MILANO - Quei timidi segnali di ripresa del 2019 sono stati spazzati via dal Covid e ormai il settore delle costruzioni viaggia a un ritmo produttivo di un terzo inferiore al 2008, prima che la crisi finanziaria si trasformasse nella Grande recessione.
I dati sono stati messi nero su bianco nell'appuntamento annuale dell'Ance: "Il lockdown di marzo e aprile e il perdurare dell'emergenza sanitaria hanno determinato un crollo degli investimenti del 10% nel 2020 - si legge nelle slide presentate - un impatto pesantissimo per un settore che in 12 anni ha visto ridotti i livelli produttivi di oltre un terzo dal 2008".
Altre spie del disastro: le compravendite sono crollate del 22%, sempre nel semestre, con un recupero solo del 3% nei tre mesi estivi. L'allarme suona anche dal punto di vista finanziario: "Le misure emergenziali a sostegno della liquidità messe in campo dal Governo stanno per esaurire i propri effetti, mettendo a rischio la tenuta delle imprese di costruzioni", dice l'Associazione di categoria.
Se tutti i comparti dell'edilizia privata sono a segno negativo (-12,5% le nuove abitazioni, -9,8% le riqualificazioni ad esempio), dal pubblico non fluisce ossigeno: gli investimenti in opere pubbliche sono censiti in calo del 2,5% e ci sono complicazioni burocratiche. "In ritardo i lavori in corso e i nuovi cantieri - denuncia il rapporto - Lo smart working nella Pa ha rallentato ulteriormente l'operatività degli uffici pubblici" Così "le imprese sostengono maggiori costi di produzione".
Il 2021 può portare il rimbalzo: +8,6% degli investimenti in costruzioni
Detto del 2020 a tinte scure, nel report c'è una speranza di rimbalzo anche fisiologico per il 2021. "Tutti i fattori fanno pensare che nel 2021 si potrà assistere a un rimbalzo per il settore - stima Ance - più 8,6% degli investimenti in costruzioni, con un effetto sull'economia di quasi 2 punti percentuali di Pil. Rimbalzo trainato da: opere pubbliche +7,7% e manutenzione degli edifici +14% (legato al Superbonus 110%)". Da sola questa voce è accreditata di un valore di 6 miliardi di euro, con un effetto positivo su tutta l'economia da 24 miliardi. Non a caso l'Associazione torna a chiederne una proroga più ampia (al 2026) e una semplificazione burocratica.
Dice ancora il rapporto: "Il ritorno del segno più nelle opere pubbliche è condizionato dalla reale riapertura dei cantieri, cosa che ancora non sta avvenendo, e dall'entrata nella fase di produzione delle gare pubblicate a partire dal 2017. Segno inequivocabile che qualunque previsione sull'andamento del settore deve tenere conto dell'effettiva capacità di spesa dell'amministrazione pubblica".
Un capitolo a sé lo merita il Recovery plan e il suo carico di spese possibili. Ma Ance non sconta l'effetto-rilancio dei fondi europei nelle sue previsioni, che anzi diventano l'occasione di una critica: l'effettivo utilizzo di quelle risorse è "molto incerto perché legato alla capacità di mettere in campo misure di semplificazione e accelerazione". Sul Pnrr a firma del governo Conte, che a breve verrà rivisto da Draghi, il giudizio è spietato: "Non modifica regole e procedure che da sempre ostacolano la realizzazione degli investimenti pubblici. Tra le criticità da segnalare, la frammentazione dei programmi di spesa (le risorse sono suddivise in 43 titoli), l'assenza di progetti e la mancanza di una strategia unitaria che valga sia per edilizia privata che pubblica".