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Le startup italiane crescono, ma il salto di qualità è ancora lontano

Sono aumentate anche nel lockdown, ma gli investimenti nell'innovazione italiana rimangono molto contenuti rispetto ai competitor europei. Viaggio tra le giovani società per capire cosa funziona e cosa è da migliorare
9 minuti di lettura
Milano. Le startup italiane crescono in numero, ma non riescono a fare il salto di qualità. Gli investimenti nelle società innovative salgono di buon ritmo, non si arrestano neppure con il Covid, ma restano briciole rispetto a quello che avviene nelle economie europee con le quali siamo in competizione. Nonostante qualche segnale di dinamismo e l'interesse mostrato dal governo (condito da centinaia di milioni sul piatto, che non guastano), il sistema dell'innovazione italiano sembra impantanato alla metà del guado tra le belle speranze e il diventare un asse portante della nostra politica industriale. E i capitali, seppure interessati alle opportunità alternative agli investimenti a tasso zero, faticano a trovare vie di sbocco in idee vincenti.

Milano. Le startup italiane crescono in numero, ma non riescono a fare il salto di qualità. Gli investimenti nelle società innovative salgono di buon ritmo, non si arrestano neppure con il Covid, ma restano briciole rispetto a quello che avviene nelle economie europee con le quali siamo in competizione. Nonostante qualche segnale di dinamismo e l'interesse mostrato dal governo (condito da centinaia di milioni sul piatto, che non guastano), il sistema dell'innovazione italiano sembra impantanato alla metà del guado tra le belle speranze e il diventare un asse portante della nostra politica industriale. E i capitali, seppure interessati alle opportunità alternative agli investimenti a tasso zero, faticano a trovare vie di sbocco in idee vincenti.


Le startup censite nel registro del Mise sfioravano quota 11.500 alla fine dello scorso giugno, dalle 10.900 di fine 2019, nonostante il Covid abbia paralizzato l'economia. Il volume degli investimenti è in espansione: l'anno scorso si sono contate, nel report sul Venture capital di P101, 244 operazioni per 605 milioni mobilitati, in crescita dai 510 milioni riversati su 179 aziende dell'anno prima. Sono stati anzi di 700 milioni, secondo le informazioni della società di consulenza EY, gli investimenti se si allarga il campo fuori dall'ambito tech e digitale. E nel primo semestre del 2020 le operazioni hanno rallentato ma non si sono fermate: circa 260 milioni di euro in circolo, in calo dai 397 del semestre precedente ma comunque sopra il livello del giugno 2019. Piano con gli entusiasmi, suggeriscono gli addetti ai lavori. Troppo grande il gap con il resto d'Europa per credere di esser diventati di colpo una smart nation, un Eldorado delle idee in via di sviluppo. Massimiliano Vercellotti, startup leader di EY in Italia, sciorina i dati comparativi per spiegare il diverso ordine di grandezza: "Se fino al 2017 eravamo fanalino di coda per gli investimenti in startup e scale-up (le società pronte a 'scalarè il loro modello: hanno già un prodotto/servizio commercializzato, hanno raccolto capitali e prevedono l'espansione del business su nuovi mercati, ndr), abbiamo iniziato una lenta risalita. Ma siamo ancora molto lontani dai numeri del Regno Unito (oltre 11 miliardi di investimenti), dalla Germania (5,8 miliardi), dalla Francia (4,7 miliardi), ma anche da quelli di Spagna (1,3 miliardi, il 70% dei quali mobilitati dalla sola Barcellona che si è imposta come uno dei poli di innovazione mondiali) e Svizzera (1,7 miliardi)". A livello europeo, il 2019 è stato da record con 32,4 miliardi di investimenti Venture capital, contro i 23,4 miliardi del 2018: siamo molto indietro in questa partita.
Massimiliano Vercellotti, Start up leader EY 

Il ritardo negli investimenti

Per capire perché i 65 mila lavoratori - tra soci e dipendenti delle startup italiane - di questo ecosistema siano ancora parte di un nano al cospetto di giganti, una chiave è individuare le cause del ritardo negli investimenti. "Da noi si tende a privilegiare asset più stabili - ragiona Francesco Cerruti, direttore generale di VC Hub Italia, associazione rappresentativa dei maggiori gestori dei fondi di Venture capital - Soggetti istituzionali come i fondi pensione o le assicurazioni, che in Francia svolgono un ruolo fondamentale per ingrossare le fila dei capitali spesi in innovazione, in Italia sono ancora assenti. E' come giocare una partita di calcio in 9 contro 11". Proliferano poi "investitori non professionali attivi nelle primissime fasi delle startup (le cosiddette seed, ndr), che supportano l'idea romantica dei 'tre ragazzi con i computer in uno scantinato', ma disperdono il potenziale di sostegno ai progetti realmente competitivi". Il Venture capital rimane dunque la porta d'accesso privilegiata (se non unica) ai capitali interessati in startup. Ma il panorama degli investitori professionali, ridotto a un pugno di fondi, rischia di prender le forme di un piccolo mondo antico, per quanto innovativo: "Il sistema è ancora eccessivamente chiuso, quasi tutti si conoscono e le stesse startup finiscono per essere oggetto di co-investimento da parte dei soliti soggetti", spiega Vercellotti. Difficile, così, stimolare concorrenza e salti di qualità. "E comunque non è semplice identificare sul mercato molti progetti industriali e team di valore", aggiunge l'esperto.
Francesco Cerruti, dg di VC Hub Italia 

