La partita delle reti Tlc in Europa. Tra incumbent, concorrenza e nuovi investitori: ecco cosa succede negli altri Paesi
di RAFFAELE RICCIARDIL'ad di Tim, Luigi Gubitosi, ha indicato il modello del Regno Unito per fare la rete unica, di cui vuole mantenere il controllo. Il governo vuole che l'infrastruttura non sia integrata verticalmente con la società dei servizi. L'Italia paga l'assenza storica di alternative all'ex monopolista, ma anche altrove il modello 'wholesale only' è solo ai primi passi
Un operatore ex monopolista, in molti casi con lo Stato presente ancora come azionista forte, che ha in pancia la rete. Regole stringenti perché tutti possano accedervi a condizioni uguali. E un pugno di concorrenti che, almeno nelle aree più interessanti di mercato, riescono a competere anche dal punto di vista infrastrutturale. Così - con una semplificazione che taglia ingenerosamente le sfumature - si può riassumere il modello di base in Europa dei mercati delle Tlc.
La partita sulla rete di telecomunicazione si è riaccesa in Italia dopo che l'amministratore delegato di Tim, Luigi Gubitosi, intervistato da Repubblica ha chiarito il punto di vista della società sullo sviluppo dell'infrastruttura a banda ultra-larga. "Tim darà la banda ultralarga a tutta Italia, con Open Fiber (la società partecipata al 50% da Enel e Cdp, ndr) o senza", ha scandito il manager, aggiungendo: "E manterrà la maggioranz…
La partita sulla rete di telecomunicazione si è riaccesa in Italia dopo che l'amministratore delegato di Tim, Luigi Gubitosi, intervistato da Repubblica ha chiarito il punto di vista della società sullo sviluppo dell'infrastruttura a banda ultra-larga. "Tim darà la banda ultralarga a tutta Italia, con Open Fiber (la società partecipata al 50% da Enel e Cdp, ndr) o senza", ha scandito il manager, aggiungendo: "E manterrà la maggioranz…
Un operatore ex monopolista, in molti casi con lo Stato presente ancora come azionista forte, che ha in pancia la rete. Regole stringenti perché tutti possano accedervi a condizioni uguali. E un pugno di concorrenti che, almeno nelle aree più interessanti di mercato, riescono a competere anche dal punto di vista infrastrutturale. Così - con una semplificazione che taglia ingenerosamente le sfumature - si può riassumere il modello di base in Europa dei mercati delle Tlc.
La partita sulla rete di telecomunicazione si è riaccesa in Italia dopo che l'amministratore delegato di Tim, Luigi Gubitosi, intervistato da Repubblica ha chiarito il punto di vista della società sullo sviluppo dell'infrastruttura a banda ultra-larga. "Tim darà la banda ultralarga a tutta Italia, con Open Fiber (la società partecipata al 50% da Enel e Cdp, ndr) o senza", ha scandito il manager, aggiungendo: "E manterrà la maggioranza di una società unica della rete, come è logico che sia. Siamo il candidato naturale a creare un'infrastruttura che risponda alle esigenze di digitalizzazione del Paese, ancora più forti dopo il blocco legato all'emergenza del Covid-19. E essere connessi, oggi più che mai, significa anche salvaguardare la coesione sociale".
Una posizione netta che ha chiamato il governo alla replica. E' stato il viceministro al Mise, Stefano Buffagni, sempre sulle colonne di Repubblica, a tenere il punto: "Secondo noi, e non solo sotto un profilo regolatorio ed Antitrust, una società della rete unica che fornisca servizi di accesso all'ingrosso a tutti gli operatori non può essere in mano a un azionista di maggioranza verticalmente integrato, con in più il beneficio del consolidamento. Su quella rete oggi passano i nostri dati più sensibili e la competitività delle nostre aziende".
Una linea che ha raccolto il plauso immediato, via Twitter, del presidente di Open Fiber, Franco Bassanini: "Finalmente il dibattito sulla rete unica imbocca la strada giusta", ha commentato rimarcando che un eventuale merger tra una società infrastrutturale di Tim e Open Fiber "sarebbe aperto a tutti, Telco e investitori infrastrutturali, assicurerebbe una copertura universale" del territorio con la fibra fino a casa delle famiglie e ancora "eviterebbe esuberi di personale" e "rimedierebbe agli errori fatti nella privatizzazione di Sip".
