Monica Scarpa, in trincea dagli aeroporti del Nord-Est contro l'emergenza Covid: "Crisi profonda, ma c'è qualche spiraglio"
Patrizia Capua , di PATRIZIA CAPUADonne impresa. Veneziana, 57 anni, è Amministratrice delegata di Save, il terzo polo aeroportuale in Italia dopo Roma e Milano. Un'attività messa in ginocchio dalla pandemia, con tutti i dipendenti che oggi sono in cassa integrazione
Per il fatto che indossava sempre i pantaloni, in ufficio si mormorava che avesse le gambe storte. Non le importava granché. Anzi questo la faceva sorridere. È successo anni fa, molto prima che Monica Scarpa nel 2007 diventasse amministratrice delegata della Save spa, la società che gestisce il terzo polo aeroportuale italiano dopo Roma e Milano, con gli scali di Venezia, Treviso, Verona e Brescia, con oltre 17 milioni di passeggeri.
Veneziana doc delle Zattere, storico quartiere della città lagunare, 57 anni, laureata in Economia aziendale con 110 e lode all’università Ca’ Foscari di Venezia nel 1986, Monica Scarpa è entrata in Save nel 2001 come responsabile della strategia e sviluppo del business e due anni dopo ha assunto anche il ruolo di chief financial officer del gruppo. Ha gestito l’operazione che nel 2005 ha portato alla quotazione in Borsa. Il Polo aeroportuale del Nord Est, con mete apprezzatissime come Venezia, …
Veneziana doc delle Zattere, storico quartiere della città lagunare, 57 anni, laureata in Economia aziendale con 110 e lode all’università Ca’ Foscari di Venezia nel 1986, Monica Scarpa è entrata in Save nel 2001 come responsabile della strategia e sviluppo del business e due anni dopo ha assunto anche il ruolo di chief financial officer del gruppo. Ha gestito l’operazione che nel 2005 ha portato alla quotazione in Borsa. Il Polo aeroportuale del Nord Est, con mete apprezzatissime come Venezia, …
Per il fatto che indossava sempre i pantaloni, in ufficio si mormorava che avesse le gambe storte. Non le importava granché. Anzi questo la faceva sorridere. È successo anni fa, molto prima che Monica Scarpa nel 2007 diventasse amministratrice delegata della Save spa, la società che gestisce il terzo polo aeroportuale italiano dopo Roma e Milano, con gli scali di Venezia, Treviso, Verona e Brescia, con oltre 17 milioni di passeggeri.
Veneziana doc delle Zattere, storico quartiere della città lagunare, 57 anni, laureata in Economia aziendale con 110 e lode all’università Ca’ Foscari di Venezia nel 1986, Monica Scarpa è entrata in Save nel 2001 come responsabile della strategia e sviluppo del business e due anni dopo ha assunto anche il ruolo di chief financial officer del gruppo. Ha gestito l’operazione che nel 2005 ha portato alla quotazione in Borsa. Il Polo aeroportuale del Nord Est, con mete apprezzatissime come Venezia, è sempre andato a gonfie vele. Nel 2019 ha chiuso il bilancio con 204, 4 milioni di euro, ha gestito 18,5 milioni di passeggeri (solo Venezia 11,6 milioni) con 12mila addetti diretti e oltre 10mila dell’indotto.
Ora tutto questo è in stallo. Il settore del trasporto aereo paga duramente le conseguenze del Covid. Monica Scarpa mette in fila le cifre in rosso della Save. “Da gennaio ad agosto 2020 Venezia ha gestito 2,1 milioni di passeggeri, il 73 per cento in meno, Verona con 770mila passeggeri ha perso il 69,9 per cento, Treviso non opera da marzo. Tutti i dipendenti sono in cassa integrazione. “Siamo in una crisi profonda. E non dipende soltanto dalla gravità della pandemia nel nostro paese, ma anche da tutto quello che sta succedendo nel resto del mondo. C’è molta confusione, le compagnie aeree sono l’altro soggetto debole della catena”.
Il calo drammatico è iniziato nel lockdown, quando tutta l’attività è stata concentrata sul traffico sanitario, i cargo, le continue emergenze. Al termine delle restrizioni, si è cercato di far riprendere il trasporto aereo in concomitanza con l’inizio della stagione estiva. “Qualche spiraglio di ripartenza si è visto alla fine di giugno, ma sempre con capacità limitata perché le destinazioni erano ridotte. Ovviamente Italia del Sud e le isole erano i luoghi dove poter andare. Però tutto questo è durato assai poco, senza contare il caos generato dai voucher vacanze”.
