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Le New York Liberty, una delle squadre della WNBA tra le più impegnate nella campagna Black lives matter (Foto Twitter/New York Liberty) 

Say her name: atlete contro il razzismo. E un podio ancora difficile da scalare

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Buona lettura,
Oriana Liso
 

Say her name. Per Breonna Taylor, per le altre persone afroamericane vittime di abusi. La Wnba, in America, si schiera contro il razzismo, le giocatrici di basket come i loro colleghi partecipano alle proteste collettive che vanno ormai sotto il nome 'Black lives matter'. E non è altrettanto facile. Non hanno l'esposizione mediatica dei loro colleghi uomini, non hanno neanche lontanamente i loro ingaggi milionari. Ma ci sono e, in questi giorni, si sono fermate anche loro. Perché se lo sport deve, può lanciare un messaggio, che siano le donne dello sport a farlo ha un doppio significato. Bisogna gridare il doppio, esporsi il doppio.
 
Le donne ne…
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Buona lettura,
Oriana Liso
 

Say her name. Per Breonna Taylor, per le altre persone afroamericane vittime di abusi. La Wnba, in America, si schiera contro il razzismo, le giocatrici di basket come i loro colleghi partecipano alle proteste collettive che vanno ormai sotto il nome 'Black lives matter'. E non è altrettanto facile. Non hanno l'esposizione mediatica dei loro colleghi uomini, non hanno neanche lontanamente i loro ingaggi milionari. Ma ci sono e, in questi giorni, si sono fermate anche loro. Perché se lo sport deve, può lanciare un messaggio, che siano le donne dello sport a farlo ha un doppio significato. Bisogna gridare il doppio, esporsi il doppio.
 
Le donne nello sport - sai che novità - sono un buon numero quando si parla di atlete, sono poche, pochissime, quando si parla di ruoli di vertice nelle federazioni e nelle organizzazioni nazionali e internazionali. Nei comitati esecutivi delle federazioni nazionali di atletica leggera il rapporto è di 8 a 2. It's a long way, è una marcia, volendo usare una metafora sportiva, che di scatti finora non ne ha avuti. Finora, ma qualcosa si muove, ed è una squadra di donne quella che ci sta provando.
 
Oggi, allora, parliamo di sport e di donne. Con due prospettive. Il razzismo, e il messaggio che lo sport può (deve?) lanciare. E la scalata al podio dei vertici sportivi delle donne. Ci saliremo, certo, ma quando?
 

Ayomide Folorunso è una forza della natura, letteralmente. Parla con foga e passione, la stessa che mette nello sport, nello studio. Nata in Nigeria nel 1996, nel 2004 è arrrivata con la sua famiglia in Italia, a Fidenza, e lì ha iniziato la carriera nel più classico dei modi. Ayo - vuol dire 'gioia' - andava a scuola e il suo professore di ginnastica le diceva: "Sei nigeriana, devi essere la più veloce. E io pensavo già allora che non contava il colore della mia pelle, ma il talento e l'impegno". Ayo ha iniziato a correre, non si è ancora fermata. E' un'atleta delle Fiamme Oro della Polizia di Stato di Padova, studia medicina, con la Fidal ha 12 presenze in Nazionale (nel 2013, quando avrebbe potuto gareggiare per la prima volta, non aveva ancora ricevuto la cittadinanza italiana), ha vinto due ori nel 2017 agli Europei under 23 e alle Universiadi, nel 2019 ha realizzato il miglior crono italiano negli ultimi venti anni, medaglia di bronzo con la staffetta 4x400 agli Euroindoor, detiene otto record nazionali, la sua storia è una di quelle raccontate nel libro di Andrea Franzoso "Viva la Costituzione", (De Agostini) appena uscito. Nel 2018 la foto di Ayomide ai Giochi del Mediterraneo di Tarragona con le sue compagne di squadra della staffetta azzurra divenne un caso politico: quattro giovani donne, di colore, vincenti. "Quando mi avvolgo con la bandiera italiana sento l'abbraccio del mio Paese, mi faccio scivolare addosso chi sta a contare la percentuale della mia italianità e so che le mie forti radici nigeriane mi rendono unica".
 
