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Bassanini: “Se Tim non ci sta il governo chiami i concorrenti per investire nella rete unica”

Il presidente di Open Fiber sollecita il governo a fare moral suasion sull'ex monopolista per il via libera a una infrastruttura neutrale. Altrimenti potrebbero scendere in campo tutti gli altri operatori
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Professor Bassanini, come ha fatto l’Italia ad arrivare alla situazione in cui ci sono due reti principali per la banda larga, Tim e Open Fiber, che si fanno una concorrenza spietata ma allo stesso tempo si discute su come farle confluire in un’unica infrastruttura?
"Bisogna risalire all’inizio degli anni ’80: una legge stabilì che le reti TV cavo non potessero trasportare più di un canale TV ciascuna. Quella legge affondò sul nascere lo sviluppo delle  reti cavo in Italia, al contrario di ciò che avvenne negli altri paesi europei".

Si ricorda chi votò questa legge?
"Da una parte sinistra Dc e PC la sostennero per difendere la RaiTV pubblica, dall’altra destra Dc e craxiani per sbarrare la strada alle altre TV private che potevano insidiare la Fininvest: fu sancito così il il duopolio dell’etere;  in pochi si accorsero che fu sancito anche il monopolio della rete di TLC della SIP&qu…
Professor Bassanini, come ha fatto l’Italia ad arrivare alla situazione in cui ci sono due reti principali per la banda larga, Tim e Open Fiber, che si fanno una concorrenza spietata ma allo stesso tempo si discute su come farle confluire in un’unica infrastruttura?
"Bisogna risalire all’inizio degli anni ’80: una legge stabilì che le reti TV cavo non potessero trasportare più di un canale TV ciascuna. Quella legge affondò sul nascere lo sviluppo delle  reti cavo in Italia, al contrario di ciò che avvenne negli altri paesi europei".

Si ricorda chi votò questa legge?
"Da una parte sinistra Dc e PC la sostennero per difendere la RaiTV pubblica, dall’altra destra Dc e craxiani per sbarrare la strada alle altre TV private che potevano insidiare la Fininvest: fu sancito così il il duopolio dell’etere;  in pochi si accorsero che fu sancito anche il monopolio della rete di TLC della SIP".

Quindi all’Italia è sempre mancata la concorrenza a SIP-Telecom di una rete via cavo. Giusto?
"Sì, mentre in tutta Europa le reti TV cavo si sono sviluppate molto, e presto scoprirono che potevano trasportare, oltre ai programmi TV, anche  voce e dati, fino a  1 Giga in upload e a 10 Giga in download".

Poi però sono arrivate le privatizzazioni, nella seconda parte degli anni ’90.
"Sì ma mentre in diversi paesi (come Germania e Francia) lo Stato mantenne una partecipazione di controllo nel capitale, in Italia la Telecom fu venduta tutta sul mercato. E il risultato fu che gli incumbent degli altri paesi hanno continuato ad investire per ammodernare la rete sia per affrontare la concorrenza degli operatori via cavo, sia per l’impulso dei loro azionisti pubblici di lungo periodo. Invece nella Telecom senza concorrenti ha prevalso la logica del profitto a breve".   

Arriviamo ai giorni nostri.
"Nel 2016 l’Italia era insieme alla Grecia l’unico paese europeo dove esisteva una sola infrastruttura nazionale, sia pur affiancata da realtà locali come Metroweb a Milano. E il governo Renzi, di fronte alla renitenza di TIM ad investire sulla fibra, spinse per la nascita di Open Fiber (OF), per realizzare una infrastruttura in fibra fino alle case più ampia possibile e per stimolare TIM ad investire".

In quattro anni, però, Open Fiber, dopo aver comprato Metroweb, pare molto in ritardo nel raggiungere i suoi obbiettivi, non è così?
"Nelle città, dopo tre anni dall’inizio effettivo della sua attività, OF ha connesso 6 milioni di unità abitative portando la fibra fino sulla porta delle  case; di lì, il tempo medio di effettivo allacciamento, per i clienti che si abbonano, è di soli 8 giorni. Il nostro obbiettivo, per le città, era di 9,6 milioni di case entro il 2022; lo stiamo realizzando".

E nelle aree più disagiate?
"Le gare pubbliche per queste aree sono state aggiudicate tra il 2017 e il 2019, si è poi dovuto aspettare le pronunce del Tar sui ricorsi di Tim e Fastweb, attendere  la firma delle concessioni, acquisire quasi 100.000 autorizzazioni, seguire per gli appalti le procedure delle gare pubbliche: tutto più complicato.  Rispetto ai 9,1 milioni previsti dal piano, nelle aree bianche abbiamo raggiunto 2,7 milioni di unità immobiliari, portando la fibra in media a 17 metri dal potenziale cliente (il bando di gara impone di arrivare a non più di 40 metri): di lì, il tempo di allacciamento è di qualche settimana. C’è dunque un ritardo, che contiamo di recuperare grazie al Decreto-legge Semplificazioni che finalmente ha ridotto le complicazioni burocratiche".

