con il Morandi ancora in piedi, Atlantia capitalizzava in Borsa 20,5…
MILANO - Il crollo del Ponte Morandi costa (per ora) un buco di 2,8 miliardi in Borsa ai Benetton. Ma il lento addio ad Aspi non lascerà a mani vuote la famiglia di Ponzano Veneto che grazie al tesoretto rimasto in portafoglio - le torri di Cellnex, Fiumicino, gli Autogrill, 280 mila capi di bestiame in Argentina, gli immobili sugli Champs Elysées, la quota in Generali e i 10 mila km di autostrade che continuerà a gestire all'estero - potrà provare ad archiviare senza eccessivi traumi finanziari il dopo-Polcevera e a gestire i problemi aperti nei business di casa: quelli di Aeroporti di Roma e Autogrill - penalizzati dalla pandemia - e le croniche difficoltà di United Colors of Benetton che nell'ultimo biennio ha bruciato quasi 300 milioni.
Il costo della tragedia di Genova per la dinastia trevigiana è fotografato al centesimo da Piazza Affari: il 13 agosto del 2018, con il Morandi ancora in piedi, Atlantia capitalizzava in Borsa 20,5 miliardi. Oggi siamo a 11,3 (-45%). Il valore del 30,2% in mano a Edizione holding - la cassaforte dei Benetton - è crollato nello stesso periodo da 6,2 a 3,4 miliardi.
Un salasso cui sono da aggiungere i danni reputazionali e il mancato incasso di un premio di maggioranza per il passaggio del controllo a Cdp. Non solo: la discesa al 10% del capitale chiuderà quasi del tutto il rubinetto di dividendi in arrivo da Aspi, che tra il 2008 e il 2019 ha distribuito 7,3 miliardi di cedole ad Atlantia.
Cosa faranno ora i Benetton senza Autostrade? Paradossalmente, ricominceranno proprio dalle autostrade. Quelle che controllano all'estero. I soldi spremuti dai caselli italiani hanno consentito ad Atlantia di costruire - grazie soprattutto all'acquisizione di Abertis - un network di 10 mila km di tratte in gestione tra Spagna, Francia, Brasile, Cile, Argentina, India e Polonia. Che nessuno ha messo in discussione dopo Genova. Una rete lunga il triplo di quella di Aspi e che garantisce ritorni altrettanto interessanti (6 miliardi di fatturato e quasi 4 di utile operativo nel 2019).
Questo cuscinetto di profitti dovrebbe consentire di ammortizzare almeno in parte il 2020 nero di Fiumicino - dove a giugno i passeggeri sono stati un decimo di quelli dell'anno precedente - delle aree di servizio, penalizzate dalla frenata del traffico e dalle misure di distanziamento, e dei maglioncini.
In pancia ad Atlantia - oltre ad Abertis - restano anche il servizio Telepass (valutato due miliardi in vista di una possibile quotazione), il 28% della società di costruzioni tedesca Hochtief e il 15% del tunnel sotto la Manica. E sommando i potenziali incassi per l'uscita dal capitale di Autostrade con i valori dei business in portafoglio, molte banche d'affari hanno fissato per la holding dei target di prezzo in Borsa superiori a quelli attuali.
A tranquillizzare i soci (una ventina) della holding di Ponzano Veneto c'è un altro paracadute: le attività comprate da Edizione nel corso degli anni grazie al processo di diversificazione finanziato dai profitti della moda prima e da quelli dei caselli poi: nel portafoglio della stanza dei bottoni della famiglia c'è una quota del 16% delle torri di Cellnex che da sola vale 3,6 miliardi (il triplo rispetto all'investimento iniziale), oltre al 4% di Generali (850 milioni il valore) e al 2% di Mediobanca.
Non solo: i Benetton controllano anche 111 immobili di prestigio - valore di carico (sottostimato di molto) superiore ai 500 milioni - tra cui il Fondaco dei tedeschi a Venezia, una struttura a due passi dall'Arco di trionfo a Parigi e l'edificio di Piazza Augusto Imperatore a Roma, comprato un anno e mezzo fa - dopo il crollo del Morandi - dal Fondo di immobili pubblici per 150 milioni.
