Guerra (Mef): "Appalti solo a chi valorizza il lavoro delle donne. E presto arriverà la certificazione di genere"
di Rosaria Amato , di Rosaria AmatoIntervista alla sottosegretaria all'Economia. Nel Pnrr un fondo di 4,6 miliardi per la costruzione di asili nido e scuole per l'infanzia e uno da un miliardo per il sostegno agli anziani non autosufficienti: "Così si libera il tempo del lavoro di cura, che pesa soprattutto sulle donne". Per il superamento dei divari di genere "un approccio trasversale" che coinvolge tutte le componenti del Piano
ROMA – C’è un fondo di 400 milioni per l’imprenditoria femminile, ci sono 3,6 miliardi per gli asili nido, un altro miliardo per le scuole d’infanzia e uno per gli anziani non autosufficienti: risorse per sostenere il lavoro delle donne, permettendo loro di muoversi liberamente, senza essere soffocate dagli impegni familiari e di cura. Ma soprattutto nel Piano Nazionale di ripresa e resilienza c’è “un approccio di tipo trasversale”, spiega la sottosegretaria all’Economia Maria Cecilia Guerra: tutti i progetti, i capitoli del Pnrr hanno un obiettivo comune, quello della riduzione dei divari di genere. E ci sono due strumenti innovativi che puntano al superamento di questo divario storico e radicato in Italia: il gender procurement, che negli appalti del Pnrr privilegia le aziende che non discriminano le donne, e la certificazione di genere, un nuovo attestato di qualità che parte per ora a livello sperimentale, ma che…
ROMA – C’è un fondo di 400 milioni per l’imprenditoria femminile, ci sono 3,6 miliardi per gli asili nido, un altro miliardo per le scuole d’infanzia e uno per gli anziani non autosufficienti: risorse per sostenere il lavoro delle donne, permettendo loro di muoversi liberamente, senza essere soffocate dagli impegni familiari e di cura. Ma soprattutto nel Piano Nazionale di ripresa e resilienza c’è “un approccio di tipo trasversale”, spiega la sottosegretaria all’Economia Maria Cecilia Guerra: tutti i progetti, i capitoli del Pnrr hanno un obiettivo comune, quello della riduzione dei divari di genere. E ci sono due strumenti innovativi che puntano al superamento di questo divario storico e radicato in Italia: il gender procurement, che negli appalti del Pnrr privilegia le aziende che non discriminano le donne, e la certificazione di genere, un nuovo attestato di qualità che parte per ora a livello sperimentale, ma che in futuro potrebbe diventare un requisito di primo piano non solo per gli appalti pubblici, ma anche nei rapporti tra privati.
Sottosegretaria, il governo sostiene che la riduzione dei divari di genere è tra i pilastri del Pnrr, eppure le associazioni femminili contestano che per le donne si fa troppo poco, sia dal punto di vista delle risorse stanziate che da quello dei progetti.
“Anche grazie alla pressione esercitata dalle associazioni femminili, a tutti i livelli, si è scelto un approccio di tipo trasversale: significa che il tema della riduzione dei divari di genere della discriminazione delle donne è presente in tutte le missioni e le componenti in cui si articola il piano. Si è cercato di adottare l‘obiettivo di ridurre le discriminazioni attraverso tutte le azioni: alla fine di ogni missione c’è un paragrafo che indica gli obiettivi specifici di riduzione dei divari di genere. Per alcune è facile, per altre no, ma è sempre possibile: per esempio se si parla di politiche rivolte alla digitalizzazione so che questo avrà un effetto di riduzione delle discriminazioni perché in Italia l’accesso alle tecnologie digitali è marcatamente inferiore per le donne rispetto agli uomini; se si parla di trasporti urbani anche qui c’è un vantaggio per le donne, che usano i mezzi pubblici più degli uomini”.
Accanto però a questa visione generale servono poi azioni specifiche per superare gli svantaggi principali che ostacolano la parità di genere.