L’amministratrice delegata ripercorre i momenti più bui della stagione. Assieme agli aeroporti erano in tilt le compagnie aeree anche se offrivano tariffe a prezzi stracciati: voli cancellati che provavano a rischedularsi, centralini muti e sempre nuove complicazioni. Come il decreto governativo del 12 agosto che imponeva i tamponi per tutti quelli che arrivavano da Grecia, Spagna, Croazia e Malta. “Eravamo operativi a Venezia e a Verona dalla mattina dopo, abbiamo lavorato con le Asl locali, però organizzare non è stato un gioco da ragazzi. Dopo tanti mesi purtroppo non c’è né sicurezza né tranquillità, soltanto molta incertezza, e in più mettiamoci l’ansia della scuola riaperta. Oggi siamo alle prenotazioni dell’ultimo momento, una settimana contro le tre di inizio estate, e le compagnie non riescono a programmare”.
Un quadro che più oscuro non si può. “Lavoro anche più di prima. Sento una grande responsabilità nei confronti dei lavoratori e delle loro famiglie, non basta preservare l’occupazione. Ho il dovere di stargli vicino, di parlare alle persone, e per questo ci sono anche degli sportelli psicologici anonimi. Se la cassa integrazione si allunga troppo nel tempo, c’è chi può andare in depressione, e ha bisogno di aiuto e di sostegno”. In pieno smart working, l’amministratrice delegata di Save cerca di coinvolgere in progetti i dipendenti che lavorano a casa, mandando notizie in maniera costante, proponendo corsi di formazione che in altri momenti sarebbe difficile fare. In azienda in questi mesi ci sono stati pochi casi di Covid, e nessuno ospedalizzato. “I lavoratori stanno a contatto con i passeggeri, alcuni sono impauriti, altri troppo distratti, invece devono sapere come comportarsi in questa nuova emergenza. Le aziende hanno il problema di tutelare sia lavoratori che passeggeri, senza invadere la vita privata di nessuno”.
Nell’era pre-Covid vivere a Venezia era impegnativo, il numero dei turisti era alle stelle. “Come molti veneziani da ragazza non vedevo l’ora di andare via da casa. I miei genitori erano molto severi, non volevano che andassi a studiare lontano prima di essermi laureata. Ho litigato tanto con mio padre per l’indipendenza, l’ho contestato, poi ho capito che voleva solo proteggere me e mia sorella”.
Subito dopo la laurea l’occasione per Monica Scarpa non si fa attendere. “Mi sono piovute tantissime offerte”. Dalla multinazionale olandese Arthur Andersen consulting, per esempio. Dove l’aspetta una brillante carriera: a 29 anni era già dirigente. “Ho sostenuto il colloquio venerdì e lunedì ero in ufficio. Sono stati otto anni meravigliosi, mi hanno insegnato tanto, mi occupavo di revisione contabile e consulenza, seguivo progetti, ero affamata di sapere, curiosa. Con loro ho avuto la possibilità di girare il mondo, da volontaria, negli Stati Uniti e in posti anche strani, in situazioni un po’ avventurose, come una consulenza nella ex Iugoslavia. Dopo è arrivata la guerra”. Un mondo fatto di uomini in Arthur Andersen, con codici di comportamento rigidi. “Non ho avuto problemi, mi sono adattata: ero sempre in tailleur pantalone, avevo capito che probabilmente era meglio non apparire come donna. Durante un viaggio negli Usa ho ricevuto queste indicazioni: capelli legati, gonne al ginocchio, collant anche a 40 gradi, camicette abbottonate al collo, mai accavallare le gambe. Ero un po’ bacchettona, forse per l’educazione ricevuta dai miei genitori. Perciò non mi sono scandalizzata più di tanto”.