Con Chiara Davini, che è la manager di Ayomide Folorunso, parliamo di come i giovani atleti e le giovani atlete di colore in Italia vivono la questione razzismo: "Nell'atletica leggera negli ultimi anni sono aumentati sempre più gli atleti di origine straniera nati in Italia o che hanno acquisito la nazionalità italiana: tutti si percepiscono come italiani e trovano assurda la domanda su quanto si sentano tali, su 'cosa' si sentano, questo perché per fortuna lo sport praticato va oltre questo tipo di definizioni, e le nuove generazioni sono sempre meno interessate alle differenze del colore della pelle".
Ecco perché alla domanda su cosa pensa dell'esposizione che tanti giocatori di molti sport, in America, hanno scelto di avere sul tema razzismo e sugli episodi di violenza contro gli afroamericani, Ayo mi ha chiesto di pensarci. E poi mi ha mandato un lungo messaggio, che riporto integralmente.

Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raphaela Lukudo, Giochi del Mediterraneo di Tarragona 2018 (Foto Fidal) 

“#Blacklivesmatter: un hashtag che mi fa quasi stare fisicamente male. Provare a parlarne mi fa sudare freddo, ho un groppo in gola e nel petto di infelicità, profonda tristezza, sbigottita incredulità, amarezza, rassegnazione, confusione, rabbia.
Sono nella felice posizione di essere una giovane donna di colore, una atleta-poliziotta e un mix di due culture diverse. Faccio i miei complimenti a chi è riuscito razionalmente a parlarne o a scriverne apertamente. Io non sono ancora in grado. Non riesco a essere al cento per cento lucida, mi accorgo anche che ne devo sapere di più. Per questo non ho fatto dichiarazioni pubbliche. Non sono neanche il tipo, sento una responsabilità verso soprattutto quei ragazzi che mi guardano come un modello positivo. Preferisco lavorare in silenzio per vie alternative per raggiungere lo stesso obiettivo.
Lo sport è un pilastro della società, uno specchio della società e non può esimersi da prendere posizione e farsi messaggero di alcune questioni sociali. Ha il potere di modellarne la narrativa. E quindi mi chiedo: cosa ho da dire? Come lo voglio dire?
Quello che vorrei, in fondo, è che questa onda rivoluzionaria non resti uno dei tanti fenomeni di passaggio della nostra superficiale ed effimera realtà virtuale. Perché quando non sarà più un hashtag popolare, che oggi è sicuramente un motore, persista la messa in moto di un profondo cambiamento culturale, dell’inclusione e del rispetto dell’altro e dell’antirazzismo. E per questo bisogna partire da piccoli gesti che facciamo nelle nostre realtà locali, e da sinergie che si creano tra le istituzioni per sensibilizzare e rimodellare la mentalità comune. Bisogna logorare insistentemente la cultura del pregiudizio, il senso di presunzione di superiorità nei confronti di chi non è come noi o che è percepito come diverso.
L’esagerazione dell’orgoglio di essere italiani, quella convinzione che non ammette italiani di origini geografiche diverse o, peggio, non riesce a immaginare o ammettere il connubio immigrato/straniero uguale eccellenza. Questa narrativa va cambiata e questa erosione sta avvenendo piano piano. Sradicare determinate condizioni e creare nuove identità e consapevolezza sociale è un percorso lento, macchinoso e servono diversi passaggi generazionali.
Ecco allora che l’hashtag può essere paragonato a quell’accelerata che fa passare bene e velocemente le prime 2 barriere in una gara di 400hs ma purtroppo ne mancano ancora 8 per finire la gara; bisogna quindi resistere alla fatica, serve tenacia e grande determinazione per continuare, e qui viene in aiuto il motore più lento ma costante e progressivo della formazione (o ri-formazione) culturale. Serve una iniezione di adrenalina anche nel passaggio finale, tra l’ultima barriera e il traguardo, per agguantare la vittoria. Qui possono venire in aiuto ancora una volta i meccanismi della realtà virtuale, benché momentanei e transitori, ma se usati con intento e consapevolezza, sono il motore per accompagnare con la giusta velocità verso la conclusione”.
 