“Il nodo centrale delle scelte del Pnrr è rappresentato dai servizi e dalle infrastrutture sociali. Si va dagli asili nido e in generale dai servizi per i bambini in età prescolare e scolare ai servizi per gli anziani non autosufficienti, fondamentali per le politiche di genere. Sappiamo che l’Italia è un Paese in cui il lavoro di cura nei confronti dei bimbi o degli anziani non autosufficienti grava in modo molto sperequato sulle donne rispetto agli uomini. Sappiamo anche che il lavoro di cura è uno degli ostacoli alla partecipazione al lavoro delle donne: non esiste una facile conciliazione e quindi le donne finiscono per accettare lavori part time o molto precari purché vicino a casa. Ecco perché è fondamentale investire nelle infrastrutture sociali: il Pnrr prevede 3,6 miliardi per la costruzione di asili nido, 4,6 se si considerano anche le scuole per l’infanzia”.
Ma poi per la gestione? Il rischio è che poi si tratti di progetti che non vanno avanti.
“Il Pnrr europeo non ci permette di finanziarie le spese correnti: le risorse vanno esaurite in tre anni, al massimo in 6 se si considera la realizzazione dei progetti già avviati. E quindi il Pnrr non può risolvere tutti i problemi: solo provvedere alla costruzione di nuove scuole e alla ristrutturazione dei locali che già abbiamo. E’ già molto però se si pensa che in Campania il 62% dei Comuni non ha asili nido. E comunque con il governo Conte 2 abbiamo messo in legge di Bilancio uno stanziamento significativo per accompagnare questo investimento: a regime saranno 300 milioni l’anno, forse non ancora sufficienti ma comunque risorse fondamentali, senza le quali il Pnrr non sarebbe stato credibile. Con i soldi che sono stati stanziati arriveremo a garantire una copertura del 33%, che è l’obiettivo che l’Europa si era dato per il 2010: siamo molto indietro però noi dobbiamo essere consapevoli che al momento la copertura è intorno al 15%, si arriva al 24-25% solo con quelli privati . E’ anche un forte investimento sulla qualità, e anche sulle tariffe, che saranno calibrate sulla situazione economica”.
Gli altri capitoli dedicati alle donne quali sono?
“Ci sono altre infrastrutture sociali: per gli anziani non autosufficienti e le persone con gravi disabilità viene stanziato un miliardo. Ancora una volta il Pnrr non può mettere risorse correnti, ma si punta molto sulla presa in carico delle persone e sulla cura domiciliare, con una forte integrazione tra l’aspetto sanitario e quello sociale. Non c’è ancora tutto ma il Pnrr è un inizio di percorso per il Paese”.
Nel concreto cosa si farà per aiutare le donne a inserirsi meglio e a parità di condizioni nel mondo del lavoro?
“Intanto dal piano asili nido e da quello per l’assistenza ai disabili si libera tempo per le donne, che potranno più facilmente accedere al mercato del lavoro, con effetti diretti per l’occupazione femminile che noi stimiamo in aumento di 3,7 punti già dal secondo triennio del Piano e cioè dal 2024 al 2026. E quest’effetto sarà più marcato al Sud con un incremento di 5,5 punti. Inoltre è stato inserito nel piano l’indicazione che le gare di appalto possano essere usate per ridurre le discriminazioni di genere”.
In che modo?
“Faremo dei bandi che diano un punteggio in più alle imprese che garantiscano condizioni di trasparenza della retribuzione e non applichino politiche di discriminazione. Potremmo anche premiare la presenza di donne nei consigli di amministrazione nelle imprese. Potremmo anche valutare come elemento di condizionalità l’impegno ad aumentare l’occupazione femminile, certo questo si può fare in certi settori, non in tutti. Questa parte del Pnrr è ancora tutta da scrivere nel dettaglio, ma ci sono già esempi positivi di questo tipo: la Regione Lazio ha già pubblicato bandi che riconoscono un punteggio più alto alle imprese dove non ci sono state denunce di discriminazione di genere o che hanno una certificazione sociale. E a breve si potrà parlare anche di certificazione di genere”.