Head hunter continuavano a corteggiare la giovane manager proponendole lavori diversi. Ed è arrivato il momento di cambiare. Approda così ad Asolo, in Veneto, dove era Replay, un gruppo internazionale del fashion, jeans e abbigliamento sportivo, all’epoca in fase di grande espansione, che esportava il 90 per cento dei prodotti. “Aveva controllate in tutte le parti del mondo, dal Giappone agli Stati Uniti. Sono entrata come direttrice amministrativa e niente era facile, dovevo giostrarmi con le valute straniere, problema che oggi con l’euro non esiste più”. Anni veloci anche quelli, per il carattere entusiasta e passionale della manager. E c’era anche un fidanzato, un imprenditore con un’azienda di famiglia, conosciuto all’università. “Decidemmo di sposarci e fare anche dei figli. Sono nati due bellissimi bambini, Matilde e Giulio, con due anni e mezzo di differenza, che adesso hanno 26 e 24 anni. E lì sono cominciati i problemi. Vivevamo fuori Treviso, in campagna, in una grande casa della sua famiglia. Andavo a lavorare la mattina e tornavo la sera. Mio marito era perfetto per le vacanze ma non nella vita di tutti i giorni. Ero io a gestire il tran tran familiare, tra viaggi di lavoro, gli impegni, i figli. Bisognava rinunciare alle uscite con gli amici. Io ero disposta a farlo e lui meno. Non riuscivo a conciliare il lavoro con i bambini, me ne succedevano di tutti i colori, ci sono state situazioni che mi hanno fatto capire che non potevo continuare in quel modo. Un giorno persi per qualche ora Giulio, aveva cinque anni, che era salito sullo scuola bus sbagliato. Avevo bisogno di una vita diversa, e la necessità dei miei genitori. Mi sono talmente arrabbiata e so che ho fatto una cosa terribile: ho preso i figli e me ne sono andata di casa. È stata una scelta traumatica, ero indipendente economicamente e non ho chiesto una lira”.
Monica Scarpa torna a vivere a Venezia. “Da buona veneziana mi piaceva che i bambini andassero a scuola da soli, con la cartella sulle spalle, anche a sei anni, in carovana con altri ragazzini. Sono stata molto fortunata: loro sono stati bene e non hanno mai avuto grossi problemi”. Cambio di città e anche di lavoro, uno che possibilmente fosse vicino casa. “Ho trovato un’opportunità a Venezia tramite un head hunter, e dal 2001 sono nel gruppo Save. Nel 2007 sono diventata una dei due amministratori delegati. Era la prima volta di una donna. Mi piace molto il lavoro che faccio. Non mi sono mai posta obiettivi in termini di carriera, ho sempre seguito un progetto con l’entusiasmo che mi appartiene. È stata una piacevole sorpresa, in termini di responsabilità e anche di maturazione e apprendimento. Il gruppo privato presieduto da Enrico Marchi, è cresciuto molto in quegli anni, con tante operazioni straordinarie, ha comprato e venduto aziende”.
Nel 2016 Scarpa diventa l’unico ad del gruppo. “Avevamo investito in Cento stazioni, eravamo in joint venture per gestire 104 scali ferroviari italiani, e in Airest, una divisione food and beverage retail, con punti vendita dalla Cina agli Emirati Arabi e gli Stati Uniti, poi venduta nel 2014. Che fossi una donna non è stato un problema, gli azionisti dell’epoca hanno sempre guardato ai risultati e misurato le performance a prescindere dal genere”. Nel 2017 il cambio di assetto societario del gruppo, avvenuto attraverso un’opa totalitaria, ha portato a una valorizzazione di Save di circa 1,2 miliardi di euro. E la società aeroportuale si è dotata di un piano di investimenti infrastrutturali da portare a termine entro il 2021 per 800 milioni di euro, 400 dei quali in opere già realizzate.
Nel 2018 Monica Scarpa si è risposata con un compagno storico, anche lui un manager, divorziato con due figli. “Si vive in città diverse, ci si incontra nel week end, Torino, Roma, Bari. Lavorare in aeroporto facilita. Siamo un’allegra famiglia allargata di quattro figli a cui tengo moltissimo, non faccio più distinzione, i ragazzi vanno d’accordo, le età sono le stesse. Quando decidiamo di fare vacanza vengono tutti, e adesso con i fidanzati, il gruppo continua a crescere”.
Nel pochissimo tempo libero che ha, la manager si occupa della famiglia, inclusa la mamma rimasta vedova, “se mi ricavo un po’ di tempo vado a giocare a tennis, doppi misti con amici contro mio marito, mai con lui. Ogni tanto andiamo a una mostra e facciamo qualche vacanza con i figli. Il viaggio più divertente, tutti insieme, è stato in Marocco, a Marrakech. Per lavoro mi muovevo spesso, due, tre volte l’anno. Prima del Covid stavamo cercando di assicurarci un volo diretto dalla Cina. Ma riprenderemo”.
