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Covid Divide: come la crisi ha colpito le regioni d'Italia. Le schede

Lo speciale: Perché le aziende affrontano un Covid Divide.

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Scheda a cura di Maurizio Bologni, Andrea Chiarini, Tiziana Cozzi, Cenzio Di Zanni, Salvatore Giuffrida, Andrea Greco, Diego Longhin, Massimo Minella

 

Lombardia

L’economia della Lombardia, dato il tessuto incardinato più sui servizi (72% del valore aggiunto) che sull’industria (27%) ha sofferto nel 2020 più di quella nazionale: -8.8% il Pil italiano, -9,8% il lombardo, secondo la stima recente dell’ufficio studi di Cna. Ma anche il rimbalzo 2021 dovrebbe essere più vigoroso: Prometeia vede un +6,9% del Pil lombardo, rispetto al +6,2% dell’Italia. L’andamento scaglionato dovrebbe, a fine 2021, allineare le due grandezze macroeconomiche verso una perdita cumulata di prodotto stimata nel 4% da Assolombarda. La dinamicità del manifatturiero dovrebbe risollevare prima l’economia di province come Lodi (dove il ritardo del Pil sarà dell’1,4% sul 2019), Monza e Brianza (-2,4%) e Pavia (-3,6%). Milano invece (-5,1%) risentirà della più faticosa ripresa dei servizi, più fitti in città e frenati dalla terza ondata di Covid-19 in corso.

 

Piemonte

Cassa integrazione in riduzione nell’industria, che mostra segni di ripresa, mentre per quanto riguarda i servizi in generale e il commercio in particolare, con punte tra bar e ristoranti, la crescita è costante begli ultimi mesi. Il commercio, come la cultura, lo sport e il turismo, è il settore dove la crisi morde di più. In Piemonte a gennaio sono state autorizzate 14,9 milioni di ore di cassa integrazione guadagni: 5 milioni di ordinaria, il più basso negli ultimi sei mesi, 6,6 milioni di assegni del fondo di solidarietà e 3,3 milioni di ore di cassa in deroga. Rispetto a dicembre 2020 le ore autorizzate si sono quasi dimezzate ( -48,8%) per effetto soprattutto del forte calo delle ore autorizzate di cig ordinaria (-61,5%) e di cig in deroga (-61,1%). La solidarietà scesa “solo” del  13,1%. Nel commercio il peso sul totale delle ore autorizzate è in costante crescita: dal 34,8% di ottobre al 35% di novembre, dal 55,3% di dicembre e al  66,3% di gennaio. La conferma del maggior impatto che sta avendo il Coronavirus  su una parte importante del settore terziario viene dalla rilevazione Istat sulle forze di lavoro. Nel terzo trimestre 2020 l’occupazione è scesa del 3,6% rospetto all’analogo periodo del 2019 In questo lasso di tempo si sono persi 65.000 posti di lavoro. Solo l’agricoltura e l’edilizia hanno aumentato i posti di lavoro. Nell’industria si sono persi 11.000 addetti, nel commercio e pubblici esercizi 40.000 (-11%). “Se si considera che oggi il 70% del valore aggiunto prodotto e dell’occupazione proviene da settore terziario c’è poco da stare allegri – dice l’economista Mauro Zangola – è solo grazie al Covid che abbiamo scoperto, per fare un esempio, che in Piemonte ci sono più di 300.000 partite Iva che se la passano male”.

 

Lazio

Il Covid ha colpito molto duramente il Lazio. In base ai dati dell’istituto Eures e del sindacato Uil, basati su Bankitalia, nel 2020 il Pil è calato di oltre il 10%: la pandemia ha bruciato almeno 20 miliardi di fatturato, dai 198 del 2019 a poco più di 170 del 2020. L’export ha registrato un -10% su base annua, da quasi 28 miliardi a meno di 25, e le nuove assunzioni tra le imprese private registrano un pesante -64%. Agonizzano turismo, commercio al dettaglio, ristorazione, i servizi. Sull’occupazione il Lazio vive lo scenario più grave dal 1994 anno della svalutazione della lira: gli occupati nel Lazio sono 2 milioni e 338mila e almeno 47mila under 45 hanno perso il lavoro dall’inizio della pandemia, nonostante lo stop ai licenziamenti, per mancato rinnovo del contratto. A Roma la situazione più grave con 51mila nuovi disoccupati, -3% in un anno: il problema non è più trovare un lavoro ma riuscire a mantenerlo. Si vive ormai di sussidi: i beneficiari del reddito di cittadinanza passano dai 202.300 del 2019 a oltre 310mila e l’Eures e Uil stimano che la cassa integrazione ha congelato almeno 230mila lavoratori, salvandoli dalla disoccupazione. Fino a quando? A farne le spese anche i consumi. Secondo Confcommercio, nel 2020 la spesa è calata dell’11,8%: il buco è di 12,6 miliardi, più di 2mila euro a persona. «È urgente un piano di investimenti pubblici anche con i fondi Ue - spiega Fabio Piacenti direttore dell’istituto Eures - la società è stremata e rischia di scivolare oltre la sussistenza».

