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Il portavoce delll'ASviS Enrico Giovannini 

Giovannini: “Bisognava diversificare gli aiuti. Troppa diseguaglianza”

Intervista al portavoce dell’ASviS, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile
3 minuti di lettura
Gli interventi del governo hanno protetto una gran parte del Paese dal rischio di sprofondare nella povertà, ma il criterio di distribuzione ha premiato soprattutto le fasce medie della popolazione, dando poco o nulla a chi aveva più bisogno. E quindi adesso, sostiene Enrico Giovannini, portavoce dell’ASviS, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, bisogna puntare a una ripresa equa, inclusiva, e sostenibile, che favorisca la coesione sociale, e usando le risorse del Recovery e Resilience Facility, ma non solo.

Dal vostro ultimo Rapporto emerge che gli interventi a sostegno delle imprese e delle persone hanno limitato i danni della pandemia, ma sono aumentate fortemente asimmetrie e disuguaglianze.
“Il fatto che ci sia stata una caduta del Pil del 10% ma una caduta del reddito disponibile solo del 3% dimostra che c’è stato uno sforzo senza precedenti del governo. Ma basta guardare a un altro dato, l’aumento del risparmio, in…
Gli interventi del governo hanno protetto una gran parte del Paese dal rischio di sprofondare nella povertà, ma il criterio di distribuzione ha premiato soprattutto le fasce medie della popolazione, dando poco o nulla a chi aveva più bisogno. E quindi adesso, sostiene Enrico Giovannini, portavoce dell’ASviS, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, bisogna puntare a una ripresa equa, inclusiva, e sostenibile, che favorisca la coesione sociale, e usando le risorse del Recovery e Resilience Facility, ma non solo.

Dal vostro ultimo Rapporto emerge che gli interventi a sostegno delle imprese e delle persone hanno limitato i danni della pandemia, ma sono aumentate fortemente asimmetrie e disuguaglianze.
“Il fatto che ci sia stata una caduta del Pil del 10% ma una caduta del reddito disponibile solo del 3% dimostra che c’è stato uno sforzo senza precedenti del governo. Ma basta guardare a un altro dato, l’aumento del risparmio, in termini di depositi delle imprese e delle famiglie, aumentati di 125 miliardi rispetto ad un anno prima, per avere una idea chiara dell’aumento delle disuguaglianza tra ricchi e poveri, tra Nord e Sud, che in parte sono anche frutto di come questo sforzo è stato distribuito. Dai dati dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio si vede infatti che la gran parte degli aiuti non sono andati a soggetti che erano in fondo alla distribuzione del reddito e della ricchezza, ma a chi in qualche modo era in cima o si trovava nei decili medi, eccetto naturalmente il caso di interventi per gli ultimi della società come il Reddito di emergenza”.

Quindi non si è fatto abbastanza proprio per chi aveva più bisogno di aiuto?
“Ci sarebbe voluto intanto un sistema diversificato di erogazione e parametrazione dei benefici, non solo in funzione della caduta del fatturato, ma anche della ricchezza e delle riserve accumulate. Con il Forum per le Disuguaglianze e delle Diversità avevamo proposto non solo l’introduzione del Reddito di emergenza, ma anche un Sostegno di emergenza per il lavoro autonomo, con una gradazione di parametri, mentre i 600 euro, poi diventati 1000, sono andati a tutti. Tra l’altro non si è guardato neanche al minore o maggiore rispetto degli obblighi fiscali, e questo è un elemento che potrebbe richiedere una maggiore riflessione nel momento in cui si capisce che i problemi non spariranno né in una settimana né in un mese, mentre si parla di una possibile terza ondata. E allora gli aiuti andrebbero piuttosto parametrati in funzione del tipo di economia che vorremmo avere tra due o tre anni”.

Cioè utilizzarli per superare finalmente l’evasione fiscale, garantendoci così anche maggiori risorse in futuro?
“Non sto dicendo che bisognava vincolare gli aiuti alla fedeltà fiscale attuale perché le persone in difficoltà vanno aiutate punto, ma se gli aiuti vanno a soggetti per i quali gli indicatori di affidabilità fiscale, che hanno sostituito gli studi di settore, sono bassi, si potrebbe creare un sistema di impegno perché da qui a due o tre anni si arrivi a un maggiore livello di affidabilità, altrimenti potrebbero scattare delle penalizzazioni. Non è solo una questione di giustizia: gli evasori che stanno ricevendo aiuti fanno concorrenza sleale alle imprese che competono in modo corretto. Tra l’altro sappiamo che le imprese a più alta incidenza di evasione sono anche quelle in cui la produttività cresce di meno”.

Rimane ancora il problema della fascia della popolazione più povera, da sempre difficile da raggiungere, con la pandemia ancora meno raggiungibile.
“Questo elemento è molto rilevante. Il Reddito di inclusione prevedeva infatti un forte ruolo del Terzo Settore nell’accompagnamento all’uscita dalla povertà. Mentre con il Reddito di cittadinanza gran parte dell’impegno e dello sforzo si concentrano nell’offerta di un lavoro. Ma dobbiamo riconoscere una volta per tutte, tanto più in una situazione come l’attuale, che la povertà non è solo l’assenza di reddito, ma anche vivere in famiglie che non hanno connessione Internet, o hanno minori fuori dai sistemi formativi o una formazione inadeguata per trovare un lavoro. In questa prospettiva, non stiamo valorizzando il senso di ciò che le comunità possono fare per accompagnare le persone, e ricostruire il capitale sociale distrutto dalla crisi.  Altrimenti il rischio è che si scateni la guerra tra poveri e che la società italiana ne esca più debole. Senza parlare del fatto che il Terzo Settore stesso è luogo di creazione di occupazione e di coesione sociale”.

E’ probabile tra l’altro che anche chi finora è stato protetto quando cadrà il blocco dei licenziamenti e i decreti Ristori si ritrovi povero e senza lavoro.
“E’ l’opportunità per un investimento straordinario sulla formazione continua delle persone, tema su cui ho provato a darmi da fare anche durante il mio periodo da ministro. La nostra proposta è quella di lanciare un enorme programma di formazione continua degli adulti, grazie alle tecnologie che con lo smart working sono entrate nelle nostre case. Subito, non possiamo aspettare fino a metà dell’anno prossimo, quando arriveranno le risorse Ue. Serve un rilancio fortissimo della Garanzia Giovani, uno strumento che andrebbe rivisto e migliorato, ma rilanciato con ampie risorse. La costruzione di un database unico per tutti i disoccupati, condiviso da tutti gli uffici provinciali del lavoro: una banca dati delle politiche attive e passive del lavoro, così da rendere gli interventi specifici per le singole persone, sulla base della loro storia formativa e lavorativa. E infine forti incentivi all’avvio di nuove iniziative imprenditoriali, anche piccole. Le nostre città cambieranno organizzazione, magari con lo smart working ci saranno meno ristoranti in centro e più nelle periferie. Più negozi di prossimità e di maggiore qualità. Bisogna porsi come obiettivo la preparazione di una nuova generazione di imprenditori, magari giovani e donne, utilizzando i fondi non solo per salvare le imprese ‘purchésiano’, ma anche spingere quegli stessi soggetti a inventarsi una nuova attività, non prolungando l’agonia di quella vecchia”.