Imprese femminili a rischio-Covid: soffrono più di quelle dei maschi, -10 mila le nuove
Il sovraccarico di cure familiari tra le cause indicate dal rapporto Unioncamere. Eppure nell'ultimo quinquennio erano cresciute a ritmo triplo rispetto alla media, arrivando a pesare per oltre un quinto del totale
MILANO - Hanno corso più delle altre durante gli ultimi cinque anni, eppure hanno sofferto maggiormente la crisi del coronavirus. L'andamento della natalità delle imprese al femminile rafforza le preoccupazioni - già sottolineate da diversi osservatori internazionali - di come la pandemia abbia pesato maggiormente sulle spalle delle donne, che spesso sono state richiamate ai compiti di gestione familiare ancora poco equamente ripartiti con l'universo maschile.
Sembra suggerire questa lettura la ricognizione del IV Rapporto sull'imprenditoria femminile, realizzato da Unioncamere e presentato questa mattina. Un documento che fotografa 1,34 milioni di imprese guidate da donne come "resilienti, tenaci, pronte anche più degli uomini a mettersi in gioco".
Dice lo studio che le imprese femminili hanno ormai raggiunto il 22% del totale, grazie a un tasso di crescita che ha triplicato l'andamento di quelle maschili nel corso dell…
Sembra suggerire questa lettura la ricognizione del IV Rapporto sull'imprenditoria femminile, realizzato da Unioncamere e presentato questa mattina. Un documento che fotografa 1,34 milioni di imprese guidate da donne come "resilienti, tenaci, pronte anche più degli uomini a mettersi in gioco".
Dice lo studio che le imprese femminili hanno ormai raggiunto il 22% del totale, grazie a un tasso di crescita che ha triplicato l'andamento di quelle maschili nel corso dell…
MILANO - Hanno corso più delle altre durante gli ultimi cinque anni, eppure hanno sofferto maggiormente la crisi del coronavirus. L'andamento della natalità delle imprese al femminile rafforza le preoccupazioni - già sottolineate da diversi osservatori internazionali - di come la pandemia abbia pesato maggiormente sulle spalle delle donne, che spesso sono state richiamate ai compiti di gestione familiare ancora poco equamente ripartiti con l'universo maschile.
Sembra suggerire questa lettura la ricognizione del IV Rapporto sull'imprenditoria femminile, realizzato da Unioncamere e presentato questa mattina. Un documento che fotografa 1,34 milioni di imprese guidate da donne come "resilienti, tenaci, pronte anche più degli uomini a mettersi in gioco".
Dice lo studio che le imprese femminili hanno ormai raggiunto il 22% del totale, grazie a un tasso di crescita che ha triplicato l'andamento di quelle maschili nel corso dell'ultimo quinquennio. "Negli ultimi 5 anni sono cresciute a un ritmo molto più intenso di quelle maschili: +2,9% contro +0,3%. In valori assoluti l'aumento delle imprese femminili è stato più del triplo rispetto a quello delle imprese maschili: +38.080 contro +12.704. In pratica, le imprese femminili hanno contribuito a ben il 75% dell'incremento complessivo di tutte le imprese in Italia, pari a +50.784 unità", dice Unioncamere.
Su questa frizzantezza si è abbattuto il Covid, che ha invertito la dinamica. "Molte aspiranti imprenditrici devono aver ritenuto opportuno fermarsi e attendere un momento più propizio. Tra aprile e giugno, infatti, le iscrizioni di nuove aziende guidate da donne sono oltre 10mila in meno rispetto allo stesso trimestre del 2019. Questo calo, pari al -42,3%, è superiore a quello registrato dalle attività maschili (-35,2%). Anche per effetto di questo rallentamento delle iscrizioni, sul quale ha inciso il lockdown, a fine giugno l'universo delle imprese femminili conta quasi 5mila unità in meno rispetto allo scorso anno".
Un salasso che segue la geografia del Covid. Nelle regioni del Centro-Nord si registra la riduzione più consistente del numero di nuove imprese femminili (-47,0%). Il Mezzogiorno si "ferma" invece al -34,1%. In valori assoluti, le iscrizioni rallentano soprattutto in Lombardia (-1.776), Lazio (-1.222), Campania (-965), Piemonte (-913), Toscana (-911), Emilia-Romagna (-789), Veneto (-732).
