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L'ex segretario della Uil, Giorgio Benvenuto 

Benvenuto: “Ha capito meglio del sindacato i cambiamenti anni ’80”

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ROMA - «Sì, Cesare Romiti comprese meglio di noi quello che stava accadendo nel Paese negli anni Ottanta». Giorgio Benvenuto oggi ha 82 anni, è stato per quasi un ventennio (dal 1976 al 1992), il leader della Uil. Si autodefinisce “il sopravvissuto” di una lunghissima stagione sindacale che iniziò con l’autunno caldo del ’69 e finì con la “marcia dei quarantamila” quadri della Fiat del 14 ottobre 1980, organizzata proprio da Romiti, contro il sindacato e la “quasi occupazione” di Mirafiori per 35 giorni. Insieme a Benvenuto, dalla parte del tavolo degli sconfitti, c’erano Luciano Lama per la Cgil e Pierre Carniti della Cisl. Quella marcia ha cambiato la storia del sindacato.

Perché vinse Romiti?
«La Fiat preparò con abilità la sua strategia, ma non ricorse mai a furbizie né tentò di dividere il sindacato. Romiti non lo fece mai. Noi facemmo diversi er…
ROMA - «Sì, Cesare Romiti comprese meglio di noi quello che stava accadendo nel Paese negli anni Ottanta». Giorgio Benvenuto oggi ha 82 anni, è stato per quasi un ventennio (dal 1976 al 1992), il leader della Uil. Si autodefinisce “il sopravvissuto” di una lunghissima stagione sindacale che iniziò con l’autunno caldo del ’69 e finì con la “marcia dei quarantamila” quadri della Fiat del 14 ottobre 1980, organizzata proprio da Romiti, contro il sindacato e la “quasi occupazione” di Mirafiori per 35 giorni. Insieme a Benvenuto, dalla parte del tavolo degli sconfitti, c’erano Luciano Lama per la Cgil e Pierre Carniti della Cisl. Quella marcia ha cambiato la storia del sindacato.

Perché vinse Romiti?
«La Fiat preparò con abilità la sua strategia, ma non ricorse mai a furbizie né tentò di dividere il sindacato. Romiti non lo fece mai. Noi facemmo diversi errori politici e sindacali. Lo scenario politico mutò con la scelta del Partito comunista di Berlinguer di passare all’opposizione. Ci disse: “Con noi all’opposizione politica non può esserci la pace sociale”. In più la gestione della vertenza Fiat (c’era la richiesta di 15 mila licenziamenti) fu affidata al ministro del Lavoro Franco Foschi, democristiano, una persona bravissima ma molto debole sul piano politico. Così c’erano due trattative parallele: una al ministero e l’altra all’Hotel Boston di Roma dove ci incontravamo con Romiti. Quando la Fiat abbandonò la strada dei licenziamenti accettando la cassa integrazione ma non a rotazione, noi non capimmo la svolta e insistemmo nel chiedere la cassa a rotazione, cioè per tutti i lavoratori. Fu un errore».

Perché sbagliaste?
«Perché parlavamo solo con i delegati. Con le avanguardie del sindacato, come si diceva allora. Ricordo ancora una mia frase: “O molla la Fiat o la Fiat molla”».

Andò in un altro modo. Romiti disse che la Marcia dei quarantamila fu contro “la protervia sindacale”. Ve ne rendeste conto?
«Eravamo al Boston, a un passo dalla firma dell’accordo. Allora non c’erano i telefonini ma arrivano i take delle agenzie di stampa: corteo spontaneo, 20 mila, 30 mila, 40 mila in piazza, Teatro Alfieri stracolmo. Romiti si alzò e ci disse: “Mi dispiace, mi ha sconfitto Agnelli. L’accordo non si può fare”. Alzava il prezzo mentre noi in maniera ridicola contestavamo il numero dei partecipanti. Il problema non era il numero ma il fatto. Accettammo un’intesa peggiorativa».

Romiti sostenne anche che così salvò il sindacato dai terroristi.
«Sbagliava. Ci salvammo da soli dai terroristi».