Economia

La comunicatrice-manager che fa cordata con le donne per amplificare il risultato

Elena Di Giovanni ha co-fondato nel 2014 una società, la Comin&Partners, 34 persone di cui 19 donne. Punto di arrivo dopo una carriera che l'ha portata a contatto con i principali gruppi del paese, con un occhio attento al mondo della cultura, dall'esperienza alla Biennale di Venezia fino alla mostra di Raffaello alle Scuderie del Quirinale
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Nella storia della giovanissima guerriera cinese Mulan, un classico della Disney, ritrova la sintesi della sfida quotidiana che tocca alle donne per contrastare i condizionamenti sociali legati al genere: lavorando a fianco di aziende, istituzioni e associazioni, Elena Di Giovanni, manager specializzata in comunicazione corporate, nella sostenibilità e nella promozione dei beni culturali, ha sperimentato che “sebbene sempre più professioniste ci dimostrino che si può fare breccia nel soffitto di cristallo, è ancora fondamentale fare cordata per amplificare il risultato, favorendo la pluralità e l’equilibrio”. Per lei la cordata per l’empowerment femminile comincia dalla sua azienda, Comin&Partners, società di consulenza strategica e relazioni istituzionali che nel 2014 ha fondato insieme con Gianluca Comin, anche lui esperto di comunicazione. Su 34 collaboratori, 19 sono donne. “Mi adopero perché abbiano consapevolezza della loro bravura”.

In un palazzo romano di piazza Santi Apostoli, dove tutto è cominciato, all’inizio erano in tre, la manager, vice presidente, il socio, presidente, e uno stagista. “Creammo una struttura che doveva essere una piramide rovesciata, una start up”. Poi sono arrivati gli altri soci: Gianluca Giansante, Lelio Alfonso, Federico Fabretti. Il gruppo si è infoltito. “Uno dei primi clienti è stato Hitachi, che stava acquisendo Ansaldo Breda attraverso una banca d’affari”.

Siciliana di Catania, dov’è nata nel 1969, Elena Di Giovanni è sbarcata in continente nei primi anni Novanta, dopo il liceo linguistico, per seguire allo Iulm di Milano il corso di laurea in Lingue e letterature moderne, in alternativa a quello in comunicazione che all’epoca non c’era, ma che era già il suo obiettivo. “Il lavoro adatto a me, a un carattere aperto come il mio, curioso di conoscere tanti aspetti di ciò che mi circonda. E poi volevo un’attività che mi portasse a viaggiare, la vita in Sicilia mi stava stretta. I miei genitori mi hanno spinto a uscire e mi hanno accompagnata in questa scelta”.

Un lavoro taylor made. “Ci occupiamo di aziende, istituzioni e dei loro interessi, anche di alcune università come Roma Tre. I nostri clienti rappresentano alcuni dei grandi player del paese, come Vodafone, Terna, Lottomatica. Seguiamo situazioni di crisi: la vendita di Grandi Stazioni, l’Ilva di Taranto quando Piero Gnudi, Corrado Carrubba e Enrico Laghi sono stati nominati commissari straordinari, il crollo del ponte di Genova. Lavoriamo con imprese dell’information technology come Sopra Steria e Ntt Data, la multinazionale giapponese che ha digitalizzato la Biblioteca vaticana e si occupa tra le altre cose di cyber security. Stiamo curando con Paolo Glisenti la promozione del padiglione di Expo Italia a Dubai, Caffitaly (caffè in capsule e macchine per caffè); lavoriamo con Leonardo, e su progetti riguardanti la sicurezza, come il taser, il dissuasore elettrico: la polizia lo vuole ma bisogna superare gli scogli diplomatici”.