Sulla scacchiere, dunque, restano molto lontane le pedine dei soggetti - industriali e politici - in campo. Come disciplinare il controllo della rete? Nella proposta di Gubitosi tramonta l'idea di creare un operatore cosiddetto wholesale only, che cioè si preoccupi solo degli investimenti infrastrutturali e della gestione della rete demandando a operatori terzi l'erogazione dei servizi agli utenti finali. Rimarrebbe intatta quella 'verticalità' che caratterizza invece i modelli in cui il proprietario della rete è anche un soggetto che compete con altri operatori per vendere il suo prodotto - che passa su quella stessa rete - ai clienti. Opzione invisa all'esecutivo. Come mediare? E' lo stesso Gubitosi a guardare oltreconfine per indicare la via che intende seguire.
Anche Telecom ha in passato avviato un percorso sovrapponibile a quello di Open Reach, creando Open Access come divisione separata al suo interno. Nella traiettoria delineata da Gubitosi per arrivare a una rete unica a controllo Tim, il modello inglese potrebbe esser superato "permettendo di condividere scelte, indirizzi e obiettivi come nessun altro incumbent fa". In pratica, creando la società della rete unica a controllo Tim, concederebbe maggior potere di governo ai soci minori, con il ricorso a maggioranze qualificate per le decisioni più significative.
In molti casi, l'incumbent vede una forte presenza dello Stato. Lo stesso Bassanini, in un intervento per Astrid di fine 2019, ricordava come si è svolta la fase di privatizzazione delle reti di Tlc di fine Novecento: "In parecchi Paesi europei (come Francia, Germania, Norvegia e Svezia), lo Stato rimase (e rimane tuttora) azionista di controllo (direttamente o tramite finanziarie pubbliche)". E citava i casi di Orange in Francia con lo Stato al 23%, della Germania in Deutsche Telekom (circa 32% tra presenza diretta e indiretta), della Svezia al 37% in Telia Sonera e ancora della Norvegia in Telenor con il 54%. "In altri (come UK, Spagna e Italia) lo Stato ha invece ceduto il controllo ai privati (anche se conservando talora alcuni poteri di intervento su decisioni strategiche o sull’assetto azionario delle società privatizzate attraverso i cosiddetti golden share o golden power)".
All'estero, però, questi incumbent hanno imparato ben prima che da noi a operare gomito a gomito con i competitor. Spiega ancora l'analista: "In alcuni distretti industriali o singole città, dove ci sono più operatori compresenti, si è verificata una situazione di forte competizione infrastrutturale. In quelle aree sono venuti meno i vincoli regolatori sull'accesso all'ingrosso e si lascia spazio alle regole della concorrenza". Ecco dunque un aspetto storico che, ricostruisce l'esperto, ha portato a diversificare nei fatti il mercato italiano dal resto d'Europa. "L'Italia è tra i pochi Paesi che non ha sperimentato concorrenza infrastrutturale sulla rete in rame. Con Grecia e Cipro è l'unico nel Mediterraneo a non aver visto crescere gli operatori via cavo. Questi portavano nelle case della popolazione contenuti audiovisivi, ma in un secondo momento sono stati sfruttati per le connessioni ad alta velocità. La loro assenza, in Italia, andava bene al monopolista della rete, ma anche a società come Mediaset che non hanno visto affacciarsi competitor sui contenuti". Una tesi che, declinata sulla partita della rete unica, porta alcuni a rimarcare come in realtà i maggiori progressi infrastrutturali siano arrivati proprio con Tim e Open Fiber in competizione.