 

Emilia Romagna

L’automazione in generale, i “soliti” comparti del biomedicale e del packaging, ma anche le costruzioni e, un po’ a sorpresa, il distretto ceramico. Sono questi i settori industriali a cui l’Emilia-Romagna si affida per trainare la ripresa post-Covid del 2021. Perché se è vero che diverse filiere sono piegate dalla crisi, è anche vero che altre stanno macinando numeri «sorprendenti», come evidenziato dal presidente di Confindustria Emilia Valter Caiumi. Tra gennaio e febbraio il 38% di aziende intervistate nell’indagine registra un portafoglio ordini in linea con il periodo pre-Covid, mentre un quarto delle imprese lo ha addirittura aumentato. Gli industriali prevedono di chiudere il 2021 con una crescita dei ricavi del 7%, comunque non sufficiente a colmare il tonfo del -11% registrato lo scorso anno. E c’è anche a chi va decisamente peggio. I dati elaborati da Prometeia, che per il Pil regionale nel suo complesso prevede un rimbalzo del 5,4%, chiariscono infatti che anche nei servizi la recessione è stata altrettanto pesante (-8,7%) e la ripresa sarà solo parziale (+ 4%) nel 2021. Stando all’indagine di Unioncamere, inoltre, a fine dicembre l’insieme del commercio all’ingrosso e al dettaglio e della riparazione di autoveicoli e motocicli ha subito una sensibile flessione delle imprese del settore (-1.167 unità, pari al -1,3%). I numeri della cassa integrazione tendono a diminuire (15 milioni e 586mila quelle autorizzate a gennaio, -35% rispetto a dicembre), ma il calo è più marcato nell’industria -39% rispetto al commercio -30%.

 

Toscana

In un anno di pandemia la Toscana ha perso 10 punti percentuali di Pil, pari a 11,5 miliardi di euro: il Prodotto interno lordo è calato da 115 miliardi a 103,5 miliardi di euro. A soffrire sono stati soprattutto le esportazioni e il turismo, settori trainanti dell’economia toscana negli anni prima del Covid, che avevano permesso al territorio di resistere meglio alla crisi post 2008 e di mettere a segno performance migliori delle altre regioni. Il turismo è stato colpito in particolare dall’azzeramento dei flussi di stranieri extra Ue nelle città d’arte, da Firenze a Siena e Pisa, da Montepulciano a Pienza e San Gimignano. L’export, invece, dal crollo della moda di lusso che nel distretto fiorentino della pelletteria di Scandicci ha un’avanguardia assoluta con la presenza di tutte le principali griffe italiane e straniere: dai gruppi nati in Toscana, come Gucci, Prada e Ferragamo, alle maison francesi e a tanti altri che vi hanno installato stabilimenti produttivi. Rispetto ad un anno fa, oggi in Toscana ci sono ogni giorno 117.282 dipendenti in meno al lavoro nelle aziende. Di questi 23.316 hanno perso il posto (soprattutto lavoratori a tempo determinato, mentre quelli a tempo indeterminato sono aumentati). Ammonta invece a 93.666 unità la forza lavoro equivalente costituita da chi ha invece il posto “congelato” e usufruisce di cassa integrazione o altri ammortizzatori sociali. Il numero delle persone che vivono in povertà è salito di 16 mila unità, da 105 mila a 121 mila, ma sarebbe schizzato a 228 mila se una parte consistente di persone non fosse stata sostenuta da redditi di cittadinanza, di pensione, di emergenza ed altri sussidi. Ogni famiglia in un anno ha perso 1.600 euro di reddito (730 ad individuo) ma anche in questo caso le cifre sarebbero raddoppiate senza aiuti pubblici.