Tante idee, ma poche diventano imprese

Anche le famose fabbriche di talenti faticano dunque a sfornare materiale da plasmare e portare a maturazione. Un ruolo cruciale lo dovrebbero giocare incubatori e acceleratori, i luoghi in cui si trasformano idee in progetti più o meno strutturati di impresa. Sono 197 in tutta Italia, secondo un rapporto del Politecnico di Torino. Sei su dieci di natura privata, il resto pubblici o misti. Ventisette quelli universitari, tra cui spicca l'eccellenza del PoliHub di Milano. Come funziona in concreto la forgiatura di talenti? "Esistono due fasi - spiega il presidente di PoliHub Andrea Sianesi - la prima è quella dello scouting delle idee. In questo caso l'interlocutore-tipo è il ricercatore universitario che ha un'idea, tre slide in Power Point e qualcosa per la testa. Vengono fatte delle competition, alcune delle quali riservate solo agli studenti dell'ateneo. Per chi vince, oltre al premio, si entra nella fase di incubazione, cioè si forniscono tutte le competenze che mancano per fare crescere i loro progetti". Una "culla" che dura "in media da un anno e mezzo a tre per progetti deep tech, da sei mesi a un anno per quelli cosiddetti asset less", come ad esempio lo sviluppo di app. Un'alternativa alla via universitaria può essere la competizione tra piccole imprese innovative nelle Start Cup regionali. Concorsi tra progetti i cui vincitori si sfidano poi su scala nazionale per il Premio Nazionale dell'Innovazione, una sorta di Champions League delle startup. "Si tratta di gare in cui si dà attenzione a progetti di impresa innovativi, non solo per modelli di business, ma anche per spessore tecnico scientifico, quindi è più facile che vadano avanti progetti che hanno una base universitaria", sottolinea Alessandro Grandi, presidente di PNICube, l'associazione nazionale che riunisce gli incubatori universitari e le diverse Start Cup regionali. Ai vincitori, suddivisi in quattro categorie, un premio da 25 mila euro. E un discreto biglietto da visita per presentarsi davanti agli investitori. Questo sistema funziona? Il giudizio si ripete: "In termini relativi stiamo maturando, a confronto con il resto d'Europa siamo in ritardo", dice Cerruti. "C'è poca collaborazione tra incubatori - fa eco Vercellotti - Sono molti, ma quelli con accordi di sviluppo con Università e centri di ricerca si contano su due mani". Per Sianesi di Polihub il punto debole è la difficoltà di accompagnare le idee sul mercato, farle maturare in aziende vere e proprie: "Quello che manca è l'anello di congiunzione: finanziamenti che accompagnino queste idee a diventare imprese".


Alcuni imprenditori sono riusciti a imporre la propria idea sul mercato, saltando la trafila di competizioni, premi e sostegno economico. Sono esempi rari. Mirko Lalli è il fondatore The Data Appeal Company, piccola startup nata in Toscana nel 2014 e cresciuta sotto l'ala protettiva di H-Farm, il grande hub di innovazione in provincia di Treviso, e che ad oggi ha raccolto circa 4 milioni di euro. Grazie a un algoritmo proprietario monitora quasi 300 milioni di contenuti ogni giorno. Commenti, feedback e recensioni di qualsiasi tipo disseminati tra forum, social network, piattaforme di prenotazione, restituendo di fatto una valutazione in tempo reale di qualsiasi soggetto. Così i commenti lasciati ad esempio dai viaggiatori possono rivelarsi, se correttamente analizzati, un'enorme possibilità di business: "Ci ha contattato un'azienda produttrice di materassi: voleva l'elenco degli hotel di Milano in cui i clienti si lamentano più spesso della comodità dei letti. Oppure una grande pay tv voleva conoscere dove si concentravano maggiormente le lamentele di bar che non trasmettevano le partite, così da potere indirizzare meglio le proposte di abbonamento". Un'attività, nata inizialmente per il settore turistico e solo di recente estesa ad altri campi, che fin da subito ha garantito buoni volumi di fatturato. "E' stata la nostra fortuna. Il grande punto debole delle startup oggi è che rimandano troppo il confronto con il mercato. Non penso sia tanto una questione di aiuti. Nemmeno di idee: la difficoltà è passare dalla fase di prototipazione a quella industriale. Ci arrivano troppo tardi".
 

