Governo Draghi, Cassese: “Come con Ciampi il paese ora chiede sicurezza”
di Eugenio Occorsio , di Eugenio OccorsioIl giudice emerito della Consulta, ministro della Funzione pubblica nel 1993: “Allora c’era stata Tangentopoli e si usciva dalla stagione del terrorismo. C’era bisogno di trovare speranza"
ROMA - "C'è un'analogia di fondo fra il governo Draghi e quello Ciampi: ora come allora il Paese è percorso da timori, c'è nell'aria un'angoscia, uno smarrimento, una paura collettiva, e quindi il sollievo di vedersi affidati a persone competenti e responsabili". Sabino Cassese, uno dei più prestigiosi costituzionalisti italiani, già giudice della Consulta, nel governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi che giurò il 29 aprile 1993 inaugurando la stagione degli esecutivi tecnico-politici, era ministro della Funzione Pubblica. "La società si sente vulnerabile, come allora".
Professore, però adesso c'è una pandemia che ha fatto quasi centomila morti e non vuole saperne di arretrare...
"Ma allora c'era appena stata Tangentopoli, in quel momento finivano cinquant'anni di storia italiana con il totale disfacimento del sistema dei partiti. E si usciva dalla stagione del te…
Professore, però adesso c'è una pandemia che ha fatto quasi centomila morti e non vuole saperne di arretrare...
"Ma allora c'era appena stata Tangentopoli, in quel momento finivano cinquant'anni di storia italiana con il totale disfacimento del sistema dei partiti. E si usciva dalla stagione del te…
ROMA - "C'è un'analogia di fondo fra il governo Draghi e quello Ciampi: ora come allora il Paese è percorso da timori, c'è nell'aria un'angoscia, uno smarrimento, una paura collettiva, e quindi il sollievo di vedersi affidati a persone competenti e responsabili". Sabino Cassese, uno dei più prestigiosi costituzionalisti italiani, già giudice della Consulta, nel governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi che giurò il 29 aprile 1993 inaugurando la stagione degli esecutivi tecnico-politici, era ministro della Funzione Pubblica. "La società si sente vulnerabile, come allora".
Professore, però adesso c'è una pandemia che ha fatto quasi centomila morti e non vuole saperne di arretrare...
"Ma allora c'era appena stata Tangentopoli, in quel momento finivano cinquant'anni di storia italiana con il totale disfacimento del sistema dei partiti. E si usciva dalla stagione del terrorismo. C'era bisogno come adesso di trovare una speranza. Un'altra analogia è meramente contabile: in quel governo i ministri che provenivano dall'esterno al corpo politico, come io preferisco chiamare i cosiddetti tecnici, erano 10 su 29, oggi 8 su 23, quindi mi sembra che le proporzioni siano grosso modo rispettate. Con un particolare: venivano classificati come politici personaggi come Nino Andreatta, Leopoldo Elia, Gino Giugni, che erano anche dei tecnici impareggiabili nei rispettivi settori".
Poi c'erano i tecnici "puri": oltre a lei Conso, Gallo, Savona, Baratta, Ronchey, Umberto Colombo... Una bella squadra?
"Beh, direi proprio di sì. Però, e qui c'è invece una netta differenza con l'esecutivo che giurerà fra poche ore, quello era un governo dichiaratamente a termine: oltre a portare un po' di moralità nella cosa pubblica, dovevamo perfezionare e approvare la legge elettorale che porta il nome dell'attuale Capo dello Stato. E questa funzione maieutica fu affidata soprattutto ad Elia che era ministro delle Riforme istituzionali. Nel giro di un anno, anzi meno perché ci dimettemmo nel gennaio 1994 a legge elettorale approvata, il presidente Scalfaro sciolse come previsto le Camere, si votò e poi iniziò la lunga stagione di Berlusconi".
Che doveva concludersi con un governo ancora più tecnico, quello di Monti. Ma il governo Draghi lo vede a termine oppure no, magari perché il premier vuole salire al Quirinale l'anno prossimo o per qualche altra variabile indipendente che salterà fuori?
