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Il palazzo di Shey (foto di Massimiliano Salvo) 

Racconti dal Ladakh, l’Himalaya bellissimo e conteso, tra monaci e soldati

Remoto, spirituale, rilassato. È considerato un piccolo paradiso, dagli abitanti e dai visitatori. Ma mezzo secolo di tensioni tra l'India e la Cina, che reclama quei territori, hanno trasformato una regione di monasteri in una base montana dell'esercito indiano
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Il monastero di Chemrey, un alveare di casupole abbarbicate su una rupe, svetta sopra un campo d’orzo lungo la strada per il Pangong Tso, il più grande lago dell’Himalaya. Tra tornanti sterrati e precipizi, carovane con decine di camion militari sollevano nuvole di polvere. In cima al passo di Chang La un tempietto indica l’altezza di 5360 metri sul livello del mare, mentre una baracca serve tè caldo a una coda di clienti: turisti europei, più omaccioni con stivali neri, occhiali da sole e tuta mimetica. A un’ora di distanza c’è un accampamento dell’esercito con centinaia di edifici, depositi e mezzi blindati, mentre poco dopo una comitiva di francesi zampetta su un prato per fotografare le marmotte. Sulle spiagge del Pangong Tso, il lago al confine con la Cina, altri turisti si mettono in posa accanto a uno yak. Quando a cena un giapponese di nome Katz sta per svenire, il proprietario della taverna capisce che si tratta …
Il monastero di Chemrey, un alveare di casupole abbarbicate su una rupe, svetta sopra un campo d’orzo lungo la strada per il Pangong Tso, il più grande lago dell’Himalaya. Tra tornanti sterrati e precipizi, carovane con decine di camion militari sollevano nuvole di polvere. In cima al passo di Chang La un tempietto indica l’altezza di 5360 metri sul livello del mare, mentre una baracca serve tè caldo a una coda di clienti: turisti europei, più omaccioni con stivali neri, occhiali da sole e tuta mimetica. A un’ora di distanza c’è un accampamento dell’esercito con centinaia di edifici, depositi e mezzi blindati, mentre poco dopo una comitiva di francesi zampetta su un prato per fotografare le marmotte. Sulle spiagge del Pangong Tso, il lago al confine con la Cina, altri turisti si mettono in posa accanto a uno yak. Quando a cena un giapponese di nome Katz sta per svenire, il proprietario della taverna capisce che si tratta di un malore dovuto all’altitudine. «Portiamolo subito a Lukung, a mezz’ora da qui», dice. «Lì hanno dell’ossigeno nella base militare».
 
Lungo il Baby Trek, nei dintorni di Likir (foto di Massimiliano Salvo) 

Ladakh, India settentrionale: in una regione di vette desertiche e fondivalle che sorpassano i tremila metri d’altezza, dove i villaggi sono rari e gli abitanti pure, i monasteri buddisti e le basi dell’esercito indiano si trovano ovunque. Intorno all’aeroporto del capoluogo Leh, dove dal monastero di Spituk si ammira una pianura rigata da reti di filo spinato; lungo la strada che collega il Ladakh con l’Himachal Pradesh e con la turbolenta Valle del Kashmir; e lungo i quasi 4 mila chilometri del confine conteso che dal 1962 separa l’India dalla Cina. A maggio i due Paesi si sono scontrati sul Pangong Tso e a giugno nella Galwan Valley, dove 20 militari indiani sono morti e altri 76 sono stati feriti. «Si sono scontrati con pietre e bastoni, perché in base a un accordo del 1996 i militari a ridosso della linea devono essere disarmati», spiega Giulia Sciorati, analista dell’Osservatorio Asia di Ispi-Istituto per gli studi di politica internazionale. «È il più grave incidente negli ultimi 45 anni per la presenza di vittime, ma come già accaduto in passato si è trovato un accordo dal punto di vista diplomatico. Nessuno dei due Paesi ha interesse a fare la guerra».
 
Il monastero di Lamayuru (foto di Massimiliano Salvo) 

È per questo motivo che, nonostante le tensioni di confine, il Ladakh attira ogni estate turisti da tutto il mondo. Quando nel 1974 permise i viaggi di piacere arrivarono appena 527 persone, da allora è diventata una destinazione di nicchia ma affermata: nel 2017 i turisti sono stati 200 mila, nel 2018 saliti a 300 mila (di cui cinquantamila stranieri) in gran parte concentrati tra luglio, agosto e settembre considerato che in inverno le temperature precipitano a meno trenta sotto zero. Gli occidentali restano ammaliati dalla miriade di monasteri buddisti, frutto di un’influenza tibetana durata secoli ancora intatta in un regno indipendente sino a metà dell’Ottocento. Ma ad affascinare gli intrepidi c’è anche il viaggio memorabile per raggiungere il Paese. L’aereo è il mezzo più rapido nonché l’unico possibile nei mesi più freddi, ma bisogna mettere in conto di accusare malori poiché l’aeroporto di Leh si trova a 3500 metri sul livello del mare. Raggiungere il paese via terra è invece un’avventura, ma è bene precisarlo subito: è rischiosa.
 
I compiti degli studenti nella scuola di Likir (foto di Massimiliano Salvo) 

La strada più battuta parte dalle montagne di Manali, paradiso hippie a un giorno da Delhi noto ai giovani di mezzo mondo per il suo hashish pregiato. Attraversa massicci montuosi imponenti e altipiani tagliati da fiumi e cascate, in paesaggi ultraterreni con strapiombi buoni per i cuori più saldi. È meglio scegliere compagnie di trasporto che prevedano due giorni di viaggio con una sosta notturna, e spendere un po’ di più per un posto su una jeep anziché un bus o un furgone. I 470 chilometri lungo la Manali-Leh sono infatti solo in parte asfaltati; fango e frane sono frequenti e durante il tragitto bisogna attraversare cinque passi tra i 3980 e i 5320 metri d’altitudine spesso avvolti da nebbia, pioggia o neve.
 