Gli obiettivi delle linee di crescita della Save già fissati prima della pandemia restano prioritari. “Oggi le aziende devono assumere responsabilità sociali importanti nei confronti del loro territorio, con investimenti che incidano su tutta la parte ambientale e sostenibile. Per noi è zero emissioni nel 2050, anche se internamente ci siamo prefissati il 2030. La creazione di valore nel tempo avviene anche attraverso queste azioni. La marginalità e il profitto sono la conseguenza, non possono essere l’obiettivo primario. Marchi ha sempre condiviso questa visione. Non ho mai faticato a trovare sponda e con il Covid sempre più sarà così, abbiamo capito la grande debolezza che c’è nel mondo”.
Welfare aziendale per Monica Scarpa significa creare una filiera di fiducia per contrastare discriminazioni di ogni genere. “Credo giusto che l’azienda si faccia carico dei problemi che ci sono negli spogliatoi rispetto all’ambiente più protetto degli uffici. Abbiamo tante donne. Ho parlato spesso con loro. Se un compagno di lavoro arriva con un occhio nero, fatti delle domande. Welfare è non solo il sussidio per comprare i libri di scuola, ma far sì che l’ambiente di lavoro sia sano, con strumenti che possono aiutare a sostenere certe fragilità”.
Veneziana doc delle Zattere, storico quartiere della città lagunare, 57 anni, laureata in Economia aziendale con 110 e lode all’università Ca’ Foscari di Venezia nel 1986, Monica Scarpa è entrata in Save nel 2001 come responsabile della strategia e sviluppo del business e due anni dopo ha assunto anche il ruolo di chief financial officer del gruppo. Ha gestito l’operazione che nel 2005 ha portato alla quotazione in Borsa. Il Polo aeroportuale del Nord Est, con mete apprezzatissime come Venezia, è sempre andato a gonfie vele. Nel 2019 ha chiuso il bilancio con 204, 4 milioni di euro, ha gestito 18,5 milioni di passeggeri (solo Venezia 11,6 milioni) con 12mila addetti diretti e oltre 10mila dell’indotto.
Ora tutto questo è in stallo. Il settore del trasporto aereo paga duramente le conseguenze del Covid. Monica Scarpa mette in fila le cifre in rosso della Save. “Da gennaio ad agosto 2020 Venezia ha gestito 2,1 milioni di passeggeri, il 73 per cento in meno, Verona con 770mila passeggeri ha perso il 69,9 per cento, Treviso non opera da marzo. Tutti i dipendenti sono in cassa integrazione. “Siamo in una crisi profonda. E non dipende soltanto dalla gravità della pandemia nel nostro paese, ma anche da tutto quello che sta succedendo nel resto del mondo. C’è molta confusione, le compagnie aeree sono l’altro soggetto debole della catena”.
Il calo drammatico è iniziato nel lockdown, quando tutta l’attività è stata concentrata sul traffico sanitario, i cargo, le continue emergenze. Al termine delle restrizioni, si è cercato di far riprendere il trasporto aereo in concomitanza con l’inizio della stagione estiva. “Qualche spiraglio di ripartenza si è visto alla fine di giugno, ma sempre con capacità limitata perché le destinazioni erano ridotte. Ovviamente Italia del Sud e le isole erano i luoghi dove poter andare. Però tutto questo è durato assai poco, senza contare il caos generato dai voucher vacanze”.
L’amministratrice delegata ripercorre i momenti più bui della stagione. Assieme agli aeroporti erano in tilt le compagnie aeree anche se offrivano tariffe a prezzi stracciati: voli cancellati che provavano a rischedularsi, centralini muti e sempre nuove complicazioni. Come il decreto governativo del 12 agosto che imponeva i tamponi per tutti quelli che arrivavano da Grecia, Spagna, Croazia e Malta. “Eravamo operativi a Venezia e a Verona dalla mattina dopo, abbiamo lavorato con le Asl locali, però organizzare non è stato un gioco da ragazzi. Dopo tanti mesi purtroppo non c’è né sicurezza né tranquillità, soltanto molta incertezza, e in più mettiamoci l’ansia della scuola riaperta. Oggi siamo alle prenotazioni dell’ultimo momento, una settimana contro le tre di inizio estate, e le compagnie non riescono a programmare”.
