La scomparsa del camionista, ne mancano 15 mila
Luisa Grion , di LUISA GRIONIl mestiere è cambiato e l'arrivo dei conducenti dell'Est ha abbassato il livello delle retribuzioni, ma il settore è fra quelli che meglio hanno resistito alla crisi da Covid e le imprese offrono lavoro
ROMA - Mancano camionisti, tanti, 15 mila da qui ai prossimi tre anni. Quella che fino a qualche anno fa era considerata una “buona” professione, faticosa ma ben retribuita, non attrae più le nuove generazioni. La categoria invecchia: il 46 % dei conducenti ha superato i 50 anni e solo il 18% ha una età inferiore ai 40.
Il mestiere è cambiato: della vecchia idea di camionista ritratto in film di vario genere è rimasto ben poco. Per condurre un tir, oggi, saper guidare non basta, bisogna destreggiarsi con disinvoltura in cabine ipertecnologiche che forniscono e ricevono informazioni su percorsi seguiti e merci trasportate. E bisogna essere in possesso di certificazioni professionali (il cosiddetto Cqc, qualificazione del conducente) che richiedono una spesa iniziale di 5-6 mila euro.
Requisiti, dicono le imprese, che frenano l’offerta di lavoro. Tanto che all’assemblea di Anita (l’associazione di categoria legata a Confi…
Il mestiere è cambiato: della vecchia idea di camionista ritratto in film di vario genere è rimasto ben poco. Per condurre un tir, oggi, saper guidare non basta, bisogna destreggiarsi con disinvoltura in cabine ipertecnologiche che forniscono e ricevono informazioni su percorsi seguiti e merci trasportate. E bisogna essere in possesso di certificazioni professionali (il cosiddetto Cqc, qualificazione del conducente) che richiedono una spesa iniziale di 5-6 mila euro.
Requisiti, dicono le imprese, che frenano l’offerta di lavoro. Tanto che all’assemblea di Anita (l’associazione di categoria legata a Confi…
ROMA - Mancano camionisti, tanti, 15 mila da qui ai prossimi tre anni. Quella che fino a qualche anno fa era considerata una “buona” professione, faticosa ma ben retribuita, non attrae più le nuove generazioni. La categoria invecchia: il 46 % dei conducenti ha superato i 50 anni e solo il 18% ha una età inferiore ai 40.
Il mestiere è cambiato: della vecchia idea di camionista ritratto in film di vario genere è rimasto ben poco. Per condurre un tir, oggi, saper guidare non basta, bisogna destreggiarsi con disinvoltura in cabine ipertecnologiche che forniscono e ricevono informazioni su percorsi seguiti e merci trasportate. E bisogna essere in possesso di certificazioni professionali (il cosiddetto Cqc, qualificazione del conducente) che richiedono una spesa iniziale di 5-6 mila euro.
Requisiti, dicono le imprese, che frenano l’offerta di lavoro. Tanto che all’assemblea di Anita (l’associazione di categoria legata a Confindustria) il presidente Thomas Baumgartner ha lanciato l’allarme: “Bisogna avvicinare i giovani alla professione – ha detto – bisogna qualificare persone, anche disoccupate o coinvolte in situazioni di crisi che potrebbero ben essere collocate nel settore”. Altro strumento individuato dalle imprese per reperire autisti è l’intervento sul decreto Flussi, “ovvero – chiedono le aziende - aprire le porte a cittadini non comunitari disposti a lavorare per le imprese italiane”.
