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L'inflazione Usa che fa molto male all'Europa

(reuters)
Le prospettive di ripartenza dei tassi americani nascono da un paradosso di eccesso di stimolo fiscale. Ma se l'economia Usa è sufficientemente in ripresa da sostenerla, lo stesso non si può dire dell'Italia
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MILANO - I mercati sono nervosi, lo si è capito nella notte tra giovedì 25 e venerdì 26 febbraio quando la Borsa di Tokyo ha subito un forte scrollone lasciando sul terreno il 4%, ripercussione sgradita di una seduta tutta in negativo di Wall Street. Si è trattato di un campanello d'allarme, secondo il parere degli addetti ai lavori, per quello che si prevede possa succedere sul fronte dell'inflazione. Dopo tanti anni di crescita dei prezzi pressoché nulla ora i mercati stanno cominciando a prevedere un rialzo dell'inflazione negli Stati Uniti con conseguente aumento dei tassi di interesse che la Fed sarebbe costretta a manovrare per raffreddare.

MILANO - I mercati sono nervosi, lo si è capito nella notte tra giovedì 25 e venerdì 26 febbraio quando la Borsa di Tokyo ha subito un forte scrollone lasciando sul terreno il 4%, ripercussione sgradita di una seduta tutta in negativo di Wall Street. Si è trattato di un campanello d'allarme, secondo il parere degli addetti ai lavori, per quello che si prevede possa succedere sul fronte dell'inflazione. Dopo tanti anni di crescita dei prezzi pressoché nulla ora i mercati stanno cominciando a prevedere un rialzo dell'inflazione negli Stati Uniti con conseguente aumento dei tassi di interesse che la Fed sarebbe costretta a manovrare per raffreddare.

Da dove origina questo timore? Da un paradosso, cioè da un eccesso di stimolo fiscale che si va ad aggiungere agli stimoli monetari già intrapresi. L'amministrazione Biden sta infatti per approvare un nuovo pacchetto di aiuti per l'economia reale da ben 1900 miliardi di dollari con l'intento di dare una forte scossa all'economia post Covid. E la previsione è che ce la farà, anzi troppo. Un tale intervento è pari a oltre il 10% del Pil americano ed è tale da poter chiudere in fretta il cosiddetto "output gap", cioè l'eccesso di offerta, rispetto alla domanda, di prodotti e servizi che si è accumulato nel periodo di recessione in cui siamo ancor immersi. "Sono stati Larry Summers e Olivier Blanchard (rispettivamente ex Ministro del Tesoro USA e capo economista del FMI) i primi a ipotizzare che le misure messe in campo dagli Usa fossero troppo ingenti - spiega Andrea Delitala, responsabile investment advisory di Pictet Asset Management - . Con il nuovo impulso alla crescita si vengono a creare accelerazioni sui prezzi dal momento che l'eccesso di offerta negli Stati Uniti è previsto si chiuda all'1% entro fine anno mentre per la Ue ci vorranno in media 3 anni". 

Dunque tra metà e fine 2022 l'eccesso di offerta sarà completamente riassorbito e a quel punto l'inflazione americana comincerà a puntare in alto. Arrivati lì che cosa farà la Fed? E' la domanda che attanaglia i mercati in questi giorni. Lascerà andare l'inflazione, dando corso alla nuova impostazione "flessibile" annunciata da Jerome Powell l'estate scorsa che vede la banca centrale non ancorata al tetto del 2% di inflazione, oppure correrà a spegnere l'incendio in maniera tradizionale con aumenti del costo del denaro che potrebbero anche superare l'incremento dei prezzi? L'indicatore da tenere sott'occhio, soprattutto dal punto di vista degli investimenti di portafoglio, sono i tassi reali. Se I tassi nominali verranno fatti salire tanto quanto l'inflazione allora almeno per le azioni non ci sarà da preoccuparsi. "In questi giorni i mercati hanno sofferto perché hanno proiettato un aumento dei tassi reali, soprattutto a termine (ad es quelli forward tra 5 e 10 anni da oggi da -0,75 punti base ad inizio anno sono ora a 0%), e ciò è penalizzante per tutte le asset class, anche per l'azionario", osserva Delitala. In pieno Covid il rendimento del titolo decennale Americano era sceso al meno 2% e dunque la differenza in un arco di medio termine, 5 anni, sarebbe notevole. Ed è anche evidente che con un trend di tassi reali in crescita nei prossimi anni ne soffriranno sia I bilanci pubblici che si sono ampliati per finanziare gli aiuti all'economia sia quelli delle aziende private più indebitate. "La Fed e le altre banche centrali non hanno vere alternative se non mantenere i tassi d'interesse molto bassi e monetizzare il debito. Il rischio nel breve è legato all'enorme quantità di emissione di Treasuries, con un eccesso di offerta che potrebbe far salire i rendimenti nel breve - spiega Luigi De Bellis, co-head Ufficio Studi Equita -. Se dovessero esserci tensioni, riteniamo che la Fed interverrebbe nuovamente come già fatto in passato, con un potenziamento degli acquisti o anche utilizzando strumenti che la Fed non usa più dagli anni '50 come il controllo della curva dei tassi".

A ben vedere in prospettiva i problemi si manifesteranno più sul fronte europeo che su quello americano. La Ue sta infatti subendo questa situazione visto che al di qua dell'Oceano la ripresa tarderà ancora a farsi sentire e dipenderà in maniera cruciale dall'implementazione del Recovery plan. Negli Stati Uniti, invece, già il secondo e il terzo trimestre di quest'anno potrebbero mostrare crescite significative. "La Ue sta subendo rialzi prospettici di un ciclo diverso dal suo. E si troverà a dover sopportare un inasprimento delle condizioni finanziarie non coerente con i suoi fondamentali dell'economia. A meno che Yellen non voglia riconsiderare l'ampiezza del pacchetto fiscale in approvazione, o Powell lasci correre l'inflazione 'whatever it is' come sarebbe auspicabile", conclude Delitala. 

Luigi De Bellis 

Il cambio di prospettiva su inflazione e tassi, se si verificherà nei termini appena descritti, avrà un impatto sull'allocazione dei portafogli tra settore azionario e obbligazionario e anche sui settori che più o meno beneficeranno da queste variazioni. "I titoli che possono beneficiare di un rialzo dell'inflazione e da una curva dei tassi che si va irripidendo sono in primis i titoli finanziari, i titoli ciclici e/o quelli legati alle commodities industriali (che beneficeranno degli stimoli fiscali e Recovery Fund) ma con business model molto solidi e con pricing power (ossia in grado di passare gli incrementi del costo delle materie prime), mentre faranno più fatica gli asset con una duration molto lunga (come i titoli difensivi e tecnologici, caratterizzati da valutazioni molto elevate)", è la previsione di De Bellis.