Un quadro che più oscuro non si può. “Lavoro anche più di prima. Sento una grande responsabilità nei confronti dei lavoratori e delle loro famiglie, non basta preservare l’occupazione. Ho il dovere di stargli vicino, di parlare alle persone, e per questo ci sono anche degli sportelli psicologici anonimi. Se la cassa integrazione si allunga troppo nel tempo, c’è chi può andare in depressione, e ha bisogno di aiuto e di sostegno”. In pieno smart working, l’amministratrice delegata di Save cerca di coinvolgere in progetti i dipendenti che lavorano a casa, mandando notizie in maniera costante, proponendo corsi di formazione che in altri momenti sarebbe difficile fare. In azienda in questi mesi ci sono stati pochi casi di Covid, e nessuno ospedalizzato. “I lavoratori stanno a contatto con i passeggeri, alcuni sono impauriti, altri troppo distratti, invece devono sapere come comportarsi in questa nuova emergenza. Le aziende hanno il problema di tutelare sia lavoratori che passeggeri, senza invadere la vita privata di nessuno”.
Nell’era pre-Covid vivere a Venezia era impegnativo, il numero dei turisti era alle stelle. “Come molti veneziani da ragazza non vedevo l’ora di andare via da casa. I miei genitori erano molto severi, non volevano che andassi a studiare lontano prima di essermi laureata. Ho litigato tanto con mio padre per l’indipendenza, l’ho contestato, poi ho capito che voleva solo proteggere me e mia sorella”.
Subito dopo la laurea l’occasione per Monica Scarpa non si fa attendere. “Mi sono piovute tantissime offerte”. Dalla multinazionale olandese Arthur Andersen consulting, per esempio. Dove l’aspetta una brillante carriera: a 29 anni era già dirigente. “Ho sostenuto il colloquio venerdì e lunedì ero in ufficio. Sono stati otto anni meravigliosi, mi hanno insegnato tanto, mi occupavo di revisione contabile e consulenza, seguivo progetti, ero affamata di sapere, curiosa. Con loro ho avuto la possibilità di girare il mondo, da volontaria, negli Stati Uniti e in posti anche strani, in situazioni un po’ avventurose, come una consulenza nella ex Iugoslavia. Dopo è arrivata la guerra”. Un mondo fatto di uomini in Arthur Andersen, con codici di comportamento rigidi. “Non ho avuto problemi, mi sono adattata: ero sempre in tailleur pantalone, avevo capito che probabilmente era meglio non apparire come donna. Durante un viaggio negli Usa ho ricevuto queste indicazioni: capelli legati, gonne al ginocchio, collant anche a 40 gradi, camicette abbottonate al collo, mai accavallare le gambe. Ero un po’ bacchettona, forse per l’educazione ricevuta dai miei genitori. Perciò non mi sono scandalizzata più di tanto”.
Head hunter continuavano a corteggiare la giovane manager proponendole lavori diversi. Ed è arrivato il momento di cambiare. Approda così ad Asolo, in Veneto, dove era Replay, un gruppo internazionale del fashion, jeans e abbigliamento sportivo, all’epoca in fase di grande espansione, che esportava il 90 per cento dei prodotti. “Aveva controllate in tutte le parti del mondo, dal Giappone agli Stati Uniti. Sono entrata come direttrice amministrativa e niente era facile, dovevo giostrarmi con le valute straniere, problema che oggi con l’euro non esiste più”. Anni veloci anche quelli, per il carattere entusiasta e passionale della manager. E c’era anche un fidanzato, un imprenditore con un’azienda di famiglia, conosciuto all’università. “Decidemmo di sposarci e fare anche dei figli. Sono nati due bellissimi bambini, Matilde e Giulio, con due anni e mezzo di differenza, che adesso hanno 26 e 24 anni. E lì sono cominciati i problemi. Vivevamo fuori Treviso, in campagna, in una grande casa della sua famiglia. Andavo a lavorare la mattina e tornavo la sera. Mio marito era perfetto per le vacanze ma non nella vita di tutti i giorni. Ero io a gestire il tran tran familiare, tra viaggi di lavoro, gli impegni, i figli. Bisognava rinunciare alle uscite con gli amici. Io ero disposta a farlo e lui meno. Non riuscivo a conciliare il lavoro con i bambini, me ne succedevano di tutti i colori, ci sono state situazioni che mi hanno fatto capire che non potevo continuare in quel modo. Un giorno persi per qualche ora Giulio, aveva cinque anni, che era salito sullo scuola bus sbagliato. Avevo bisogno di una vita diversa, e la necessità dei miei genitori. Mi sono talmente arrabbiata e so che ho fatto una cosa terribile: ho preso i figli e me ne sono andata di casa. È stata una scelta traumatica, ero indipendente economicamente e non ho chiesto una lira”.