"Direi che sarebbe una scelta assai irrazionale e controproducente affrontare una partita come il Recovery Fund, l'uscita dalla crisi sanitaria, il rilancio dell'economia, avendo un orizzonte temporale così ristretto. Proprio nel 2022
e nella prima metà del 2023 ci saranno le fasi più critiche. Insomma, la mia è una speranza e una scelta, credo, di lucidità: la complessità della materia non può essere affrontata con un governo a termine. Anche perché questo governo, ha, come dire, più forza politica. Torniamo al confronto con l'esperienza Ciampi: allora ne facevano parte, come adesso, una molteplicità di partiti, a parte l'incidente iniziale che portò all'uscita immediata di Pds e Verdi (quando la Camera votò contro le autorizzazioni a procedere per Craxi, ndr).
Ma erano partiti colpiti da Tangentopoli, in agonia. Oggi c'è molta più continuità, i partiti sono più "liquidi", è vero, ma godono di maggior forza rappresentativa".
Professore, però adesso c'è una pandemia che ha fatto quasi centomila morti e non vuole saperne di arretrare...
"Ma allora c'era appena stata Tangentopoli, in quel momento finivano cinquant'anni di storia italiana con il totale disfacimento del sistema dei partiti. E si usciva dalla stagione del terrorismo. C'era bisogno come adesso di trovare una speranza. Un'altra analogia è meramente contabile: in quel governo i ministri che provenivano dall'esterno al corpo politico, come io preferisco chiamare i cosiddetti tecnici, erano 10 su 29, oggi 8 su 23, quindi mi sembra che le proporzioni siano grosso modo rispettate. Con un particolare: venivano classificati come politici personaggi come Nino Andreatta, Leopoldo Elia, Gino Giugni, che erano anche dei tecnici impareggiabili nei rispettivi settori".
Poi c'erano i tecnici "puri": oltre a lei Conso, Gallo, Savona, Baratta, Ronchey, Umberto Colombo... Una bella squadra?
"Beh, direi proprio di sì. Però, e qui c'è invece una netta differenza con l'esecutivo che giurerà fra poche ore, quello era un governo dichiaratamente a termine: oltre a portare un po' di moralità nella cosa pubblica, dovevamo perfezionare e approvare la legge elettorale che porta il nome dell'attuale Capo dello Stato. E questa funzione maieutica fu affidata soprattutto ad Elia che era ministro delle Riforme istituzionali. Nel giro di un anno, anzi meno perché ci dimettemmo nel gennaio 1994 a legge elettorale approvata, il presidente Scalfaro sciolse come previsto le Camere, si votò e poi iniziò la lunga stagione di Berlusconi".
Che doveva concludersi con un governo ancora più tecnico, quello di Monti. Ma il governo Draghi lo vede a termine oppure no, magari perché il premier vuole salire al Quirinale l'anno prossimo o per qualche altra variabile indipendente che salterà fuori?
"Direi che sarebbe una scelta assai irrazionale e controproducente affrontare una partita come il Recovery Fund, l'uscita dalla crisi sanitaria, il rilancio dell'economia, avendo un orizzonte temporale così ristretto. Proprio nel 2022
e nella prima metà del 2023 ci saranno le fasi più critiche. Insomma, la mia è una speranza e una scelta, credo, di lucidità: la complessità della materia non può essere affrontata con un governo a termine. Anche perché questo governo, ha, come dire, più forza politica. Torniamo al confronto con l'esperienza Ciampi: allora ne facevano parte, come adesso, una molteplicità di partiti, a parte l'incidente iniziale che portò all'uscita immediata di Pds e Verdi (quando la Camera votò contro le autorizzazioni a procedere per Craxi, ndr).
Ma erano partiti colpiti da Tangentopoli, in agonia. Oggi c'è molta più continuità, i partiti sono più "liquidi", è vero, ma godono di maggior forza rappresentativa".