 

Liguria

L’industria guida a fatica il recupero dell’economia genovese verso i livelli pre-lockdown, con fatturato e ordini nazionali in ripresa nel secondo semestre 2020, a differenza dei numeri relativi all’export. L’analisi di Confindustria Genova mette a confronto i dati degli ultimi sei mesi del 2020 – periodo caratterizzato dal boom nel terzo trimestre e dagli effetti della seconda ondata di Covid nel quarto – con lo stesso periodo del 2019. Se da un lato il manifatturiero genovese mostra importanti segnali di ripresa, con un +1,1% della produzione, un +8,6% di fatturato Italia e +0,5% di occupati nell’organico, dall’altro preoccupano i numeri degli ordini esteri: -4,4%, con il fatturato che in questo caso crolla del 2,5%. Il dato agglomerato di industria e servizi segna un -2,1% per gli ordini estero e -3,3% di fatturato estero. Stabile il fatturato nazionale (+0,3%), in lieve crescita gli ordini (+0,9%). Il costo del lavoro scende del 2,9%, gli occupati in organico dello 0,5%, calo da ricondursi esclusivamente ai servizi.

 

Campania

Secondo il rapporto sulle pmi di Confindustria Campania, la pandemia ha bloccato la crescita, frenando il vero patrimonio del territorio, le piccole e medie imprese che pesano per  il 70 per cento del settore industriale in Campania, valutato dal 2013 in perenne crescita. Le stime Istat attestano una perdita di 1,8 punti di Pil per l’anno 2020 in Campania e si stima che lo tsnunami Covid avrà un impatto senza precedenti in termini di intensità sull’economia. Circa 20mila pmi (il 12 per cento del totale) subiranno una perdita dei ricavi tra il 2019 e il 2020 superiore al 25 per cento. Diverse le imprese che hanno presentato fatture inevase per oltre il 50 per cento del totale da saldare, durante tutto il periodo del lockdown con un forte aumento del debito. E in una situazione così in bilico, la criminalità è in agguato. Per il 2020 si attende un calo di 11 punti percentuali per le Pmi. I fatturati, crollati nel 2020, dovrebbero avere un parziale recupero nel 2021 (meno 12,7 le costruzioni, meno 3,7 l’energia, meno 10,4 l’industria, meno 12 per cento i servizi). Dal 2022 la crescita dovrebbe riprendere, si stima un più 2,3 per cento, insufficiente per tornare ai livelli pre-crisi. Secondo uno studio Cassa depositi e prestiti, la Campania ha conservato un alto tasso di esportazione, nel primo semestre del 2020 ha registrato un crollo più contenuto rispetto a quello rilevato nel resto d’Italia.

 

Puglia

L’economia della Puglia ha pagato un prezzo altissimo al Covid-19, lasciando sul terreno il 10,8 per cento del prodotto interno lordo secondo le stime messe nero su bianco nell’ultimo rapporto Svimez (associazione per lo Sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno). Il tonfo registrato nel 2020, stando alle previsioni degli economisti guidati da Luca Bianchi, dovrebbe essere attenuato da una crescita attesa pari all’1,7 per cento per il 2021. Del resto la Puglia è nel gruppo delle “regioni meridionali più reattive”. Ma la crisi innescata dalla pandemia pesa come un macigno. Ed è sufficiente dare un’occhiata all’istantanea scattata da Bankitalia nel novembre 2020 per rendersene conto: da queste parti oltre un terzo delle imprese registra un flessione del fatturato su base annua superiore al 15 per cento. Flessione trasversale quanto a settori e dimensioni delle aziende: il calo ha riguardato le piccole come le grandi imprese ed è stato più marcato nella meccanica e nel siderurgico, con quest’ultimo settore che “ha risentito della sensibile riduzione della produzione del principale stabilimento, l’ArcelorMittal di Taranto”, si legge nell’aggiornamento congiunturale di Bankitalia. Fanno eccezione tre comparti. Il farmaceutico, in primis: è il caso di Farmalabor, l’azienda fondata dal presidente di Confindustria Puglia, Sergio Fontana, che chiude con 12 punti in più il bilancio 2020. Poi ci sono l’Information technology e l’industria alimentare, nel quale s’incontrano esempi destinati a fare scuola.