BERLINO - A febbraio del 2009, il premier danese Anders Fogh Rasmussen presentò la sua ambiziosa riforma fiscale così: «Renderà attraente il lavoro, incoraggerà i risparmi e ridurrà il debito». In quei mesi concitati, gli Stati Uniti e l’Europa erano alle prese con la peggiore crisi finanziaria di tutti i tempi, scatenata dall’esplosione della bolla dei titoli spazzatura americani e amplificata dal fallimento di Lehman Brothers. E mentre Washington, Berlino e altre capitali varavano poderosi piani di spesa per evitare il peggio, la Danimarca tentò anche la carta di una ambiziosa riforma fiscale.
La sua economia, dopo anni d’oro, si era insabbiata a causa di un crollo del mercato immobiliare e di una paurosa crisi dei consumi. Rasmussen accompagnò la riforma a un criticatissimo pacchetto di tagli al welfare che secondo l’economista Jorgen Goul Andersen segnò «un marcato peggioramento della protezione sociale». Ma la revisione del fisco ebbe effetti benefici sull’economia e sul sistema danese. Mentre l’aliquota marginale continuò ad essere tre punti sopra la media Ocse, quella sui redditi medi e bassi cadde dieci punti sotto quella dei Paesi più sviluppati. Ed è a quella riforma che il presidente del Consiglio Mario Draghi ha fatto riferimento, nel suo discorso al Senato di mercoledì.
La riforma di Rasmussen valeva 30 miliardi di corone, circa l’un per cento del Pil. Il premier danese tagliò di sette punti e mezzo l’aliquota marginale, allora la più alta d’Europa (dal 63 al 55%) e cambiò gli scaglioni di reddito, alzando l’asticella del reddito per l’aliquota più alta di quasi 5.000 euro. L’effetto fu che 350 mila danesi non dovettero più pagare la tassa più alta. La riforma decurtò anche l’aliquota marginale più bassa di un punto e mezzo: ora ammonta al 36%. E la no tax area fu innalzata a circa 7.300 euro. Rasmussen aggiustò un sistema che era già molto virtuoso, soprattutto per il ceto medio, perché basato su una progressione delle imposte. In Danimarca, man mano che il reddito aumenta, si pagano più tasse. Dal punto di vista concettuale, è l’esatto opposto della flat tax. E non è un caso che sia uno dei Paesi dal coefficiente di Gini migliore, dunque con livelli di diseguaglianze tra i più bassi al mondo.
Peraltro, il primo ministro danese aveva già promosso nel 2001 un’altra riforma incisiva, la “tax freeze”, il “congelamento delle imposte”. Da allora, solo in caso di crisi particolari un governo può aumentare un’imposta, e deve contemporaneamente abbassarne un’altra. Quando la riforma del 2009, quella che interveniva direttamente su aliquote e scaglioni, fu annunciata, il Financial Times commentò che rappresentava “una rottura significativa con la cultura danese delle imposte sul lavoro alte”. Anche se nel 2019 l’Ocse ha sostenuto che la Danimarca avrebbe bisogno di un nuovo intervento sul fisco: dovrebbe rivedere anche l’aliquota marginale del 55%. In Danimarca il peso delle imposte sul Pil è ancora del 46%, il secondo più alto tra i Paesi più sviluppati.
Tuttavia, l’affidamento dei danesi alle imposte per finanziare le spese statali e uno dei più generosi sistemi di welfare al mondo è antico. Già nel 1897 il regno ricavava il 15% dei suoi introiti dalle tasse: allora era di gran lunga la quota più alta d’Europa.
La Danimarca spicca da tempo in cima alla classifica del “World happiness report” tra i Paesi più felici del mondo. E molti sondaggi dimostrano che i cittadini sono disponibili a pagare imposte gravose perché con quei soldi lo Stato garantisce loro la scuola, l’università, la sanità e un’infinita di servizi gratuiti.
Soprattutto, come ha ricordato l’economista Alice Guerra su Lavoce.Info - toccando sicuramente un aspetto che interessa anche il premier Mario Draghi - «è un esempio di sistema fiscale in cui è impossibile evadere».