L’attività di Comin&Partners non ha avuto shock dal Covid. Il fatturato 2019 si è attestato sopra gli otto milioni di euro, in crescita nonostante la pandemia. “Abbiamo trovato nuovi modi per fronteggiare la crisi lavorando su progetti. Siamo il braccio di ogni azienda. Novartis, per esempio, e le sue attività: l’abbiamo sostenuta quando ha deciso di supportare il paese colpito dal virus. Siamo stati in campo nei casi di change management o quando fondi hanno acquisito società italiane”.

Nel 2020 ha seguito la mostra di Raffaello alle Scuderie del Quirinale, “la più importante mai fatta al mondo. Aperta il 5 marzo e chiusa il 9 dello stesso mese a causa del lockdown. Per soli tre giorni visitata da sei mila persone. Poi i disegni sono stati messi al buio per contenere il tempo di esposizione alla luce e tele e tavole sono state curate da tecnici e restauratori. Nonostante questo si è creata empatia, siamo riusciti a comunicare l’evento, ricevendo anche tanto appoggio internazionale”.

Milano è stata per Elena Di Giovanni, quando ancora era studentessa, l’incontro con una realtà folgorante. “Ho iniziato ad amare l’arte contemporanea. Ispiratore è stato il professor Gabriele Mandel, storico dell’arte islamica. Decisi di fare una tesi sui diari dei viaggiatori inglesi dell’800 in Sicilia, la mia terra”. Conclusa l’università, varca le porte della Weber Shandwick, una delle più importanti agenzie di pubbliche relazioni. Era il tempo in cui le agenzie si fondevano nei grandi gruppi. Scr associati entrò nella compagine di Shandwick e Furio Garbagnati assunse l’incarico di ceo della società per l’Italia.

“Ebbi l’occasione di fare un colloquio con Eleonora Pellegrini, responsabile di un’altra agenzia che veniva inglobata in questo gruppo ed entrai da stagista junior account. Tempo dopo, in seguito a un cambiamento ai vertici, presi il ruolo di colei che era stata il mio capo e diventai account director per alcuni clienti. Per crescere non seguii un master ma partecipai ad alcuni corsi nella sede di Londra”. Ha collaborato anche al lancio del marchio Nespresso, il caffè prodotto dalla Nestlé, appena arrivato dalla Svizzera e la sua macchina, “un nuovo metodo per bere il caffè, si doveva farlo conoscere in Italia, far passare l’idea che potesse essere più buono di altri. Abbiamo lavorato su come trasmettere il valore del brand, e fatto apprezzare il packaging che era assolutamente innovativo in quegli anni. Il resto lo fece George Clooney”. L’occasione per un altro passo avanti ci fu perché Di Giovanni era l’unica persona in agenzia che sapesse parlare il francese. “Dovevo seguire il ministero del Turismo tunisino nella campagna ‘Tunisia amica mia’ che aveva Afef come testimonial. Il presidente Ben Ali decise di invitare i giornalisti per esibire un paese emancipato e farne conoscere il meglio. Fu un bel periodo”.

Dopo quattro anni, all’inizio del 2000, la manager passa in Mondadori, “dove stava crescendo sempre di più il mercato dei periodici. Panorama vendeva 500 mila copie, Tv Sorrisi e canzoni un milione e 200 mila”. Serviva un capo ufficio stampa di quel settore, e la chiamarono per gestire il nuovo lavoro. “C’era ancora Leonardo Mondadori che fondò l’area mostre della casa editrice. Lavoravamo per far crescere altre testate considerate dai miei vertici meno interessanti rispetto a Chi o a Panorama. Erano il settimanale di cinema Ciack, diretto da Piera De Tassis, e Interni con Gilda Boiardi che faceva anche il Fuori salone del mobile, nel periodo vivo e fertile del design italiano”.

