Economia

Pil, un rimbalzo eccezionale, ma secondario

Il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri (a sinistra) con il premier Giuseppe Conte (ansa)
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Raramente un dato è stato più eccezionale e, allo stesso tempo, più secondario. L'economia italiana è cresciuta del 16,1% nel terzo trimestre di quest'anno, un rimbalzo da far invidia agli anni del boom economico. Tuttavia, si tratta di uno scatto largamente meccanico, legato alla ripartenza dopo il lungo lockdown nella prima metà del 2020. La vera domanda per il governo è come riusciremo a fronteggiare l’emergenza sanitaria, sociale ed economica della seconda ondata e, soprattutto, quanto veloce sarà la ripresa quando finalmente usciremo alla fase acuta della pandemia.

Il balzo estivo italiano si inserisce in una fase di temporanea accelerazione di tutta la zona euro, che è cresciuta complessivamente del 12,7% rispetto al trimestre precedente. Francia e Spagna  vedono il loro prodotto interno lordo aumentare, rispettivamente, del 18,2% e del 16,7%, mentre la Germania “appena” dell’8,2%. Tuttavia, è del tutto inutile stilare classifiche sulla base di questi tre mesi: i Paesi che crescono di meno sono quelli che hanno evitato il peggio durante la primavera. Inoltre, la crisi non è certo superata: il PIL italiano è ritornato appena ai livelli del 2015.

Ci sono sicuramente delle buone notizie per il nostro Paese: la ripartenza italiana ed europea è stata di molto superiore alle attese, sintomo che da queste crisi ci si può riprendere con passo più veloce di quanto temessero molti analisti. Inoltre, nel suo complesso, la performance della nostra economia nei primi nove mesi del 2020 è molto simile a Francia e Germania, che hanno perso intorno al 5% del loro reddito nazionale. La Spagna, che per anni era stata tra gli Stati che crescevano di più in Europa, sconta una gestione disastrosa della pandemia da parte del governo di Pedro Sanchez. Il risultato è che il loro PIL è di quasi il 10% inferiore rispetto al livello di inizio gennaio.

Le buone notizie, però, purtroppo si fermano qui. L'Europa si trova davanti a una nuova tragica ondata del virus, che sta spingendo i politici a reintrodurre pesanti restrizioni alla libertà sociale ed economica. Queste misure avranno inesorabilmente un effetto sulla crescita, che sarà solo in parte compensato dalle misure di sostegno messe in campo dai governi. Un secondo stop aumenterà poi il rischio di effetti di lungo periodo, come un blocco degli investimenti privati o l'uscita dal mercato del lavoro di cittadini scoraggiati. Le banche potrebbero progressivamente chiudere i rubinetti del credito, preoccupate per il peggioramento eccessivo della qualità dei propri prestiti.

Molto dipenderà dunque da come il governo saprà fronteggiare questa fase di recrudescenza. Come mostrano le opposte esperienze di Germania e Spagna, quei Paesi che sono in grado di gestire meglio l'emergenza sanitaria sono anche quelli che riescono poi a limitare i danni economici. La sanità è un ambito su cui il settore pubblico ha controllo diretto di risorse e strategie. L’esecutivo di Giuseppe Conte ama rivendicare il ruolo centrale dello Stato per il miglioramento della vita dei cittadini: questo è il momento di mostrare cosa si sa fare.

L'altra sfida italiana riguarda cosa accadrà alla fine della pandemia. Il nostro Paese ha una crescita strutturale molto più lenta rispetto al resto della zona euro, legata a un tasso di produttività praticamente fermo da oltre due decenni. Al declino di questi anni si sommerà la catastrofe economica del 2020, con il suo strascico di aziende chiuse, cittadini inattivi e studenti peggio preparati. Il sostegno della Banca Centrale Europea e della Commissione Europea stanno permettendo al nostro Paese di indebitarsi a tassi molto contenuti. L'impiego di questi soldi, al netto del giusto sostegno alle categorie più colpite dalle nuove restrizioni, determinerà quale sarà la traiettoria futura dell'Italia - e se la crescita sostenuta resterà solo un sogno di mezza estate.

L’autore è editorialista di Bloomberg Opinion