E a completare le proprietà immobiliari ci sono quelle in campagna: la tenuta di Maccarese - dove si producono 15 milioni di litri di latte l'anno - e i 940 mila ettari di terra - 10 mila chilometri quadrati - nel sud dell'Argentina. Spazio e business più che sufficienti per provare a rimarginare le ferite finanziarie lasciate a Ponzano Veneto dalla tragedia del Morandi.
Il costo della tragedia di Genova per la dinastia trevigiana è fotografato al centesimo da Piazza Affari: il 13 agosto del 2018, con il Morandi ancora in piedi, Atlantia capitalizzava in Borsa 20,5 miliardi. Oggi siamo a 11,3 (-45%). Il valore del 30,2% in mano a Edizione holding - la cassaforte dei Benetton - è crollato nello stesso periodo da 6,2 a 3,4 miliardi.
Un salasso cui sono da aggiungere i danni reputazionali e il mancato incasso di un premio di maggioranza per il passaggio del controllo a Cdp. Non solo: la discesa al 10% del capitale chiuderà quasi del tutto il rubinetto di dividendi in arrivo da Aspi, che tra il 2008 e il 2019 ha distribuito 7,3 miliardi di cedole ad Atlantia.
Cosa faranno ora i Benetton senza Autostrade? Paradossalmente, ricominceranno proprio dalle autostrade. Quelle che controllano all'estero. I soldi spremuti dai caselli italiani hanno consentito ad Atlantia di costruire - grazie soprattutto all'acquisizione di Abertis - un network di 10 mila km di tratte in gestione tra Spagna, Francia, Brasile, Cile, Argentina, India e Polonia. Che nessuno ha messo in discussione dopo Genova. Una rete lunga il triplo di quella di Aspi e che garantisce ritorni altrettanto interessanti (6 miliardi di fatturato e quasi 4 di utile operativo nel 2019).
Questo cuscinetto di profitti dovrebbe consentire di ammortizzare almeno in parte il 2020 nero di Fiumicino - dove a giugno i passeggeri sono stati un decimo di quelli dell'anno precedente - delle aree di servizio, penalizzate dalla frenata del traffico e dalle misure di distanziamento, e dei maglioncini.
In pancia ad Atlantia - oltre ad Abertis - restano anche il servizio Telepass (valutato due miliardi in vista di una possibile quotazione), il 28% della società di costruzioni tedesca Hochtief e il 15% del tunnel sotto la Manica. E sommando i potenziali incassi per l'uscita dal capitale di Autostrade con i valori dei business in portafoglio, molte banche d'affari hanno fissato per la holding dei target di prezzo in Borsa superiori a quelli attuali.
A tranquillizzare i soci (una ventina) della holding di Ponzano Veneto c'è un altro paracadute: le attività comprate da Edizione nel corso degli anni grazie al processo di diversificazione finanziato dai profitti della moda prima e da quelli dei caselli poi: nel portafoglio della stanza dei bottoni della famiglia c'è una quota del 16% delle torri di Cellnex che da sola vale 3,6 miliardi (il triplo rispetto all'investimento iniziale), oltre al 4% di Generali (850 milioni il valore) e al 2% di Mediobanca.
Non solo: i Benetton controllano anche 111 immobili di prestigio - valore di carico (sottostimato di molto) superiore ai 500 milioni - tra cui il Fondaco dei tedeschi a Venezia, una struttura a due passi dall'Arco di trionfo a Parigi e l'edificio di Piazza Augusto Imperatore a Roma, comprato un anno e mezzo fa - dopo il crollo del Morandi - dal Fondo di immobili pubblici per 150 milioni.
E a completare le proprietà immobiliari ci sono quelle in campagna: la tenuta di Maccarese - dove si producono 15 milioni di litri di latte l'anno - e i 940 mila ettari di terra - 10 mila chilometri quadrati - nel sud dell'Argentina. Spazio e business più che sufficienti per provare a rimarginare le ferite finanziarie lasciate a Ponzano Veneto dalla tragedia del Morandi.