Ora è vero che quello dei trasporti è uno dei settori meno colpiti dalla crisi e che la domanda di lavoro è sempre una bella notizia. Ma va detto che la colpa del “buco” non è attribuibile solo a giovani sfaccendati: la professione resta pesante, e negli ultimi anni i compensi si sono assottigliati. “L’ingresso massiccio di colleghi dei Paesi dell’Est ha fatto sì che le retribuzioni del settore siano diminuite – dice Michele De Rose, leader della Filt Cgil - Oggi un camionista di tir guadagna in media 1.800 euro al mese, che salgono a 2.400 in caso di viaggi lunghi e trasferte all’estero, ma i turni possono coprire le 61 ore settimanali che – pur considerando anche i tempi di attesa per carico-scarico merci – sono molte di più rispetto alle 39 standard delle altre professioni”. Inoltre i 5-6 mila euro di certificazioni professionali, allo stato attuale, sono completamente a carico del conducente: ”Difficile che un ragazzo disponga di tale cifra – spiega De Rose – per questo abbiamo chiesto al Ministero dei trasporti di provvedere ad una politica di incentivi a favore delle imprese che formano in tal senso".
La categoria, come molte altre, è in attesa di rinnovo contrattuale. Sul tavolo c’è la spinosa questione dei distacchi transnazionali (imprese italiane con sedi all’estero che assumono lavoratori con contratti stranieri a più bassa tutela e impiegandoli non sul territorio d’origine - come dovrebbe essere – ma in Italia). E quello altrettanto spinoso dei contratti pirata: camionisti assunti con mansioni diverse, e meno retribuite, da quelle effettivamente fornite.
Il mestiere è cambiato: della vecchia idea di camionista ritratto in film di vario genere è rimasto ben poco. Per condurre un tir, oggi, saper guidare non basta, bisogna destreggiarsi con disinvoltura in cabine ipertecnologiche che forniscono e ricevono informazioni su percorsi seguiti e merci trasportate. E bisogna essere in possesso di certificazioni professionali (il cosiddetto Cqc, qualificazione del conducente) che richiedono una spesa iniziale di 5-6 mila euro.
Requisiti, dicono le imprese, che frenano l’offerta di lavoro. Tanto che all’assemblea di Anita (l’associazione di categoria legata a Confindustria) il presidente Thomas Baumgartner ha lanciato l’allarme: “Bisogna avvicinare i giovani alla professione – ha detto – bisogna qualificare persone, anche disoccupate o coinvolte in situazioni di crisi che potrebbero ben essere collocate nel settore”. Altro strumento individuato dalle imprese per reperire autisti è l’intervento sul decreto Flussi, “ovvero – chiedono le aziende - aprire le porte a cittadini non comunitari disposti a lavorare per le imprese italiane”.
Ora è vero che quello dei trasporti è uno dei settori meno colpiti dalla crisi e che la domanda di lavoro è sempre una bella notizia. Ma va detto che la colpa del “buco” non è attribuibile solo a giovani sfaccendati: la professione resta pesante, e negli ultimi anni i compensi si sono assottigliati. “L’ingresso massiccio di colleghi dei Paesi dell’Est ha fatto sì che le retribuzioni del settore siano diminuite – dice Michele De Rose, leader della Filt Cgil - Oggi un camionista di tir guadagna in media 1.800 euro al mese, che salgono a 2.400 in caso di viaggi lunghi e trasferte all’estero, ma i turni possono coprire le 61 ore settimanali che – pur considerando anche i tempi di attesa per carico-scarico merci – sono molte di più rispetto alle 39 standard delle altre professioni”. Inoltre i 5-6 mila euro di certificazioni professionali, allo stato attuale, sono completamente a carico del conducente: ”Difficile che un ragazzo disponga di tale cifra – spiega De Rose – per questo abbiamo chiesto al Ministero dei trasporti di provvedere ad una politica di incentivi a favore delle imprese che formano in tal senso".
La categoria, come molte altre, è in attesa di rinnovo contrattuale. Sul tavolo c’è la spinosa questione dei distacchi transnazionali (imprese italiane con sedi all’estero che assumono lavoratori con contratti stranieri a più bassa tutela e impiegandoli non sul territorio d’origine - come dovrebbe essere – ma in Italia). E quello altrettanto spinoso dei contratti pirata: camionisti assunti con mansioni diverse, e meno retribuite, da quelle effettivamente fornite.