Di Giovanni, a Venezia per accompagnare De Tassis che per un attimo sembrava dovesse diventare presidente della Mostra del cinema, riceve l’offerta di Bernabè di seguire la Biennale. “Accettai, non prima di averne parlato con il mio capo di allora: per me è una regola essere trasparenti con chi ti guida e ti insegna. Mi disse vai, e mi concesse un periodo di aspettativa, perché poteva essere un salto nel buio. Invece restai quattro anni. Allora il ministro dei Beni culturali era Giuliano Urbani. Poi cambiò la presidenza e arrivò Davide Croff da Bnl e misi a disposizione il mio posto, sono ruoli di fiducia. Croff invece mi confermò per altri due anni. Diventai dirigente, all’epoca eravamo quattro direttori più il presidente come parte manageriale, e io l’unica donna”.

In laguna ha conosciuto Michele Valensise che nel 2005 sarebbe diventato suo marito. Ambasciatore italiano prima in Brasile e poi in Germania, due figlie dal primo matrimonio. Nei periodi all’estero trascorsi al suo fianco, si è occupata di promozione di cinema, di arte e del made in Italy. Nel 2013 è stata chiamata da Giuseppe Sala, commissario di Expo 2015 per seguire la comunicazione internazionale.

L’anno dopo nasce Comin&Partners, cinque soci con esperienze diverse, l’amministratrice delegata è Fiorella Achilli, l’head quarter a Roma, in pieno centro “perché curiamo pubblic affair e lobby, e un grande network. Siamo una boutique di comunicazione”. La sede di Milano, aperta due anni fa accanto alle grandi banche, è servita per avere un maggiore inside nel mondo della finanza. “Abbiamo messo in campo la nostra expertise. Con noi ci sono ragazze e ragazzi, astri brillanti, professionisti con una passione particolare per l’attualità, la divulgazione, la cultura. Non assumiamo soltanto laureati in comunicazione, ma anche in filosofia e in storia. Quel che ci interessa soprattutto è il capitale umano”.

Con un suo personale focus sulle giovani in carriera. “Il momento delle donne è oggi, lavoro per farle crescere con il bellissimo gruppo che ho al mio interno, cerco di trasmettere il messaggio che più sono unite, consapevoli di essere capaci, meglio funziona la leadership femminile del domani perché è più empatica e più inclusiva. Tocco diversi ambiti con associazioni trasversali come Valore D e le appoggio. Ho progetti di mentorship e di formazione. Ciò che vorrei realizzare è rendere più avvertite le nuove generazioni di donne”.  

Ad incoraggiare l’iniziativa di Elena Di Giovanni ci sono gli ultimi eventi che hanno messo le figure femminili in primo piano e sotto i riflettori internazionali. Poco prima del lockdown la loro rappresentanza in Europa si è allargata con l’entrata di Ursula Von der Leyen e di Christine Lagarde. “Sull’uguaglianza siamo ancora molto indietro, ma c’è ormai il convincimento che le donne possono avere un ruolo importante, e che il compito dirigenziale non spetta più soltanto agli uomini. Gli Usa hanno aperto un altro varco con Kamala Harris e con la segretaria del Tesoro, Janet Yellen. Basta vedere, poi, come ha gestito la pandemia la premier neozelandese Jacinda Ardern. In Italia abbiamo avuto la prima rettrice alla Sapienza, Antonella Polimeni, e Elena Patrizia Goitini è salita alla guida di una grande banca come la Bnl”.

Non ci sono sabati e domeniche nell’agenda di Elena Di Giovanni, “il lavoro è la mia vita”. Messi da parte, per adesso, lo sci e il tennis, gli sport che preferisce, fatto salvo il pilates, ci sono le serie televisive. “Per le italiane ho visto ‘Sanpa’ e seguo quelle americane che parlano di politica, Cia, Fbi, terrorismo, Medio Oriente. Mi piace lo spionaggio”. Lo spazio libri è preso dai saggi che riguardano il mondo della comunicazione e l’empowerment femminile. “Riprendo ogni tanto i classici che ci servono perché la storia si ripete. La mia passione sono i romanzi, bisogna sognare. L’ultimo letto è ‘La carezza. Una storia perfetta’ di Elena Loewenthal”.