La svolta della Fed e i nodi che Powell ha lasciato aperti
Raffaele Ricciardi
La Banca centrale americana ha superato il target di inflazione al 2% per tenersi le mani più libere sui tassi. Ma non ha indicato fin dove si vorrà spingere e come farà a riportare la crescita dei prezzi. Intanto il dollaro si indebolisce e per l'Europa rischia di essere un boomerang
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MILANO - Jerome Powell non ha deluso le aspettative dei mercati e in occasione del simposio (virtuale, causa Covid) di Jackson Hole ha annunciato l'attesa revisione della strategia della Federal reserve. Cade il dogma di centrare un'inflazione al 2%, scolpito quando l'idea era che i banchieri centrali dovessero preoccuparsi più che altro di spegnere le fiammate rei prezzi, in favore di una maggiore flessibilità. La Fed valuterà ora un target "medio" del 2%, che significa potersi permettere di salire oltre quel livello qualora si arrivi da un periodo di prezzi ben al di sotto l'obiettivo. Visto che è proprio il caso attuale, l'aspettativa dei mercati è che i tassi restino schiacciati verso lo zero ancora per molto, anche se l'inflazione dovesse risalire. Maggiore flessibilità in vista anche sul fronte del mercato del lavoro. Se fino a ieri la Fed utilizzava le previsioni sulla crescita dell'occupazione per anticipare una possibile pressione sui prezzi e agire di conseguenza, ora enfatizza maggiormente quanto un mercato del lavoro robusto non sia necessariamente foriero di accelerazioni indesiderate dell'inflazione e si garantisce quindi più tempo per determinare una eventuale reazione.
La scelta della Banca centrale americana era attesa dai mercati e resta epocale, ma non mancano nodi aperti dopo il discorso di Powell. Gli addetti ai lavori notano come siano ampi i margini di indefinitezza della nuova posizione della Fed, cosa che lo stesso governatore avrebbe d'altra parte voluto ottenere scientemente per avere mani più libere. Non manca (Donato Masciandaro, sul Sole24Ore) chi sottolinea come il rischio sia quello di subire in futuro maggiori pressioni da parte della politica e del mondo finanziario ad agire in questo o quel modo, in assenza di un punto di riferimento chiaro e circostanziato come era l'obiettivo di inflazione precedente.
Più operativamente e nel breve termine, non è chiaro come la Fed proverà a centrare la reflazione e come si comporterà sui tassi, anche se sul mercato è dato per scontato che per anni non si muoveranno.
Le questioni aperte: mosse sui tassi, quanto e per quanto sopra il 2%?
Antonio Cesarano di Intermonte ha rimarcato in un commento al discorso di Powell, utilizzando una sua stessa metafora, come il governatore americano abbia "acceso un fuoco (le aspettative di inflazione) senza però portare l'estintore (la garanzia di tassi contenuti nel tempo)". Sui mercati, "gli operatori associavano l'ipotesi di tolleranza di inflazione più elevata a quella di impegno a contenere i tassi per lungo termine". Invece non sono arrivate indicazioni su questo aspetto e pertanto "gli operatori, in vista di una Fed che tollera una inflazione più alta, stanno riportando i tassi al rialzo". L'esperto si attende che in vista della riunione del Comitato di politica monetaria del 16 settembre possa arrivare qualche rassicurazione sulle prossime mosse sui tassi.
Anche gli esperti di Unicredit sottolineano come manchino alcuni passaggi nella nuova posizione della Fed, che forse non verranno chiariti. "La Fed non ha fornito - e non fonirà - un valore numerico circa la lunghezza del periodo di tempo sul quale calcolerà il valore medio dell'inflazione, nemmeno ci ha detto (o almeno, non ancora) che cosa rappresenti" quel "moderatamente sopra il target di inflazione" (quindi sopra il 2%) al quale ora la Banca centrale si concede di arrivare.