Caso dinamico di mercato è quello della Francia, ad esempio, dove alle spalle dell'ex monopolista Orange "c'è sempre stata una grande concorrenza infrastrutturale", spiega l'esperto. "Lì si è seguita la logica del 'condominio'". In pratica si è seguito un doppio binario: via libera alla concorrenza accesissima nelle aree ad alta domanda; intese tra operatori per coprire con la fibra quelle dove non c'è interesse di mercato. "All'operatore partecipato dallo Stato (Orange, ndr) si sono affiancati quelli via cavo e altri ancora come Altice. In alcune aree, nelle case arrivano perfino due fili, che percorrono in parallelo la parte verticale dei condomìni. Invece, nelle aree a fallimento di mercato sono stati raggiunti accordi di coinvestimento per spartirsi le zone da coprire".
Un quadro che segue da vicino quello della Spagna, dove il pressing del regolatore, per ottimizzare le reti esistenti, si rivolge a ben quattro operatori. Lo stesso incumbent spagnolo, Telefonica, è stato tra i maggiori investitori nella rete in fibra fino a casa. Spiegava sempre il documento Astrid che già "da alcuni anni ha investito massicciamente nella nuova rete in fibra FTTH, che oggi raggiunge più del 80% delle unità immobiliari del Paese. Ciò è anche dovuto al fatto che, nell’architettura della rete in rame di Telefonica, le abitazioni degli utenti finali erano direttamente collegate alle centrali telefoniche, senza lo snodo intermedio degli armadi: dunque Telefonica non poteva attestarsi, come hanno fatto gli altri maggiori incumbent europei, su una infrastruttura di transizione mista fibra-rame (FTTCab), al fine di ritardare la svalutazione della rete in rame e limitare l’entità degli investimenti necessari".
Negli ultimi anni, alcuni operatori della rete in fibra (generalmente quelli non incumbent, che si sono tenuti saldamente le reti nazionali) hanno aperto il capitale a fondi infrastrutturali per accelerare lo sviluppo fino alla casa degli utenti. Dal lato degli investitori, sono state occasioni - in tempi di tassi schiacciati verso lo zero e oltre - di ottenere buoni rendimenti. "In Portogallo - ricorda l'analista - Altice ha venduto quasi il 50% della rete in fibra a Morgan Stanley Infrastructure per circa 2,3 miliardi; la stessa Altice è stata protagonista in Francia della cessione del 49,9% di Sfr Ftth a un consorzio composto da Omers Infrastructure, Axa IM-Real Assets e da una controllata di Allianz per 1,7 miliardi di euro". Nella stessa direzione si può leggere l'interesse di Kkr a una quota di minoranza della rete secondaria Tim, o di Macquarie per il 50% di Open Fiber.
La partita sulla rete di telecomunicazione si è riaccesa in Italia dopo che l'amministratore delegato di Tim, Luigi Gubitosi, intervistato da Repubblica ha chiarito il punto di vista della società sullo sviluppo dell'infrastruttura a banda ultra-larga. "Tim darà la banda ultralarga a tutta Italia, con Open Fiber (la società partecipata al 50% da Enel e Cdp, ndr) o senza", ha scandito il manager, aggiungendo: "E manterrà la maggioranza di una società unica della rete, come è logico che sia. Siamo il candidato naturale a creare un'infrastruttura che risponda alle esigenze di digitalizzazione del Paese, ancora più forti dopo il blocco legato all'emergenza del Covid-19. E essere connessi, oggi più che mai, significa anche salvaguardare la coesione sociale".
Una posizione netta che ha chiamato il governo alla replica. E' stato il viceministro al Mise, Stefano Buffagni, sempre sulle colonne di Repubblica, a tenere il punto: "Secondo noi, e non solo sotto un profilo regolatorio ed Antitrust, una società della rete unica che fornisca servizi di accesso all'ingrosso a tutti gli operatori non può essere in mano a un azionista di maggioranza verticalmente integrato, con in più il beneficio del consolidamento. Su quella rete oggi passano i nostri dati più sensibili e la competitività delle nostre aziende".
Una linea che ha raccolto il plauso immediato, via Twitter, del presidente di Open Fiber, Franco Bassanini: "Finalmente il dibattito sulla rete unica imbocca la strada giusta", ha commentato rimarcando che un eventuale merger tra una società infrastrutturale di Tim e Open Fiber "sarebbe aperto a tutti, Telco e investitori infrastrutturali, assicurerebbe una copertura universale" del territorio con la fibra fino a casa delle famiglie e ancora "eviterebbe esuberi di personale" e "rimedierebbe agli errori fatti nella privatizzazione di Sip".