Il podio da scalare

Atleta, singolare femminile. Le donne nello sport, e questo prescinde dal colore della pelle, sono in campo. Letteralmente: il numero di atlete, in alcune federazioni, supera quello dei colleghi uomini. E nelle segreterie delle federazioni sportive il numero delle donne è alto, così nelle mansioni di tesoreria. Ma lo sport è e resta, ancora, roba da uomini, quando si guardano i numeri di chi comanda e governa le decisioni. Una sfida (e a proposito di sport e sfide, un libro da leggere è ‘Giovinette – Le calciatrici che sfidarono il Duce’ della collega del Corriere Federica Seneghini (edizioni Solferino), che racconta la prima squadra di calcio femminile italiana) che non è solo una medaglia da appuntarsi al petto. “Lo specifico femminile, la nostra visione, l’intelligenza emotiva servono per migliorare lo sport: sono qualità complementari a quelle maschili, non è una guerra: ma se non impariamo a emergere non incideremo mai sulle scelte”. Chiara Franzetti si occupa della gestione di uffici stampa e dell’organizzazione di gare di atletica leggera, ma è anche la moderatrice e coordinatrice del progetto pilota sulla leadership femminile e la parità di genere della Federazione europea di atletica leggera per l'Italia. Un progetto che nasce nel 2013 a livello europeo per formare donne leader in ambito sportivo. Dopo incontri e seminari lo scorso dicembre sono state selezionate 14 donne, una per nazione partecipante,  per sviluppare il progetto nei singoli Paesi. E Chiara Franzetti, Covid permettendo, ha iniziato da poco le sessioni con le altre dieci donne italiane (Anna Pia Angelini, Alessia Baldini, Giuliana Maria Cassani, Chiara Davini, Asia Dell’Accio, Miriam Gulotta, Chiara Montesano, Laura Spagnoli, Doris Tomasini, Deborah Toniolo) che ha scelto per questo progetto. “E’ un podio difficile da scalare – racconta – e di donne al vertice per ora ce ne sono poche, penso ad Anna Riccardi, la dirigente del Coni che per noi è una figura di riferimento”. Cosa serve, per provare a salire in alto in un mondo molto maschile? L’impegno, lo studio, ovvio, “ma dobbiamo rimuovere soprattutto degli ostacoli che ci creiamo da sole: la paura di rompere una convenzione e la difficoltà a fare squadra. Smettiamola di vederci come nemiche, avversarie. Lo sport è maschile anche perché gli uomini sanno fare squadra più di noi”.

Roberta Guaineri è un’avvocata che ama lo sport, e in una congiunzione astrale virtuosa è stata nominata quattro anni fa assessora allo Sport del Comune di Milano. E i numeri che racconta – soprattutto da quando si è occupata della candidatura (vincente) di Milano-Cortina per le Olimpiadi invernali 2026, non sono affatto consolanti. “Nei ruoli dirigenziali le donne restano una minoranza assoluta, e questo influisce molto sulle decisioni che lo sport prende”. La politica, le istituzioni, possono aiutare a cambiare le cose. “In questi anni abbiamo promosso programmi scolastici, eventi nazionali e internazionali femminili come la competizione di canottaggio tra squadre universitarie, corse femminili anche a scopo benefico, i progetti di Expo per lo sport”. Il Centro Pavesi è la casa del Club Italia femminile, durante le Digital week ci sono sessioni specifiche dedicate alla promozione delle figure manageriali femminili e ai master in management dello sport”. Ma poi, racconta Guaineri, c’è anche il legame stretto che si crea con gli atleti che possono lanciare messaggi positivi: “La parità di genere, l’antirazzismo, il rispetto degli orientamenti sessuali e della disabilità sono temi che ai ragazzi dobbiamo far arrivare in tutti i modi, perché il bar sport virtuale dei social, tra razzismo e sessismo, anche quando gli stadi sono chiusi come adesso, non chiude mai”.



