Economia

Pensioni, anche per la Cina è tempo di riforma

Il presidente cinese Xi Jinping 
L'età per ricevere l'assegno è fra le più basse del mondo: 60 anni per gli uomini, 50 per le donne (55 nel settore pubblico). Ma  ora 250 milioni di lavoratori stanno arrivando al traguardo, Pechino ha fatto i conti e ha deciso di cambiare le regole
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NANCHINO - Che così non si potesse andare avanti, la Cina lo sapeva da tempo. Sono almeno sette anni che le autorità di Pechino studiano come alzare l'età della pensione, tra le più basse al mondo: 60 anni per gli uomini, 55 per le donne nel settore pubblico, 50 nel privato. Non proprio baby pensioni ma quasi, in un Paese che invecchia rapidamente e dove l'aspettativa di vita ha ormai raggiunto numeri da società del benessere. Un trattamento fuori dal tempo che rischia di rompere l'equilibrio tra generazioni e far sballare il sistema previdenziale. Ora non c'è davvero più tempo: nelle linee guida per il prossimo piano economico quinquennale, appena approvate dal Plenum del Partito comunista, l'innalzamento dell'età pensionabile passa dalla fase di "ricerca" a quella di "implementazione". Nel gergo socialista, l'ordine di accelerare. Con una probabile data limite: il 2023, quando la prima coorte di baby boomer cinesi arriverebbe all'età del ritiro.

Il 1963 infatti fu l'anno in cui le famiglie cinesi si ripresero dalla tragedia della grande carestia, prodotto della scellerata politica del Grande balzo in avanti di Mao. Nel decennio successivo avrebbero dato alla luce ben 250 milioni di bebè, oggi lavoratori a un passo dalla pensione. Consentire a tutti loro di smettere a 60 anni, anche considerato che quasi nessuno ha versato con regolarità i contributi, inizierebbe a sbilanciare in maniera preoccupante il saldo tra entrate e uscite previdenziali. Saldo destinato a un inesorabile peggioramento, visto che l'onda lunga della politica del figlio unico sta facendo invecchiare la Cina in fretta. Nel 2019 il Dragone aveva 254 milioni di over 60, il 18,1% della popolazione. E la sua forza lavoro, per quanto impressionante, 800 milioni di persone, ha già cominciato a contrarsi.

Come sempre però quando si tratta di pensioni le riforme sono difficilissime. E un Paese da un miliardo e 400 milioni di abitanti non fa eccezione. Le ragioni che finora hanno bloccato il governo cinese sono varie. Un po' occupazionali: lasciare al lavoro di più gli anziani in questo momento di crisi avrebbe ridotto i posti per i giovani neolaureati, che le università del Dragone sfornano come non mai. Un po' di consenso: vedersi spostare il traguardo a un passo dalla linea non fa piacere a nessuno, neppure ai baby boomer cinesi, che dopo aver vissuto la Rivoluzione culturale e l'epoca delle riforme, gradirebbero dedicarsi ad accudire il nipote (unico).

Si studia quindi un ritocco che sia il più morbido possibile, il dibattito tra i tecnici è già partito, non dissimile da quelli che hanno riguardato anche la nostra previdenza. Per evitare un improvviso scalone si ipotizza per esempio un sistema di incentivi e disincentivi, con un assegno ridotto per chi si ritira prima e che va progressivamente a crescere per chi lascia più tardi. L'altra ipotesi è uniformare l'età di pensionamento delle donne a quella degli uomini. Ma vista la bomba demografica su cui siede la Cina è difficile che piccoli ritocchi bastino e probabile che i requisiti vadano costantemente aggiornati nei prossimi anni.

Una sfida enorme, forse la più grande che la Cina ha di fronte nel suo cammino verso un benessere compiuto. La buona notizia è che la necessità di creare un sistema previdenziale sostenibile potrebbe essere da incentivo anche per una riforma complessiva dell'economia di Stato, che sposti parte delle gigantesche risorse concentrate nelle aziende pubbliche, spesso improduttive, verso la spesa sociale. Ne beneficerebbe anche la crescita.
 
 
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