Sulla scacchiere, dunque, restano molto lontane le pedine dei soggetti - industriali e politici - in campo. Come disciplinare il controllo della rete? Nella proposta di Gubitosi tramonta l'idea di creare un operatore cosiddetto wholesale only, che cioè si preoccupi solo degli investimenti infrastrutturali e della gestione della rete demandando a operatori terzi l'erogazione dei servizi agli utenti finali. Rimarrebbe intatta quella 'verticalità' che caratterizza invece i modelli in cui il proprietario della rete è anche un soggetto che compete con altri operatori per vendere il suo prodotto - che passa su quella stessa rete - ai clienti. Opzione invisa all'esecutivo. Come mediare? E' lo stesso Gubitosi a guardare oltreconfine per indicare la via che intende seguire.
Il caso di Open Reach: la separazione (in evoluzione) del Regno Unito
Il caso al quale ha fatto riferimento Gubitosi è quello del Regno Unito, dove è presente l'incumbent BT che ha separato funzionalmente - mantenendone dunque il controllo societario - la divisione operativa Open Reach, che custodisce la rete. Come ha osservato Stefano da Empoli, presidente dell'Istituto per la competitività, il modello Open Reach non è stato esente da problemi. La separazione, sotto la guida del regolatore locale Ofcom, ha preso le mosse già dalla metà degli anni Duemila, ma a distanza di un decennio si sono resi necessari correttivi in corsa sotto la pressione degli altri operatori. I dati citati dall'esperto dicono di un sostanziale ritardo della copertura in fibra, che sono compensati solo dalla presenza di infrastrutture via cavo che - nate per i contenuti televisivi - ora possono esser sfruttate dagli operatori delle Tlc per le connessioni veloci. "Ancora oggi, presso l'amministrazione Johnson, è in atto una nuova spinta per arrivare a una separazione societaria della rete, di cui BT potrebbe perdere il controllo", spiega un analista del settore Tlc presso una delle principali società d'investimento milanesi.Anche Telecom ha in passato avviato un percorso sovrapponibile a quello di Open Reach, creando Open Access come divisione separata al suo interno. Nella traiettoria delineata da Gubitosi per arrivare a una rete unica a controllo Tim, il modello inglese potrebbe esser superato "permettendo di condividere scelte, indirizzi e obiettivi come nessun altro incumbent fa". In pratica, creando la società della rete unica a controllo Tim, concederebbe maggior potere di governo ai soci minori, con il ricorso a maggioranze qualificate per le decisioni più significative.
Gli incumbent, la rete e la concorrenza nel resto d'Europa
E fuori dal Regno Unito? In Europa gli operatori non integrati verticalmente, di fatto grossisti della rete attivi sul mercato B2B (come nel caso di Open Fiber), si sono affacciati solo più recentemente sotto la spinta della normativa comunitaria che incentiva il loro modello. "Il modello di base, diffuso in tutti i Paesi europei, è la presenza di un incumbent che controlla la rete ed è soggetto a rigidi vincoli normativi per garantire l'accesso wholesale a condizioni eque e trasparenti ai concorrenti, nelle aree in cui è in posizione dominante", spiega l'analista.In molti casi, l'incumbent vede una forte presenza dello Stato. Lo stesso Bassanini, in un intervento per Astrid di fine 2019, ricordava come si è svolta la fase di privatizzazione delle reti di Tlc di fine Novecento: "In parecchi Paesi europei (come Francia, Germania, Norvegia e Svezia), lo Stato rimase (e rimane tuttora) azionista di controllo (direttamente o tramite finanziarie pubbliche)". E citava i casi di Orange in Francia con lo Stato al 23%, della Germania in Deutsche Telekom (circa 32% tra presenza diretta e indiretta), della Svezia al 37% in Telia Sonera e ancora della Norvegia in Telenor con il 54%. "In altri (come UK, Spagna e Italia) lo Stato ha invece ceduto il controllo ai privati (anche se conservando talora alcuni poteri di intervento su decisioni strategiche o sull’assetto azionario delle società privatizzate attraverso i cosiddetti golden share o golden power)".