Secondo il presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli, questo rallentamento è "testimonianza del fatto che il peso più rilevante in quelle fasi difficili è ricaduto e ricade sulle spalle delle donne. Anche per questo dobbiamo rafforzare gli strumenti utili per sostenere le donne a far nascere e crescere le loro imprese". A tendere, preoccupa il fatto che la truppa di imprese femminili tra le più giovani (under 35) possa continuare a soffrire più a lungo: una quota maggiore di imprenditrici - rispetto ai colleghi maschi - ritiene di esser esposta al ciclo economico e quindi ha paura di esser travolta dalla crisi legata alla pandemia.
Le imprese femminili giovanili denunciano infatti una minore propensione all'innovazione (il 56% delle imprese giovanili femminili ha introdotto innovazioni nella propria attività contro il 59% imprese giovanili maschili) e all'uso delle tecnologie digitali (su Industria 4.0 ha investito il 19% contro il 25% delle imprese giovanili maschili); sono meno internazionalizzate (il 9% contro il 13%); hanno un rapporto difficile con il credito (il 46% delle imprese femminili di under 35 si finanzia con capitale proprio o della famiglia) e sono più le giovani imprese femminili, rispetto a quelle maschili, a lamentarsi di non aver visto accolta la richiesta o di averla vista soddisfatta solo in parte dalle istituzioni bancarie (8% vs 4%).
Elementi di fragilità nel mezzo di molti aspetti virtuosi. Dice ancora la ricerca che l'impresa giovanile femminile, infatti, "è più attenta all'ambiente, guidata soprattutto dall'etica e dalla responsabilità sociale: la quota delle giovani imprese rosa che investono nel green mosse dalla consapevolezza dei rischi legati al cambiamento climatico è superiore a quella dei giovani imprenditori maschili (31% contro il 26%). L'attenzione al welfare aziendale è decisamente elevata tra le giovani imprese femminili, che, ad esempio, offrono maggiori possibilità di smart working ai propri dipendenti (50% tra le femminili contro il 43% di quelle maschili); hanno adottato in misura maggiore iniziative volte a sostenere la salute e il benessere dei propri lavoratori (72% contro 67%) e sono più propense a sviluppare ulteriormente attività di welfare aziendale nei prossimi tre anni (69% contro 60%)".
Tornando infine alla fotografia dell'imprenditoria femminile, le attività stanno crescendo soprattutto in settori più innovativi e con una intensità maggiore delle imprese maschili. E' il caso delle Attività professionali scientifiche e tecniche (+17,4% contro +9,3% di quelle maschili) e dell'Informatica e telecomunicazioni (+9,1%, contro il +8,9% delle maschili). Lazio (+7,1%), Campania (+5,4%), Calabria (+5,3%), Trentino (+5%), Sicilia (+4,9%), Lombardia (+4%) e Sardegna (+3,8%) le regioni in cui le aziende al femminile aumentano oltre la media. In termini di incidenza territoriale, sul totale delle imprese, al vertice della classifica si incontrano tuttavia tre regioni del Mezzogiorno (Molise, Basilicata e Abruzzo), seguite dall'Umbria, dalla Sicilia e dalla Val d'Aosta.
Sembra suggerire questa lettura la ricognizione del IV Rapporto sull'imprenditoria femminile, realizzato da Unioncamere e presentato questa mattina. Un documento che fotografa 1,34 milioni di imprese guidate da donne come "resilienti, tenaci, pronte anche più degli uomini a mettersi in gioco".
Dice lo studio che le imprese femminili hanno ormai raggiunto il 22% del totale, grazie a un tasso di crescita che ha triplicato l'andamento di quelle maschili nel corso dell'ultimo quinquennio. "Negli ultimi 5 anni sono cresciute a un ritmo molto più intenso di quelle maschili: +2,9% contro +0,3%. In valori assoluti l'aumento delle imprese femminili è stato più del triplo rispetto a quello delle imprese maschili: +38.080 contro +12.704. In pratica, le imprese femminili hanno contribuito a ben il 75% dell'incremento complessivo di tutte le imprese in Italia, pari a +50.784 unità", dice Unioncamere.