Perché allora si vuole far confluire la rete Tim e la rete OF in un’unica infrastruttura?
"Perché si rischia di avere in molte città due reti in fibra e in altre aree del paese di restare sul rame per anni e anni. E perché la concorrenza comprime i margini di redditività degli investimenti sia per Tim che per Open Fiber; dunque nessuno dei due può assicurare una copertura totale del paese".

Veniamo al punto: Tim dice che è d’accordo sulla creazione di una società della rete unica in cui però la stessa Tim mantenga la maggioranza. E’ possibile?
"No, perché si tornerebbe al monopolio della rete nelle mani di un operatore verticalmente integrato: le  autorità antitrust non lo permetterebbero. Gli altri operatori oggi possono scegliere tra la rete di Tim e di Open Fiber, domani sarebbero costretti a usare la rete del loro principale concorrente: risponderebbero a suon di ricorsi. Se poi intervenisse Cdp a fianco di Tim si porrebbe anche un problema di aiuti di Stato".

Ma la concorrenza diminuirebbe anche se si fa una rete unica neutrale, cioè senza un operatore dominante rispetto agli altri.
"Certo; ma  una infrastruttura unica neutrale, aperta a tutti ma controllata da un investitore terzo di lungo termine, è l’ideale per garantire insieme la concorrenza fra gli operatori e il diritto di tutti alla connessione: lo hanno scritto le Autorità italiane della Concorrenza e delle Comunicazioni nel 2014: quel documento fa testo".

Dunque secondo lei non è percorribile la strada che sta percorrendo Tim di scorporare in una società a sé stante la sua rete secondaria e facendo partecipare al capitale sia il fondo americano Kkr sia Fastweb?
"Non risolve il problema. Si tratta solo di un pezzo della rete fissa, dagli armadi di TIM fino alle case, ma fino agli armadi si dovrebbe arrivare con la rete di proprietà di TIM. Abbiamo bisogno invece di una infrastruttura unica completa e integrata, che comprenda l’intera rete fissa (fibra fino alle case), l’infrastruttura passiva del  5G (ancora fibra), i data center di prossimità dell’edge cloud computing".

Quali sono le altre possibilità secondo lei?
"Occorre innanzitutto togliere dal tavolo l’ipotesi di un ritorno al monopolio Tim dell’infrastruttura. Non si può fare; e non garantirebbe la fine delle resistenze di TIM ad accelerare la dismissione del rame. Una forte moral suasion del Governo dovrebbe spingere Tim a separare le infrastrutture dai servizi. TIM infrastrutture potrebbe fondersi con Open Fiber in una società unica della infrastruttura neutrale e non verticalmente integrata, che avrebbe in CDP il suo anchor investor".

In pratica si tratterebbe di una rinazionalizzazione, non è anche questo un passo indietro? Dagli Stati Uniti corpi diplomatici si sono risentiti per l’ingerenza del governo italiano nelle scelte di una società privata e quotata come Telecom?
"L’ho letto sui giornali. Ma resta da vedere se KKR, pronto ad assumere una partecipazione di minoranza in una società proprietaria di un  pezzo della rete di TIM, non sarebbe altrettanto se non più interessata a investire, come azionista di minoranza, in una infrastruttura unica molto più ampia e integrata".

E poi per gli azionisti Telecom, tra cui c’è la francese Vivendi con il 24%, dove risiederebbe il vantaggio economico nel perdere la maggioranza della rete?
"Il governo potrebbe proporre incentivi volti a valorizzare adeguatamente gli asset di Tim. Per esempio caricando sulla infrastruttura unica una quota del debito e del personale di TIM più che proporzionale. O prevedendo una remunerazione degli stranded costs dell’accelerata dismissione del rame, come si fece in passato nel settore elettrico".
E se gli azionisti Telecom non fossero d’accordo su tutto questo?
"In questo caso non resterebbe che una soluzione: che il Governo decidesse che comunque, con TIM o senza, occorre assicurare a  tutti entro il 2022/3 la rete unica di nuova generazione di cui il Paese ha bisogno: chiamare dunque a raccolta tutti quelli che ci stanno, a partire da CDP e ENEL con Open Fiber, dalle altre Telco (Vodafone, Wind, Iliad, Tiscali, Sky, Sorgenia, Tiscali), e dagli investitori infrastrutturali (KKR, Macquairie, i fondi pensione, le casse di previdenza) per raccogliere le risorse necessarie per un piano di copertura integrale del territorio nazionale con la fibra, il 5G, l’edge cloud. Oggi OF cabla 3 milioni di case all’anno,  così si potrebbe salire a 4 o 5 e il gioco è fatto. TIM deciderà poi se aggregarsi o no".