All'estero, però, questi incumbent hanno imparato ben prima che da noi a operare gomito a gomito con i competitor. Spiega ancora l'analista: "In alcuni distretti industriali o singole città, dove ci sono più operatori compresenti, si è verificata una situazione di forte competizione infrastrutturale. In quelle aree sono venuti meno i vincoli regolatori sull'accesso all'ingrosso e si lascia spazio alle regole della concorrenza". Ecco dunque un aspetto storico che, ricostruisce l'esperto, ha portato a diversificare nei fatti il mercato italiano dal resto d'Europa. "L'Italia è tra i pochi Paesi che non ha sperimentato concorrenza infrastrutturale sulla rete in rame. Con Grecia e Cipro è l'unico nel Mediterraneo a non aver visto crescere gli operatori via cavo. Questi portavano nelle case della popolazione contenuti audiovisivi, ma in un secondo momento sono stati sfruttati per le connessioni ad alta velocità. La loro assenza, in Italia, andava bene al monopolista della rete, ma anche a società come Mediaset che non hanno visto affacciarsi competitor sui contenuti". Una tesi che, declinata sulla partita della rete unica, porta alcuni a rimarcare come in realtà i maggiori progressi infrastrutturali siano arrivati proprio con Tim e Open Fiber in competizione.
Caso dinamico di mercato è quello della Francia, ad esempio, dove alle spalle dell'ex monopolista Orange "c'è sempre stata una grande concorrenza infrastrutturale", spiega l'esperto. "Lì si è seguita la logica del 'condominio'". In pratica si è seguito un doppio binario: via libera alla concorrenza accesissima nelle aree ad alta domanda; intese tra operatori per coprire con la fibra quelle dove non c'è interesse di mercato. "All'operatore partecipato dallo Stato (Orange, ndr) si sono affiancati quelli via cavo e altri ancora come Altice. In alcune aree, nelle case arrivano perfino due fili, che percorrono in parallelo la parte verticale dei condomìni. Invece, nelle aree a fallimento di mercato sono stati raggiunti accordi di coinvestimento per spartirsi le zone da coprire".
Un quadro che segue da vicino quello della Spagna, dove il pressing del regolatore, per ottimizzare le reti esistenti, si rivolge a ben quattro operatori. Lo stesso incumbent spagnolo, Telefonica, è stato tra i maggiori investitori nella rete in fibra fino a casa. Spiegava sempre il documento Astrid che già "da alcuni anni ha investito massicciamente nella nuova rete in fibra FTTH, che oggi raggiunge più del 80% delle unità immobiliari del Paese. Ciò è anche dovuto al fatto che, nell’architettura della rete in rame di Telefonica, le abitazioni degli utenti finali erano direttamente collegate alle centrali telefoniche, senza lo snodo intermedio degli armadi: dunque Telefonica non poteva attestarsi, come hanno fatto gli altri maggiori incumbent europei, su una infrastruttura di transizione mista fibra-rame (FTTCab), al fine di ritardare la svalutazione della rete in rame e limitare l’entità degli investimenti necessari".
Negli ultimi anni, alcuni operatori della rete in fibra (generalmente quelli non incumbent, che si sono tenuti saldamente le reti nazionali) hanno aperto il capitale a fondi infrastrutturali per accelerare lo sviluppo fino alla casa degli utenti. Dal lato degli investitori, sono state occasioni - in tempi di tassi schiacciati verso lo zero e oltre - di ottenere buoni rendimenti. "In Portogallo - ricorda l'analista - Altice ha venduto quasi il 50% della rete in fibra a Morgan Stanley Infrastructure per circa 2,3 miliardi; la stessa Altice è stata protagonista in Francia della cessione del 49,9% di Sfr Ftth a un consorzio composto da Omers Infrastructure, Axa IM-Real Assets e da una controllata di Allianz per 1,7 miliardi di euro". Nella stessa direzione si può leggere l'interesse di Kkr a una quota di minoranza della rete secondaria Tim, o di Macquarie per il 50% di Open Fiber.