ROMA - Il petrolio torna a essere un sorvegliato speciale nei mercati finanziari. Non si parla ancora di crollo dei prezzi, ma il segnale arrivato negli ultimi giorni potrebbe anche rappresentarne l’anticamera. Nelle ultime due settimane, il derivato sul greggio americano (seconda la quotazione del Wti, l’indice West Texas Intermediate) ha perso circa l’11 per cento. Da ieri vale poco più di 38 dollari al barile, sotto la soglia psicologica dei 40 dollari. Sono 5 in meno rispetto ai 43 dollari raggiunti il 31 agosto una delle punte massime dell’estate. Andamento analogo per il Brent, l'indice londinese che fa da riferimento per il mercato europeo, che ieri per la prima volta è sceso sotto i 40 dollari dall'inizio di giugno (a fine agosto stava a 45 dollari).
Ma cosa è accaduto? Gli investitori sono preoccupati per la ripresa dei contagi: anche se i governi non sembrano intenzionati a nuovi lockdown totali, le incertezze sulla ripresa economica stanno pesando sui piani di molte aziende. In altre parole, molte aziende navigano a vista e hanno congelato parte dei piani di investimenti, aspettando che la situazione sanitaria si chiarisca. O, perlomeno, si capisca l’intensità della seconda ondata.
Se ne è avuta riprova pochi giorni fa con il nuovo dato delle scorte di petrolio sul mercato statunitense, ovviamente il più importante del mondo. Le scorte di greggio “commerciale”, destinato alla raffinerie, sono cresciute nell’ultima settimana di 2 milioni di barile, quando le previsioni degli gli esperti (citate dal Wall Street Journal) parlavano di un calo di almeno 1,2 milioni di barili. In altre parole, c’è stato un consumo minore del previsto di prodotti petroliferi, a cominciare dal settore trasporti: la domanda di benzina, ad esempio, è calata del 4%.
Una frenata brusca che fa di quella che viene una settimana decisiva per indirizzare le scelte degli investitori. E per le quotazioni dei titoli delle società quotate nelle Borse e legate al settore petrolifero. In particolare, per quelle dei servizi, da chi fornisce le piattaforme petrolifere a chi produce tubi e le attrezzature ingegneristiche. Il ragionamento del mercato è molto basilare: se il prezzo scende sotto un certo livello, a molte compagnia conviene fermare le esplorazioni di nuovi giacimenti o l’ampliamento di esistenti. Uno stop agli investimenti che si tramuta in un calo del giro d’affari.
Siamo ancora lontani da cali del periodo del lockdown che avevano portato il prezzo del petrolio addirittura in territorio negativo alla fine di aprile. Da allora c’era stata una lenta e costante ripresa fino al ritorno sopra i 40 dollari, quota conservata per tutta l’estate. Fino alla discesa imboccata a partire da fine agosto.
Il movimento, come è noto, è amplificato dagli investimenti finanziari: ogni giorno vengono scambiati “fisicamente” circa 80 milioni di barile, ma virtualmente la compravendita riguarda oltre un miliardi di barili di greggio. I mercati si muovono in anticipo e hanno decretato che il rimbalzo dell’economia dopo la fine del lockdown potrebbe aver terminato il suo slancio. Chi ha guadagnato in questo periodo potrebbe aver venduto e si è messo alla finestra. Magari dopo aver letto l’ultimo report dell’agenzia Moody’s che pochi giorni fa ha scritto che i prezzi non torneranno ai livelli pre-covid per tutto il 2021, mantenendosi l’anno prossimo in una forbice tra 40 e 45 dollari. E ricordando come nel secondo trimestre dell’anno le aziende petrolifere abbiano visto calare la reddittività del 70%.
Ma cosa è accaduto? Gli investitori sono preoccupati per la ripresa dei contagi: anche se i governi non sembrano intenzionati a nuovi lockdown totali, le incertezze sulla ripresa economica stanno pesando sui piani di molte aziende. In altre parole, molte aziende navigano a vista e hanno congelato parte dei piani di investimenti, aspettando che la situazione sanitaria si chiarisca. O, perlomeno, si capisca l’intensità della seconda ondata.
Se ne è avuta riprova pochi giorni fa con il nuovo dato delle scorte di petrolio sul mercato statunitense, ovviamente il più importante del mondo. Le scorte di greggio “commerciale”, destinato alla raffinerie, sono cresciute nell’ultima settimana di 2 milioni di barile, quando le previsioni degli gli esperti (citate dal Wall Street Journal) parlavano di un calo di almeno 1,2 milioni di barili. In altre parole, c’è stato un consumo minore del previsto di prodotti petroliferi, a cominciare dal settore trasporti: la domanda di benzina, ad esempio, è calata del 4%.
Una frenata brusca che fa di quella che viene una settimana decisiva per indirizzare le scelte degli investitori. E per le quotazioni dei titoli delle società quotate nelle Borse e legate al settore petrolifero. In particolare, per quelle dei servizi, da chi fornisce le piattaforme petrolifere a chi produce tubi e le attrezzature ingegneristiche. Il ragionamento del mercato è molto basilare: se il prezzo scende sotto un certo livello, a molte compagnia conviene fermare le esplorazioni di nuovi giacimenti o l’ampliamento di esistenti. Uno stop agli investimenti che si tramuta in un calo del giro d’affari.
Siamo ancora lontani da cali del periodo del lockdown che avevano portato il prezzo del petrolio addirittura in territorio negativo alla fine di aprile. Da allora c’era stata una lenta e costante ripresa fino al ritorno sopra i 40 dollari, quota conservata per tutta l’estate. Fino alla discesa imboccata a partire da fine agosto.
Il movimento, come è noto, è amplificato dagli investimenti finanziari: ogni giorno vengono scambiati “fisicamente” circa 80 milioni di barile, ma virtualmente la compravendita riguarda oltre un miliardi di barili di greggio. I mercati si muovono in anticipo e hanno decretato che il rimbalzo dell’economia dopo la fine del lockdown potrebbe aver terminato il suo slancio. Chi ha guadagnato in questo periodo potrebbe aver venduto e si è messo alla finestra. Magari dopo aver letto l’ultimo report dell’agenzia Moody’s che pochi giorni fa ha scritto che i prezzi non torneranno ai livelli pre-covid per tutto il 2021, mantenendosi l’anno prossimo in una forbice tra 40 e 45 dollari. E ricordando come nel secondo trimestre dell’anno le aziende petrolifere abbiano visto calare la reddittività del 70%.