Elkann, l'addio di Camilleri e il nuovo ad Ferrari: “Strategia chiara, non cambierà”
di Luca Piana , di Luca PianaLettera ai dipendenti dopo le dimissioni, l'ex amministratore delegato lodato per “la passione e i risultati raggiunti”. Possibile un successore interno
La parola più utilizzata è stata «sorpresa». Nelle banche, ieri, quasi nessuno diceva di essere stato a conoscenza di quanto stava maturando a Maranello, con la decisione annunciata giovedì sera da parte di Louis Camilleri, 65 anni, di lasciare l’incarico di amministratore delegato della Ferrari. La notizia non ha impensierito più di tanto gli investitori: ieri in Borsa il Cavallino ha chiuso con un leggero progresso, a fronte di un calo dello 0,97% del principale indice di Piazza Affari.
Il manager ieri non era negli uffici della Rossa, da dove mancava da qualche settimana: le dimissioni sono giunte da New York, dove era convalescente in casa, dopo il ricovero in ospedale per Covid. La scelta è stata motivata con ragioni personali, così come per l’altro incarico abbandonato giovedì, quello di presidente della Philip Morris, la multinazionale del tabacco dove Camilleri era entrato nel 1978. L’attenzione de…
Il manager ieri non era negli uffici della Rossa, da dove mancava da qualche settimana: le dimissioni sono giunte da New York, dove era convalescente in casa, dopo il ricovero in ospedale per Covid. La scelta è stata motivata con ragioni personali, così come per l’altro incarico abbandonato giovedì, quello di presidente della Philip Morris, la multinazionale del tabacco dove Camilleri era entrato nel 1978. L’attenzione de…
La parola più utilizzata è stata «sorpresa». Nelle banche, ieri, quasi nessuno diceva di essere stato a conoscenza di quanto stava maturando a Maranello, con la decisione annunciata giovedì sera da parte di Louis Camilleri, 65 anni, di lasciare l’incarico di amministratore delegato della Ferrari. La notizia non ha impensierito più di tanto gli investitori: ieri in Borsa il Cavallino ha chiuso con un leggero progresso, a fronte di un calo dello 0,97% del principale indice di Piazza Affari.
Il manager ieri non era negli uffici della Rossa, da dove mancava da qualche settimana: le dimissioni sono giunte da New York, dove era convalescente in casa, dopo il ricovero in ospedale per Covid. La scelta è stata motivata con ragioni personali, così come per l’altro incarico abbandonato giovedì, quello di presidente della Philip Morris, la multinazionale del tabacco dove Camilleri era entrato nel 1978. L’attenzione del mercato è ora rivolta a chi lo sostituirà. Il consiglio di amministrazione di Ferrari ha già avviato il processo di selezione e il presidente John Elkann ha scritto ai dipendenti una lettera in cui ha voluto sottolineare la sua riconoscenza nei confronti di Camilleri, lodandone «l’incrollabile senso di responsabilità» e «la passione»: una mossa non scontata, e che non si è verificata in altre occasioni.
Difficile, ora, scalfire la riservatezza che circonda le decisioni in corso. Un’osservazione che viene naturale è quella che Mike Manley, l’amministratore delegato di Fiat Chrysler - controllata come Ferrari dalla holding Exor - non ha ancora rivelato quale incarico svolgerà dopo la fusione con Peugeot Citroën, prevista per il 4 gennaio. È possibile che il profilo di Manley e di altri uomini di punta di Fca sia stato valutato ma queste, al momento, devono essere considerate soltanto speculazioni. Gli analisti delle banche sostengono che la linea di sviluppo tracciata a livello industriale non subirà modifiche, visto che lo stesso Elkann ha ribadito «i risultati eccezionali» raggiunti da Camilleri e che Ferrari ha una strategia «chiara e ambiziosa». Quel che è certo, però, è che lo stesso manager dimissionario non sarà felice per i risultati in pista. Per la Formula 1 Camilleri ha una vera passione e, con Philip Morris, frequentava il paddock già ben prima di arrivare a Maranello: a casa mostrava con orgoglio i due caschi che Michael Schumacher gli aveva regalato dopo la sesta e la settima vittoria nel Gran Prix di Montreal.
Il manager ieri non era negli uffici della Rossa, da dove mancava da qualche settimana: le dimissioni sono giunte da New York, dove era convalescente in casa, dopo il ricovero in ospedale per Covid. La scelta è stata motivata con ragioni personali, così come per l’altro incarico abbandonato giovedì, quello di presidente della Philip Morris, la multinazionale del tabacco dove Camilleri era entrato nel 1978. L’attenzione del mercato è ora rivolta a chi lo sostituirà. Il consiglio di amministrazione di Ferrari ha già avviato il processo di selezione e il presidente John Elkann ha scritto ai dipendenti una lettera in cui ha voluto sottolineare la sua riconoscenza nei confronti di Camilleri, lodandone «l’incrollabile senso di responsabilità» e «la passione»: una mossa non scontata, e che non si è verificata in altre occasioni.
Difficile, ora, scalfire la riservatezza che circonda le decisioni in corso. Un’osservazione che viene naturale è quella che Mike Manley, l’amministratore delegato di Fiat Chrysler - controllata come Ferrari dalla holding Exor - non ha ancora rivelato quale incarico svolgerà dopo la fusione con Peugeot Citroën, prevista per il 4 gennaio. È possibile che il profilo di Manley e di altri uomini di punta di Fca sia stato valutato ma queste, al momento, devono essere considerate soltanto speculazioni. Gli analisti delle banche sostengono che la linea di sviluppo tracciata a livello industriale non subirà modifiche, visto che lo stesso Elkann ha ribadito «i risultati eccezionali» raggiunti da Camilleri e che Ferrari ha una strategia «chiara e ambiziosa». Quel che è certo, però, è che lo stesso manager dimissionario non sarà felice per i risultati in pista. Per la Formula 1 Camilleri ha una vera passione e, con Philip Morris, frequentava il paddock già ben prima di arrivare a Maranello: a casa mostrava con orgoglio i due caschi che Michael Schumacher gli aveva regalato dopo la sesta e la settima vittoria nel Gran Prix di Montreal.