BRUXELLES-LONDRA. L’avvertimento è stato riservatamente recapitato lunedì pomeriggio a Londra: la Ue concederà alla City di operare con clienti europei su un gran numero di servizi finanziari ancora per 18 mesi dopo la Brexit. Dal primo gennaio 2021 a metà 2022. Quindi, nonostante il rischio di un’uscita senza accordo di Londra dall’Ue il 31 dicembre prossimo, il passaporto per la Borsa più importante del Continente è stato momentaneamente rinnovato per un anno e mezzo da Bruxelles. Ma in un futuro prossimo potrebbe essere ritirato, o quanto meno rinegoziato. La decisione dell'estensione sarà resa pubblica nei prossimi giorni dall'Ue, giusto il tempo che venga ratificata da tutte le capitali.
Ci sono volute diverse settimane perché gli europei decidessero come muoversi con il London Stock exchange, soprattutto sulla questione delle operazioni in euro attraverso le cosiddette “clearing houses” e per quanto riguarda un gran numero di strumenti finanziari, come i derivati. Ma ora, dopo la decisione di Boris Johnson di non rispettare la parte sull’Irlanda del Nord dell’accordo di recesso, hanno dovuto rompere gli indugi.
Alcuni governi, come quello tedesco, avrebbero voluto essere più duri: proponevano di concedere ai britannici appena un anno di tempo. Sarebbe stato come sfoderare l’arma di fine mondo nei sempre più difficili negoziati sulla Brexit. Ma alla fine ha prevalso la necessità di dare certezza al business, anche europeo, in questa fase di epocale recessione causata dal Covid.
Eppure gli operatori di Londra speravano in una proroga più lunga, che sfilasse il dossier dai marosi dei negoziati sulla Brexit. Ecco perché la decisione sui 18 mesi è un chiaro avvertimento : se Johnson continuerà a negoziare scorrettamente e si arriverà ad un no deal sull’accordo chiamato a regolare i futuri rapporti commerciali tra i due blocchi, gli europei potrebbero mettere in ginocchio la City negando alle sue "clearing houses" il passaporto per operare nell’Unione e con i clienti europei. A quel punto le società britanniche dovrebbero chiudere 27 accordi bilaterali con i partner Ue, una strada che renderebbe loro la vita tanto dura da poter provocare smottamenti nel cuore finanziario del Regno Unito.
Le clearing houses sono le camere di compensazione inglesi che risalgono alla fine del ’700 e che ogni giorno trattano almeno 850 miliardi di euro. Il cuore e l’ossatura della finanza londinese, le società che permettono il funzionamento dei mercati – soprattutto quello dei derivati - frapponendosi tra banche, istituzioni finanziarie e grandi intermediari per ridurre i rischi nelle compravendite di titoli e aggregando le transazioni tra due parti per definire, con un unico saldo, le loro posizioni di dare e avere.
Secondo gli esperti, uno stop alle operazioni denominate in euro ai danni delle clearing houses potrebbe far perdere una grossa fetta di business alla City. Si parla di un potenziale trasloco in Europa di dipendenti e manager tra le 90mila e le 200mila persone e un aumento di 70 miliardi all’anno dei costi per le altre compagnie del London stock exchange. Londra ospita le quattro maggiori clearing houses del continente: Lhc, Ice, Cme ed Euroccp. Colossi che da soli trattano il 75% di derivati in euro e muovono circa 126mila miliardi all’anno, tra l’80 e il 90% dell’intero mercato Ue.
La notizia del rinnovo della “ patente" dei 18 mesi per i servizi finanziari delle “clearing houses" fa tirare un sospiro di sollievo al governo Johnson, convolto in questo momento in un duro confronto con l’Ue dopo aver pubblicato il disegno di legge “Internal Market Bill”. A Londra si temeva che le clearing houses e il via libera sui servizi finanziari con l'Ue potessero rappresentare una “rappresaglia” dell’Europa dopo lo strappo britannico sull’Irlanda del Nord.
Il dominio di Londra nel settore è al momento inattaccabile: la City è oggi di gran lunga il più grande mercato nelle operazioni in valuta estera nel mondo, con il 43% della “torta”, mentre New York, seconda, è ferma al 16,5%. Provare a togliere lo scettro al London stock Exchange della capitale britannica, nonostante il potenziale indebolimento causato dalla Brexit, è al momento impresa impossibile e creerebbe tensioni sui mercati che impatterebbero severamente anche l’Ue, come nel settore di strumenti finanziari dei derivati “over-the-counter” (fuori dai mercati quotati). L'unico corrispettivo europeo Eurex al momento fattura “solo” 7,3 trilioni di derivati swap contro i 45,8 trilioni di Londra.