Il villaggio di Chemrey (foto di Massimiliano Salvo) 

L’unica alternativa è la strada di collegamento con il Kashmir, una delle più pericolose del mondo e non solo perché attraversa una regione turbolenta. Alcuni dei 420 chilometri tra Srinagar e Leh sono a strapiombo nelle gole, lungo una strada scavata nella montagna talvolta così stretta da impedire il passaggio di mezzi in entrambe le direzioni: come se non bastasse, le 12 ore di viaggio sono percorse spesso di notte. Il punto di arrivo sarà comunque il capoluogo Leh, 30 mila abitanti sparpagliati in case color fango che si arrampicano sulla collina, dove svetta il palazzo reale così simile a una versione in miniatura del Potala di Lhasa. I mezzi per spostarsi in Ladakh partono dalla stazione dei bus, un grande piazzale sterrato dove ci sono più cani randagi che corriere. Molti turisti scelgono di affittare una motocicletta o affidarsi a tassisti, mentre le agenzie turistiche sono la scelta migliore per i trekking, le escursioni verso il Pangong Tso, la Nubra Valley e la Zanskar Valley.
 
Thiksey, la statua di Buddha Maitreya nel monastero (foto di Massimiliano Salvo) 

A 18 chilometri da Leh è imperdibile il villaggio-monastero di Thiksey, con le sue case bianche in stile tibetano appollaiate su un colle. Nel complesso religioso la stanza delle preghiere contiene una statua di Buddha alta 14 metri, mentre nel villaggio ci sono una scuola, un ristorante, dei negozi e un hotel, ideale per sbirciare le quotidianità dei monaci e ammirare albe a tramonti sulla valle dell’Indo. La possibilità di passare del tempo con i religiosi c’è anche nel villaggio di Likir, 50 chilometri a ovest di Leh, dove sullo sfondo dei campi si stagliano una statua dorata di Maitreya (il Buddha futuro) e un monastero del XV secolo. Nella scuola gestita dai monaci è possibile dormire e cenare in una stanza spartana in cambio di un’offerta. «Qui ospitiamo i bambini delle montagne», racconta il monaco Kachen Tenzin Chosang, che insegna l’inglese pur parlandolo a stento. «Molti dei nostri studenti abitano in villaggi remoti e non avrebbero la possibilità di andare scuola. Così le famiglie decidono di lasciarli qui da noi, per tutto l’anno scolastico».
 
Due yak sul Lago Pangong (foto di Massimiliano Salvo) 

Da Likir partono i sentieri del baby trek, un percorso a bassa quota che in pochi giorni consente di visitare e pernottare in paesini come Yanghtang, Hemis Shukpachan e Timisghah. È meglio portarsi delle bottiglie d’acqua di scorta, perché è raro trovare negozi e la presenza di filtered water potrebbe non soddisfare tutti: talvolta si tratta di una sorgente incanalata in una canna per innaffiare l’orto, filtrata tramite un colino del tè. Il baby trek termina nelle vicinanze di Khalsi, una cittadina polverosa utile per mangiare un boccone e cercare un autobus. Non bisogna farsi intimorire da curve e precipizi ma puntare dritti al villaggio di Lamayuru, che con il monastero in cima a una rupe e le montagne sullo sfondo regala una delle immagini più scenografiche dell’intero Ladakh. Lungo la strada per ritornare a Leh è invece necessaria una piccola deviazione al di là dell’Indo per visitare Alchi, un paese che a dispetto delle strade sonnacchiose ospita lo straordinario Choskhor Temple Complex, dell’XI secolo.
 
Il villaggio-monastero di Thiksey (foto di Massimiliano Salvo) 

In una regione di montagne grande il doppio del Belgio e appena 232 mila abitanti che raramente possono comprarsi un biglietto d’aereo, è difficile incontrare qualcuno mai uscito dal proprio Paese. Ed è proprio per questo motivo che tutti - contadini e pastori, tassisti e camerieri - sono convinti che il Ladakh sia il Paese più bello del mondo. «Basta guardarsi intorno», raccontano Wangdu e Sonam, che a Leh gestiscono una guest house immersa tra i fiori con vista da paura sulla Valle dell’Indo. Mentre parlano preparano una spremuta di albicocche appena raccolte, accompagnate da un concerto di uccellini. «Qui viviamo a stretto contatto con la natura». È della stessa idea Amir Salim, 26 anni, che abita in una strada sterrata circondata da orti e alberi da frutta. Nelle ultime settimane Amir ha sentito passare diversi aerei da guerra sopra la sua testa, soprattutto di notte. «È strano, perché qui la vita è sempre stata rilassata», racconta. «Per me il Ladakh è un paradiso».
 
Il villaggio di Lamayuru (foto di Massimiliano Salvo) 

Nella sua abitazione vicino a Thiksey il fiume Indo scorre a poche centinaia di metri, in una terra rigogliosa che alterna orti, pioppi e sentieri in terra battuta. Tutt’intorno una piccola parte dell’Himalaya si ripete con vette più alte di seimila metri, imbiancate di una neve che risalta su un cielo azzurro per gran parte dell’anno. Grazie alla sua geografia il Ladakh è stato per secoli un regno leggendario, quasi irraggiungibile, protetto dall’influenza e dagli eserciti dei Paesi stranieri: ancora oggi le sue montagne così impervie e frastagliate lo rendono una delle zone più remote del pianeta.