Da Abn Amro hanno rimarcato come questo restare vaghi possa deludere coloro che si aspettavano un impegno più forte verso un obiettivo ben definito, ma "è comprensibile viste le sfide che la Fed - e le Banche centrali globalmente - hanno affrontato nel generare inflazione, e visto che questo concetto di target medio è relativamente recente". Secondo gli analisti, "il primo obiettivo con questa mossa era alzare le aspettative di inflazione, prima tra gli operatori di mercato e infine anche presso le imprese e i consumatori". In prospettiva, visto che Powell ha annunciato che questo schema verrà rivisto ogni cinque anni, potrebbero arrivare impegni più serrati qualora non si centrasse l'obiettivo. L'economista Bill Diviney conclude però annotando le questioni aperte: A partire da quando questo nuovo schema d'azione si applicherà e quanti anni di inflazione sotto il 2% verranno considerati? Cosa succederebbe se l'inflazione restasse sopra il 2% per un po' di tempo: la Fed si attiverebbe per tenerla per altrettanto tempo sotto il 2%? L'aspettativa è che su queste e altre questioni monterà il pressing su Powell il 16 settembre, in conferenza stampa.
Sintetizza Alessandro Fugnoli di Kairos che "la morale è che la Fed non alzerà i tassi dallo zero attuale fino a che l'inflazione non sarà stata per almeno un paio d'anni al tre per cento. Ci saranno quindi anni, i prossimi, in cui la Fed (e con lei molte altre banche centrali) faranno di tutto perché la liquidità e i titoli sicuri perdano il tre per cento di potere d'acquisto ogni anno (e in due anni fa già il sei). Per le borse e per l'oro, quindi, non siamo più alla rete di sostegno (la put) delle banche centrali, ma a una molla che spinge verso l'alto". L'esperto si chiede se sarà sufficiente per spingere anche l'economia: "Certamente sì, anche se non sappiamo in quale misura. Alcuni commentatori hanno fatto notare che i nuovi obiettivi ufficiali della Fed non sono sostanziati dall'annuncio delle politiche atte a raggiungerli. È vero, ma è nello stile di Powell lasciare le cose nel vago per avere flessibilità. Non è quindi il caso di avere troppi dubbi sulla determinazione a reflazionare. Nei prossimi anni chi non reflazionerà abbastanza verrà mandato a casa e sostituito da qualcuno ancora più reflazionista".
Il deprezzamento del dollaro e il boomerang dell'Europa forte
Per quel che riguarda il dollaro, invece, secondo NN Investment Partners le decisioni della Fed sono uno dei principali driver di deprezzamento del dollaro, unite al fatto che Powell"ha ancora più spazio per abbassare i tassi reali rispetto alla BCE o alla BoJ, cosa che, di per sé, tende ad essere negativa per il dollaro. Inoltre, nel caso di una netta affermazione democratica a novembre, gli Stati Uniti potrebbero orientarsi verso politiche meno "capital friendly", come l'aumento delle tasse sulle imprese, una maggiore regolamentazione e un accrescimento del potere contrattuale dei lavoratori. Questo renderebbe gli Stati Uniti una destinazione meno attraente per il capitale globale". La perdita di terreno rispetto all'euro, in particolare, si deve anche alla "qualità del mix di politiche fiscali e monetarie in Europa, superiore a quello statunitense, che ha reso il Vecchio Continente una destinazione più attraente per il capitale globale. Per l'Europa stessa si tratta più di una maledizione che di una benedizione, in quanto tutto ciò impatta negativamente sulle esportazioni di capitali a causa di un persistente eccesso di risparmio interno pianificato rispetto alle intenzioni di investimento. Gli ulteriori afflussi netti di capitale non fanno che peggiorare la situazione – non contribuiscono a ridurre né i rendimenti dei titoli governativi emessi nell’Unione Monetaria né i costi di finanziamento delle banche perché già la BCE si assicura che questi rimangano bassi - ma causano un apprezzamento dell'euro che riduce le esportazioni nette".