Le aziende si muovono, ma la strada è lunga

In un sistema che troppe volte s'inceppa, alla riga degli assenti (e che invece potrebbero oliare la crescita) si sono finora iscritte le grandi aziende. Si chiama Corporate Venture capital, è l'investimento in realtà ad alto potenziale effettuato direttamente da società di medie e grandi dimensioni. Qualcosa si muove: nel 2019 le startup partecipate da aziende 'tradizionalì sono aumentate del 14% sfiorando quota 6.300. Ci sono big dei rispettivi settori, come A2a nell'energia o Intesa Sanpaolo nella finanza, che si sono dotate di strutture interne volte a scovare potenziali crack per il futuro. Vittoria Assicurazioni ha lanciato il suo incubatore insuretech, Rottapharm e Italfarmaco hanno unito le forze in AurorA science, Poste Italiane ha partecipato a un round di investimento da 25 milioni per le consegne di Milkman, Campari ha scommesso una cifra analoga per il 49% della cantina online di Tannico. Ma nel complesso il settore si muove "ancora in maniera disorganizzata", dice P101.

Non è una latitanza da poco. Senza potenziali compratori di stazza maggiore aumenta la difficoltà del sistema italiano di esprimere startup in grado di fare il grande salto. All'estero li chiamano unicorni, per convenzione aziende capaci di raggiungere 1 miliardo di valorizzazione. Senza arrivare a queste cifre, Vercellotti lamenta piuttosto il numero troppo esiguo di scale-up ("quaranta o cinquanta, non di più") in grado di raggiungere la taglia tipica della nostra media impresa ("150-200 dipendenti"), esser forti nei comparti che ci contraddistinguono ("moda o tecnologia") e capaci di presidiare i mercati esteri. Senza rincorrere la nuova Apple, dunque, sembra più opportuno puntare alla proliferazione dei modelli Yoox. "La dimensione delle aziende innovative italiane ne rende difficile l'internazionalizzazione - rimarca Cerruti - Una startup, soprattutto in ambito tech, fa il vero salto quando riesce a imporsi come player europeo o globale. Invece il sistema domestico è ancora troppo farraginoso".
Christian Padovan 

Wash Out, piccola azienda milanese nata nel 2016, è una delle rarissime exit di successo del panorama delle aziende innovative italiane. Tradotto dal gergo del settore, il momento in cui una startup viene acquistata da una società più grossa o sceglie di quotarsi sul mercato. Alla base, una idea semplice: cambiare il modo in cui si lavano le auto. "Ci siamo resi conto che il mondo dell'autolavaggio ero fermo agli anni Cinquanta, c'era spazio per innovare e cambiare paradigma", spiega Christian Padovan, ceo e uno dei tre fondatori. L'ispirazione è arrivata a uno di loro mentre si trovava a Dubai, osservando come le auto venissero lavate fuori dai grandi centri commerciali senza l'utilizzo di acqua, sul posto. Da qui l'intuizione: portare il lavaggio dove le auto già si trovano, per strada, invece che continuare a fare l'opposto. E soprattutto farlo senza consumare una goccia d'acqua. In quattro anni, con il biglietto da visita dell'incubatore della Bocconi prima e il sostegno del programma di accelerazione B-Heroes poi, la startup si è guadagnata l'interesse di investitori italiani e stranieri. Fino allo scorso febbraio, quando Telepass, già socio di minoranza, ha scelto di rilevare il 70% della società.

Lo scarso numero di storie come quella di Wash Out è sintomo e concausa delle limitate dimensioni dell'innovazione tricolore: il cane che si morde la coda. "La cessione di una startup è un momento cruciale perché i Venture capital possano esprimere rendimento e rimettere in circolo denari nel sistema", spiega Vercellotti. Se gli interessati esteri all'innovazione italiana si contano sulle dita di una mano, poi, si deve "alla frammentazione del capitale sociale delle aziende innovative. Impossibilitati ad accedere al debito bancario, i fondatori devono fin da subito aprire a Business angels, incubatori, poi passare al Venture capital o al crowdfunding. Quando un soggetto straniero si interessa al loro progetto, si spaventa nel vedere che dietro ci sono decine di investitori già presenti".
 