Monica Scarpa torna a vivere a Venezia. “Da buona veneziana mi piaceva che i bambini andassero a scuola da soli, con la cartella sulle spalle, anche a sei anni, in carovana con altri ragazzini. Sono stata molto fortunata: loro sono stati bene e non hanno mai avuto grossi problemi”. Cambio di città e anche di lavoro, uno che possibilmente fosse vicino casa. “Ho trovato un’opportunità a Venezia tramite un head hunter, e dal 2001 sono nel gruppo Save. Nel 2007 sono diventata una dei due amministratori delegati. Era la prima volta di una donna. Mi piace molto il lavoro che faccio. Non mi sono mai posta obiettivi in termini di carriera, ho sempre seguito un progetto con l’entusiasmo che mi appartiene. È stata una piacevole sorpresa, in termini di responsabilità e anche di maturazione e apprendimento. Il gruppo privato presieduto da Enrico Marchi, è cresciuto molto in quegli anni, con tante operazioni straordinarie, ha comprato e venduto aziende”.
Nel 2016 Scarpa diventa l’unico ad del gruppo. “Avevamo investito in Cento stazioni, eravamo in joint venture per gestire 104 scali ferroviari italiani, e in Airest, una divisione food and beverage retail, con punti vendita dalla Cina agli Emirati Arabi e gli Stati Uniti, poi venduta nel 2014. Che fossi una donna non è stato un problema, gli azionisti dell’epoca hanno sempre guardato ai risultati e misurato le performance a prescindere dal genere”. Nel 2017 il cambio di assetto societario del gruppo, avvenuto attraverso un’opa totalitaria, ha portato a una valorizzazione di Save di circa 1,2 miliardi di euro. E la società aeroportuale si è dotata di un piano di investimenti infrastrutturali da portare a termine entro il 2021 per 800 milioni di euro, 400 dei quali in opere già realizzate.
Nel 2018 Monica Scarpa si è risposata con un compagno storico, anche lui un manager, divorziato con due figli. “Si vive in città diverse, ci si incontra nel week end, Torino, Roma, Bari. Lavorare in aeroporto facilita. Siamo un’allegra famiglia allargata di quattro figli a cui tengo moltissimo, non faccio più distinzione, i ragazzi vanno d’accordo, le età sono le stesse. Quando decidiamo di fare vacanza vengono tutti, e adesso con i fidanzati, il gruppo continua a crescere”.
Nel pochissimo tempo libero che ha, la manager si occupa della famiglia, inclusa la mamma rimasta vedova, “se mi ricavo un po’ di tempo vado a giocare a tennis, doppi misti con amici contro mio marito, mai con lui. Ogni tanto andiamo a una mostra e facciamo qualche vacanza con i figli. Il viaggio più divertente, tutti insieme, è stato in Marocco, a Marrakech. Per lavoro mi muovevo spesso, due, tre volte l’anno. Prima del Covid stavamo cercando di assicurarci un volo diretto dalla Cina. Ma riprenderemo”.
Gli obiettivi delle linee di crescita della Save già fissati prima della pandemia restano prioritari. “Oggi le aziende devono assumere responsabilità sociali importanti nei confronti del loro territorio, con investimenti che incidano su tutta la parte ambientale e sostenibile. Per noi è zero emissioni nel 2050, anche se internamente ci siamo prefissati il 2030. La creazione di valore nel tempo avviene anche attraverso queste azioni. La marginalità e il profitto sono la conseguenza, non possono essere l’obiettivo primario. Marchi ha sempre condiviso questa visione. Non ho mai faticato a trovare sponda e con il Covid sempre più sarà così, abbiamo capito la grande debolezza che c’è nel mondo”.
Welfare aziendale per Monica Scarpa significa creare una filiera di fiducia per contrastare discriminazioni di ogni genere. “Credo giusto che l’azienda si faccia carico dei problemi che ci sono negli spogliatoi rispetto all’ambiente più protetto degli uffici. Abbiamo tante donne. Ho parlato spesso con loro. Se un compagno di lavoro arriva con un occhio nero, fatti delle domande. Welfare è non solo il sussidio per comprare i libri di scuola, ma far sì che l’ambiente di lavoro sia sano, con strumenti che possono aiutare a sostenere certe fragilità”.