Economia

Le strade incrociate di oro e dollaro. Il biglietto verde paga la gestione del Covid, ma è presto per i requiem

(reuters)
La valuta Usa si è indebolita nei confronti dell'euro, scontando una serie di fattori e non da ultimo il modo in cui è stata affrontato l'aspetto sanitario della pandemia. Le scommesse dei mercati sono a favore della moneta unica. Il lingotto, denominato in dollari, beneficia di questa situazione e delle prospettive di bassa crescita con inflazione in aumento
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MILANO - Si accentua il movimento incrociato di oro e dollaro, in queste sedute estive dei mercati: di nuovo ai picchi di 2 mila dollari il primo, giù ai minimi dell'ultimo biennio il secondo.

Se siamo di fronte alla "fine del super dollaro" è la domanda che si è posto Roberto Rossignoli, portfolio manager di Moneyfarm, in un'analisi sul biglietto verde diffusa mentre il Dollar Index, indicatore che traccia l'andamento della divisa Usa contro un paniere delle principali altre valute, toccava i minimi dal maggio 2018. "Sul campo erano già presenti da tempo fattori macroeconomici tali da giustificare una debolezza del dollaro - spiega Rossignoli da Londra -: Tassi schiacciati verso lo zero da parte della Fed e base monetaria in ampliamento, sia per l'intervento della Banca centrale che per gli stimoli fiscali federali in deficit". Con più denaro in circolazione e rendimenti tagliati, "sia le richieste di dollari sia il valore relativo della moneta sono destinati a scendere". Eppure è stata la gestione della pandemia a fare da acceleratore del cambio dei rapporti di forza tra le valute. La fase di debolezza della moneta egemone al mondo - che arrivava da punti di forza storici - è legata a doppio filo alle preoccupazioni circa la risposta americana alla crisi: per una volta, l'Europa sembra aver sorpreso i mercati per la compattezza e consistenza della sua reazione. Non a caso, da quando il Recovery plan è sceso in campo la valuta unica ha rimontato fino ai massimi da due anni sul concorrente d'oltre-Atlantico, vedendo quota 1,2. "La peggiore gestione sanitaria ha fatto il resto: da aprile in avanti le aspettative di crescita per i trimestri finali del 2020 hanno iniziato a favorire il Vecchio continente, spingendo l'euro", aggiunge Rossignoli. E il riaccendersi delle tensioni commerciali tra Washington e Pechino, sfociate nei bandi su aziende quali Huawei e TikTok, ha accentuato l'incertezza intorno agli Usa.

Anche dietro i movimenti delle valute, poi, si scorgono fattori tipici della speculazione finanziaria. In un'altra analisi, Dws ha rimarcato come la correzione dei 'verdoni' sia legata anche alle scommesse degli investitori. "A inizio anno molti partecipanti al mercato dei future si erano posizionati per un indebolimento dell'euro", poi hanno corretto in corsa. "Attualmente, le speculazioni su un'ulteriore debolezza del dollaro hanno raggiunto livelli che non si vedevano dal 2018". Di contro le scommesse sulla forza dell'euro sono sì salite (28% di posizioni nette lunghe), ma non ancora ai livelli osservati prima dell'ultimo decennio (40%). In un report di BofA, leggendo in filigrana proprio il posizionamento 'lungo' degli investitori sull'euro, si conclude che ci sarebbe sì spazio per ulteriore apprezzamento, ma non si profila un cambiamento 'secolare' nei rapporti di forza delle due valute quanto piuttosto un assestamento 'ciclico'.

Quando si toccano questi punti, d'altra parte, con le elezioni Usa alle porte e la diffusione dei contagi che potrebbe rimescolare le carte, non è da escludere che inizi la risalita. "E' decisamente prematuro scrivere il necrologio del dollaro", ha sentenziato Stefanie Holtze-Jen, Chief Currency Strategist di Dws. "Dopo una fase di temporanea debolezza, ci aspettiamo piuttosto che il biglietto verde torni a rafforzarsi". Concorda Rossignoli sulla portata congiunturale del movimento, escludendo il requiem per il biglietto verde. "Il dollaro rimane la valuta di riserva, perché non esiste alternativa". Senza dimenticare "che il dollaro è stato molto valutato negli ultimi anni e che un riposizionamento verso un cambio più favorevole all'euro non sarebbe innaturale". Per non dire ben visto alla Casa Bianca, dove spesso si è guardato con benevolenza a una svalutazione "per favorire la competitività delle sue aziende e riequilibrare la bilancia commerciale".

Restando ai mercati finanziari, del dollaro debole beneficiano gli asset più rischiosi (come le azioni americane e i bond emergenti) e le materie prime. Lo sa bene chi ha seguito la traiettoria dell'oro, che - dopo una correzione ferragostana a seguito del picco storico del 7 agosto - è tornato a scambiare in area 2.000 dollari l'oncia. Da commodity denominata in dollari, il lingotto reagisce inversamente al corso del biglietto verde. A spiegare la corsa del 30% di quest'anno ci sono poi le incertezze sanitarie e geopolitiche che fanno propendere gli investitori per i cosiddetti beni rifugio. "Il lingotto è spinto da una perfetta congiuntura macroeconomica", dettaglia ancora Rossignoli. Da una parte c'è "l'inflazione attesa in rialzo per l'azione monetaria delle Banche centrali e le politiche fiscali espansive", fattore che sfavorisce i bond; d'altra parte la crescita prevista in ribasso rende meno attraenti le azioni e le materie prime industriali pro-cicliche.

Lo scenario, aggiunge un report di Ubs, resta favorevole ai metalli preziosi anche sollevando lo sguardo al medio termine: possibilità di ulteriore discesa dei tassi reali negli Usa, ulteriore pressione al ribasso sul dollaro e rischio di volatilità in ripresa sui mercati finanziari sono le tre ragioni che spiegano il suggerimento di scommettere ancora sul metallo giallo. Warren Buffett, alla sua maniera, l'ha già fatto: ha acquistato azioni della Barrick Gold Corp, seconda azienda aurifera al mondo, per un valore di oltre mezzo miliardo di dollari.