 
 

I donn de Milan

“Ho deciso di essere politicamente scorretto: penso che le donne e gli uomini siano diversi, ed è lì che sta il bello della questione.
Sono pure fiero di essere milanese, cioè di una città dove il cosmo femminile ha giocato un ruolo centrale nell’evoluzione verso la modernità. Milano è stata ducale e autonoma, poi francese, spagnola, austriaca e infine italiana, ma sempre con una curiosa caratteristica: le donne vi hanno giocato un ruolo centrale, poco alla volta si sa, ma con una presenza costante, da Isabella di Valois a Beatrice d’Este, da Isabella d’Aragona a Caterina Visconti. Furono poste in un cono d’ombra negli anni ispanici ma tornarono alla ribalta nel periodo austriaco, durante il quale Cristina Trivulzio di Belgioioso divenne promotrice dell’indipendenza d’Italia e nel salotto di Clara Maffei si incontravano tutti gli spiriti liberi, per non parlare della emancipatissima Giulia Beccaria, madre di Alessandro Manzoni.
Non stupisce quindi che agli albori del ventesimo secolo si fecero autentiche protagoniste della vita politica Anna Kuliscioff e Margherita Sarfatti. A tutte loro sono dedicate queste riflessioni”.
Ieri è morto Philippe Daverio, storico dell’arte, divulgatore televisivo, personaggio eclettico. L’ultimo suo lavoro, bloccato dal Covid, era una serie di spettacoli dedicato alle donne milanesi, ‘I donn de Milan’, appunto, e questa era la presentazione. Grazie Daverio, anche e soprattutto per la tua leggerezza.
 
Laura Boldrini, Svetlana Tikhanovskaja e Lia Quartapelle: le due parlamentari dem sono andate a Vilnius per incontrare (nell'ambasciata italiana) la principale oppositrice del presidente bielorusso Lukashenko. “In Bielorussia la rivoluzione ha il volto di donna. SvetlanaTikhanovskaya, consapevole e determinata, ha a cuore il futuro del suo popolo e farà di tutto per dare voce alle loro richieste. Noi siamo con lei”, ha scritto su Twitter Quartapelle postando questa fotografia 

 

Me lo segno

I consigli di lettura scelti per voi questa settimana:
  • L’installazione “Don’t let the darkness eat you up” era stata inaugurata soltanto l’11 luglio e avrebbe dovuto restare esposta fino al 13 dicembre al museo Palazzo Grassi. Ma il 22 luglio il suo autore, l’artista Saul Fletcher, ha prima ucciso la sua compagna, la storica dell’arte e curatrice Rebeccah Blum nella loro casa di Berlino, poi si è suicidato. E così la Fondazione ha deciso di rimuovere l’opera “nel rispetto della memoria di Rebeccah Blum e per esprimere solidarietà nei confronti di tutte le donne oggetto di violenza”. L’opera, ci racconta su Repubblica Francesco Furlan, rimarrà però in catalogo “a dimostrazione di come non si tratti di un atto di cancellazione, ma di un segno di cordoglio. Questa è stata la nostra risposta”.
  • Un docufilm di 25 anni fa, “I giorni di Pechino”, 30 mila donne arrivate da tutto il mondo: sul sito di Repubblica il videoracconto che nel settembre del 1995 la regista Tilde Capomazza, che nel 1977 aveva portato in tv la questione femminile con il programma “Si dice donna”, realizzò partecipando con Aidos - Associazione Donne per lo sviluppo - al Forum delle donne a Huairou e alla conferenza dei governi delle Nazioni Unite. 

  • Ebru Timtik era, e il passato è un dolore, un’avvocata turca, aveva 42 anni e quando è morta, giovedì 27 agosto, pesava 30 chili. È morta di fame, per lo sciopero della fame che portava avanti da 238 giorni, per chiedere un nuovo processo non per un suo cliente, ma per se stessa. Era in carcere da tre anni, accusata di far parte di una organizzazione terroristica, avrebbe dovuto scontare13 anni e mezzo, ma aveva deciso di combattere quella che considerava un’accusa e una condanna ingiusta. “Il 28 agosto, centinaia di avvocati si sono riuniti davanti alla sede del loro ordine professionale a Istanbul. Sulle vesti nere con il colletto bordeaux avevano appuntato la foto di Ebru Timtik. Molti avevano le lacrime agli occhi”, racconta su Le Soir Anne Andlauer, in un articolo che leggete qui tradotto su Internazionale. 


Per questa settimana è tutto, grazie per la vostra attenzione.

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Grazie,
Oriana Liso