Pochi stranieri, il governo fa le sue mosse

In effetti, se via via sta crescendo la taglia media degli investimenti registrati, si elencano ancora pochi colpi grossi. Gli ultimi sono rappresentati dall'app social fashion Depop e dalla fintech Soldo che hanno raccolto rispettivamente 62 e 61 milioni di dollari, oppure dal round da 44 milioni di euro del leader del co-working Talent Garden, e quello da 35 milioni di dollari della scaleup fintech TrueLayer, per arrivare ai 20 milioni raccolti dalla piattaforma di e-commerce di auto Brumbrum.
Giorgio Tinacci 

In cima alla graduatoria di raccolta c'è però Casavo, capace di metter insieme, nel 2019, 82 milioni: 27 di equity e 55 di debito. Fondata nel settembre 2017 da Giorgio Tinacci, 29 anni in questi giorni, laurea in Bocconi ed esperienza nella consulenza alle spalle, ha portato a 120 milioni il capitale raccolto, tra apporti diretti (30) e debiti (90). Attiva nell'immobiliare con una forte impronta tecnologica, acquista immobili sul mercato a sconto, li ristruttura e rivende in tempi rapidi. Il Covid non l'ha abbattuta, anzi da maggio in avanti ha chiuso mesi record e prevede una crescita del 300-350% per valore e volumi intermediati rispetto al 2019. "Strutturalmente abbiamo bisogno di debito per finanziare il nostro 'magazzinò di case", racconta Tinacci. Sarà l'eccezione che conferma la regola, ma fin dal principio Casavo ha raccolto l'interesse di un fondo tedesco (Picus Capital ha partecipato al primo aumento di capitale da mezzo milione in fase pre-seed), poi ha fatto il secondo passo di crescita (1,4 milioni nel 2018) con un veicolo italo-francese, ha guardato a Berlino per il terzo giro da 7 milioni e alla Silicon Valley per l'ultima iniezione da 20 milioni. "E' importante selezionare gli investitori per la rete di competenze che possono apportare: non vederli solo come finanziatori, ma soci strategici", la ricetta di Tinacci. Che sulla frammentazione eccessiva del capitale delle startup italiane ribatte: "All'estero non vedo grandi differenze: anche lì, i founder si scontrano con lo scarso credito bancario. Quanto alla governance, è possibile costruirla in modo da garantire che le decisioni siano prese in ottica imprenditoriale più che finanziaria".


Il giovane imprenditore rilancia la palla nel campo del governo e chiede che l'innovazione sia "al centro della politica industriale del Paese". Il decreto Rilancio, mutuando dall'esempio estero, prova a operare dei correttivi in tal senso. Affianca gli investitori rilanciando il capitale che questi stanziano sulle Pmi innovative (è appena arrivato il decreto attuativo del Mise per il fondo da 200 milioni di sostegno al Venture capital), rafforza le detrazioni fiscali per i privati, stacca voucher da 10 milioni perché le startup si assicurino servizi e consulenze di sostegno, vara un fondo da mezzo miliardo per il trasferimento tecnologico in capo alla Fondazione Enea Tech, fresca di decreto di approvazione dello Statuto. Parallelamente a queste iniziative, si dipana il piano industriale di Cdp Venture entrato a regime con 1 miliardo di fondi in dotazione alle sue Sgr, di cui 800 milioni già sottoscritti. Una vera potenza di fuoco, se si considera che negli ultimi mesi del 2019 i fondi di Venture Capital con focus sull'Italia hanno definito closing per 1,26 miliardi e il target ancora in fundraising è di 2,17 miliardi. Sul piatto insomma lo Stato si prepara a mettere da solo quanto tutti gli investitori privati hanno fatto nell'anno passato.
Siamo di fronte a un cambio di paradigma? "Questo attivismo pubblico dovrebbe essere una garanzia per gli investitori, anche stranieri, che guardano all'Italia", sostiene Cerruti.

Il mondo dell'innovazione italiana resta dunque in gran parte ancora da plasmare e costruire. Un'indagine del Cerved dice che ci sarebbero oltre 60 mila società (tra startup e Pmi innovative) con caratteristiche simili a quelle bollinate dal registro del Mise, per oltre 107 miliardi di fatturato contro i soli 4,5 cumulato da quelle registrate. Un esercito di startup "sommerse" che aspetta scopritori e investitori a braccia aperte. Con l'accelerazione digitale scaturita dalla pandemia, l'impressione è che se non si prenderà questo treno - sfruttando i denari in arrivo con il Recovery Fund europeo per il trasferimento tecnologico, la transizione energetica e la sostenibilità ambientale - rischieremo di vedere sempre più founder italiani andare a seminare le loro idee all'estero, in terreni più fertili.