Cassa Covid alla Whirlpool, ma la fabbrica non vede il futuro. Calendario fotografico per la lotta degli operai
di Marco Patucchi , di Marco PatucchiL’ennesimo vicolo cieco della politica industriale italiana. Un déjà vu: la multinazionale che abbandona un impianto perché poco redditizio, gli operai in lotta per difendere il futuro della fabbrica e del loro lavoro, il governo a caccia di complicatissime alternative produttive. Per la Whirlpool di Napoli, uno dei simboli delle crisi industriali del nostro Paese, l’anno si chiude senza svolte.
Il vertice al ministero dello Sviluppo Economico è servito solo a comprare altro tempo: l’azienda, che ha chiuso lo stabilimento a ottobre, applicherà la Cassa integrazione Covid per arrivare a fine marzo, quando scadrà la moratoria sui licenziamenti e così potrà essere avviata la procedura collettiva che entro l'estate metterà definitivamente in strada 357 lavoratori. Una collezione di paradossi, perché si tratta di riconoscere la Cassa Covid (strumento pagato dallo Stato per far sop…
L’ennesimo vicolo cieco della politica industriale italiana. Un déjà vu: la multinazionale che abbandona un impianto perché poco redditizio, gli operai in lotta per difendere il futuro della fabbrica e del loro lavoro, il governo a caccia di complicatissime alternative produttive. Per la Whirlpool di Napoli, uno dei simboli delle crisi industriali del nostro Paese, l’anno si chiude senza svolte.
Il vertice al ministero dello Sviluppo Economico è servito solo a comprare altro tempo: l’azienda, che ha chiuso lo stabilimento a ottobre, applicherà la Cassa integrazione Covid per arrivare a fine marzo, quando scadrà la moratoria sui licenziamenti e così potrà essere avviata la procedura collettiva che entro l'estate metterà definitivamente in strada 357 lavoratori. Una collezione di paradossi, perché si tratta di riconoscere la Cassa Covid (strumento pagato dallo Stato per far sopravvivere le aziende all’emergenza sanitaria) ad uno stabilimento che comunque, nelle intenzioni dell’attuale proprietà, non riaprirà mai; perché la Whirlpool negli altri siti italiani sta producendo a manetta, addirittura con assunzioni e straordinari; perché i sindacati continuano a chiedere una retromarcia della multinazionale americana, che neanche le interlocuzioni tra governo italiano e amministrazione Usa hanno determinato.
Eppure, proprio le tensioni sociali in un territorio complicato come quello campano, potrebbero rappresentare un freno ai progetti di reindustrializzazione che Invitalia (la società del Tesoro già pivot del rilancio di molte realtà industriali, Ilva e Piombino in primis) sta sondando con potenziali acquirenti. Poco praticabile l’intervento di concorrenti diretti della Whirlpool come Candy o Smeg, non graditi alla stessa multinazionale americana, sul tavolo per adesso restano solo le manifestazioni di interesse della Adler, azienda campana del settore automotive, e della Htl Fitting (aerospazio) parte dell’indotto del gruppo Leonardo sempre in Campania. Negli ultimi giorni sarebbe spuntato anche un pool di imprenditori lombardi del settore dei purificatori d’aria. Ma si tratta, in ogni caso, di progetti che singolarmente non garantirebbero da subito l’assorbimento dell’intera forza lavoro.
“Troviamo disonorevole il comportamento di Whirlpool. Ricordiamo che in presenza del blocco dei licenziamenti la copertura economica degli stipendi dovrebbe essere in capo all'azienda. La cassa Covid-19 interamente a carico dello Stato, da gennaio a marzo 2021, rappresenta un ulteriore risparmio per Whirlpool", protestano la segretaria nazionale Fiom-Cgil, Barbara Tibaldi, e il segretario generale Fiom di Napoli, Rosario Rappa, che hanno chiesto l'integrazione della Cassa integrazione al fine di garantire il salario pieno. "Si trovi una soluzione per scongiurare la chiusura del sito ed i licenziamenti”, afferma il segretario nazionale della Uilm, Gianluca Ficco, mentre per Il segretario nazionale Fim-Cisl, Massimiliano Nobis, e il segretario Fim Campania, Raffaele Apetino, “l'azienda conferma la non volontà di continuare la produzione di lavatrici a Napoli per mancanza di redditività e non risponde sulla mutata situazione del mercato che ha visto un aumento dei volumi produttivi di lavatrici rispetto a due anni fa”. Paradossi. E un vicolo cieco dove rischiano di perdere tutti.