Non concedere questa “estensione” da parte dell'Ue avrebbe causato enormi problemi a molte banche e istituzioni finanziarie, anche europee, nel passaggio da un sistema all’altro. Ma è chiaro che l’obiettivo a lungo termine dell’Europa - questa la minaccia messa sul tavolo dei negoziati sulla Brexit in caso di no deal- è quello di dipendere sempre meno dalla City di Londra e risucchiare risorse e peso alla capitale britannica, costruendo nel frattempo il suo impero finanziario. Anche per questo, i 18 mesi di tempo concessi al governo Johnson possono rappresentare un’arma a doppio taglio: ossia avere il tempo, da parte dell’Ue, di costruire una valida alternativa finanziaria alla City.
Ci sono volute diverse settimane perché gli europei decidessero come muoversi con il London Stock exchange, soprattutto sulla questione delle operazioni in euro attraverso le cosiddette “clearing houses” e per quanto riguarda un gran numero di strumenti finanziari, come i derivati. Ma ora, dopo la decisione di Boris Johnson di non rispettare la parte sull’Irlanda del Nord dell’accordo di recesso, hanno dovuto rompere gli indugi.
Alcuni governi, come quello tedesco, avrebbero voluto essere più duri: proponevano di concedere ai britannici appena un anno di tempo. Sarebbe stato come sfoderare l’arma di fine mondo nei sempre più difficili negoziati sulla Brexit. Ma alla fine ha prevalso la necessità di dare certezza al business, anche europeo, in questa fase di epocale recessione causata dal Covid.
Eppure gli operatori di Londra speravano in una proroga più lunga, che sfilasse il dossier dai marosi dei negoziati sulla Brexit. Ecco perché la decisione sui 18 mesi è un chiaro avvertimento : se Johnson continuerà a negoziare scorrettamente e si arriverà ad un no deal sull’accordo chiamato a regolare i futuri rapporti commerciali tra i due blocchi, gli europei potrebbero mettere in ginocchio la City negando alle sue "clearing houses" il passaporto per operare nell’Unione e con i clienti europei. A quel punto le società britanniche dovrebbero chiudere 27 accordi bilaterali con i partner Ue, una strada che renderebbe loro la vita tanto dura da poter provocare smottamenti nel cuore finanziario del Regno Unito.
Le clearing houses sono le camere di compensazione inglesi che risalgono alla fine del ’700 e che ogni giorno trattano almeno 850 miliardi di euro. Il cuore e l’ossatura della finanza londinese, le società che permettono il funzionamento dei mercati – soprattutto quello dei derivati - frapponendosi tra banche, istituzioni finanziarie e grandi intermediari per ridurre i rischi nelle compravendite di titoli e aggregando le transazioni tra due parti per definire, con un unico saldo, le loro posizioni di dare e avere.
Secondo gli esperti, uno stop alle operazioni denominate in euro ai danni delle clearing houses potrebbe far perdere una grossa fetta di business alla City. Si parla di un potenziale trasloco in Europa di dipendenti e manager tra le 90mila e le 200mila persone e un aumento di 70 miliardi all’anno dei costi per le altre compagnie del London stock exchange. Londra ospita le quattro maggiori clearing houses del continente: Lhc, Ice, Cme ed Euroccp. Colossi che da soli trattano il 75% di derivati in euro e muovono circa 126mila miliardi all’anno, tra l’80 e il 90% dell’intero mercato Ue.
La notizia del rinnovo della “ patente" dei 18 mesi per i servizi finanziari delle “clearing houses" fa tirare un sospiro di sollievo al governo Johnson, convolto in questo momento in un duro confronto con l’Ue dopo aver pubblicato il disegno di legge “Internal Market Bill”. A Londra si temeva che le clearing houses e il via libera sui servizi finanziari con l'Ue potessero rappresentare una “rappresaglia” dell’Europa dopo lo strappo britannico sull’Irlanda del Nord.
Il dominio di Londra nel settore è al momento inattaccabile: la City è oggi di gran lunga il più grande mercato nelle operazioni in valuta estera nel mondo, con il 43% della “torta”, mentre New York, seconda, è ferma al 16,5%. Provare a togliere lo scettro al London stock Exchange della capitale britannica, nonostante il potenziale indebolimento causato dalla Brexit, è al momento impresa impossibile e creerebbe tensioni sui mercati che impatterebbero severamente anche l’Ue, come nel settore di strumenti finanziari dei derivati “over-the-counter” (fuori dai mercati quotati). L'unico corrispettivo europeo Eurex al momento fattura “solo” 7,3 trilioni di derivati swap contro i 45,8 trilioni di Londra.
Non concedere questa “estensione” da parte dell'Ue avrebbe causato enormi problemi a molte banche e istituzioni finanziarie, anche europee, nel passaggio da un sistema all’altro. Ma è chiaro che l’obiettivo a lungo termine dell’Europa - questa la minaccia messa sul tavolo dei negoziati sulla Brexit in caso di no deal- è quello di dipendere sempre meno dalla City di Londra e risucchiare risorse e peso alla capitale britannica, costruendo nel frattempo il suo impero finanziario. Anche per questo, i 18 mesi di tempo concessi al governo Johnson possono rappresentare un’arma a doppio taglio: ossia avere il tempo, da parte dell’Ue, di costruire una valida alternativa finanziaria alla City.