Su questa frizzantezza si è abbattuto il Covid, che ha invertito la dinamica. "Molte aspiranti imprenditrici devono aver ritenuto opportuno fermarsi e attendere un momento più propizio. Tra aprile e giugno, infatti, le iscrizioni di nuove aziende guidate da donne sono oltre 10mila in meno rispetto allo stesso trimestre del 2019. Questo calo, pari al -42,3%, è superiore a quello registrato dalle attività maschili (-35,2%). Anche per effetto di questo rallentamento delle iscrizioni, sul quale ha inciso il lockdown, a fine giugno l'universo delle imprese femminili conta quasi 5mila unità in meno rispetto allo scorso anno".
Un salasso che segue la geografia del Covid. Nelle regioni del Centro-Nord si registra la riduzione più consistente del numero di nuove imprese femminili (-47,0%). Il Mezzogiorno si "ferma" invece al -34,1%. In valori assoluti, le iscrizioni rallentano soprattutto in Lombardia (-1.776), Lazio (-1.222), Campania (-965), Piemonte (-913), Toscana (-911), Emilia-Romagna (-789), Veneto (-732).
Secondo il presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli, questo rallentamento è "testimonianza del fatto che il peso più rilevante in quelle fasi difficili è ricaduto e ricade sulle spalle delle donne. Anche per questo dobbiamo rafforzare gli strumenti utili per sostenere le donne a far nascere e crescere le loro imprese". A tendere, preoccupa il fatto che la truppa di imprese femminili tra le più giovani (under 35) possa continuare a soffrire più a lungo: una quota maggiore di imprenditrici - rispetto ai colleghi maschi - ritiene di esser esposta al ciclo economico e quindi ha paura di esser travolta dalla crisi legata alla pandemia.
Le imprese femminili giovanili denunciano infatti una minore propensione all'innovazione (il 56% delle imprese giovanili femminili ha introdotto innovazioni nella propria attività contro il 59% imprese giovanili maschili) e all'uso delle tecnologie digitali (su Industria 4.0 ha investito il 19% contro il 25% delle imprese giovanili maschili); sono meno internazionalizzate (il 9% contro il 13%); hanno un rapporto difficile con il credito (il 46% delle imprese femminili di under 35 si finanzia con capitale proprio o della famiglia) e sono più le giovani imprese femminili, rispetto a quelle maschili, a lamentarsi di non aver visto accolta la richiesta o di averla vista soddisfatta solo in parte dalle istituzioni bancarie (8% vs 4%).
Elementi di fragilità nel mezzo di molti aspetti virtuosi. Dice ancora la ricerca che l'impresa giovanile femminile, infatti, "è più attenta all'ambiente, guidata soprattutto dall'etica e dalla responsabilità sociale: la quota delle giovani imprese rosa che investono nel green mosse dalla consapevolezza dei rischi legati al cambiamento climatico è superiore a quella dei giovani imprenditori maschili (31% contro il 26%). L'attenzione al welfare aziendale è decisamente elevata tra le giovani imprese femminili, che, ad esempio, offrono maggiori possibilità di smart working ai propri dipendenti (50% tra le femminili contro il 43% di quelle maschili); hanno adottato in misura maggiore iniziative volte a sostenere la salute e il benessere dei propri lavoratori (72% contro 67%) e sono più propense a sviluppare ulteriormente attività di welfare aziendale nei prossimi tre anni (69% contro 60%)".
Tornando infine alla fotografia dell'imprenditoria femminile, le attività stanno crescendo soprattutto in settori più innovativi e con una intensità maggiore delle imprese maschili. E' il caso delle Attività professionali scientifiche e tecniche (+17,4% contro +9,3% di quelle maschili) e dell'Informatica e telecomunicazioni (+9,1%, contro il +8,9% delle maschili). Lazio (+7,1%), Campania (+5,4%), Calabria (+5,3%), Trentino (+5%), Sicilia (+4,9%), Lombardia (+4%) e Sardegna (+3,8%) le regioni in cui le aziende al femminile aumentano oltre la media. In termini di incidenza territoriale, sul totale delle imprese, al vertice della classifica si incontrano tuttavia tre regioni del Mezzogiorno (Molise, Basilicata e Abruzzo), seguite dall'Umbria, dalla Sicilia e dalla Val d'Aosta.