Come funzionerà?
“Il Pnrr ha previsto un finanziamento di 10 milioni dedicato a questo primo lancio delle certificazioni di genere: si tratta ancora di un progetto pilota, che però aprirà la strada a questo nuovo tipo di certificazioni. E’ un tema che si lega a quello del gender procurement: infatti gli enti che appaltano i progetti potrebbero chiedere certificazioni di questo tipo per assegnare un maggiore punteggio nelle gare. E’ una strada tutta ancora da costruire. L’obiettivo resta quello di avviare un percorso perché non ci siano più soffitti di cristallo e discriminazioni nelle retribuzioni. Però non bastano le norme: ci vuole anche un grande impegno culturale”.
Sottosegretaria, il governo sostiene che la riduzione dei divari di genere è tra i pilastri del Pnrr, eppure le associazioni femminili contestano che per le donne si fa troppo poco, sia dal punto di vista delle risorse stanziate che da quello dei progetti.
“Anche grazie alla pressione esercitata dalle associazioni femminili, a tutti i livelli, si è scelto un approccio di tipo trasversale: significa che il tema della riduzione dei divari di genere della discriminazione delle donne è presente in tutte le missioni e le componenti in cui si articola il piano. Si è cercato di adottare l‘obiettivo di ridurre le discriminazioni attraverso tutte le azioni: alla fine di ogni missione c’è un paragrafo che indica gli obiettivi specifici di riduzione dei divari di genere. Per alcune è facile, per altre no, ma è sempre possibile: per esempio se si parla di politiche rivolte alla digitalizzazione so che questo avrà un effetto di riduzione delle discriminazioni perché in Italia l’accesso alle tecnologie digitali è marcatamente inferiore per le donne rispetto agli uomini; se si parla di trasporti urbani anche qui c’è un vantaggio per le donne, che usano i mezzi pubblici più degli uomini”.
Accanto però a questa visione generale servono poi azioni specifiche per superare gli svantaggi principali che ostacolano la parità di genere.
“Il nodo centrale delle scelte del Pnrr è rappresentato dai servizi e dalle infrastrutture sociali. Si va dagli asili nido e in generale dai servizi per i bambini in età prescolare e scolare ai servizi per gli anziani non autosufficienti, fondamentali per le politiche di genere. Sappiamo che l’Italia è un Paese in cui il lavoro di cura nei confronti dei bimbi o degli anziani non autosufficienti grava in modo molto sperequato sulle donne rispetto agli uomini. Sappiamo anche che il lavoro di cura è uno degli ostacoli alla partecipazione al lavoro delle donne: non esiste una facile conciliazione e quindi le donne finiscono per accettare lavori part time o molto precari purché vicino a casa. Ecco perché è fondamentale investire nelle infrastrutture sociali: il Pnrr prevede 3,6 miliardi per la costruzione di asili nido, 4,6 se si considerano anche le scuole per l’infanzia”.
Ma poi per la gestione? Il rischio è che poi si tratti di progetti che non vanno avanti.
“Il Pnrr europeo non ci permette di finanziarie le spese correnti: le risorse vanno esaurite in tre anni, al massimo in 6 se si considera la realizzazione dei progetti già avviati. E quindi il Pnrr non può risolvere tutti i problemi: solo provvedere alla costruzione di nuove scuole e alla ristrutturazione dei locali che già abbiamo. E’ già molto però se si pensa che in Campania il 62% dei Comuni non ha asili nido. E comunque con il governo Conte 2 abbiamo messo in legge di Bilancio uno stanziamento significativo per accompagnare questo investimento: a regime saranno 300 milioni l’anno, forse non ancora sufficienti ma comunque risorse fondamentali, senza le quali il Pnrr non sarebbe stato credibile. Con i soldi che sono stati stanziati arriveremo a garantire una copertura del 33%, che è l’obiettivo che l’Europa si era dato per il 2010: siamo molto indietro però noi dobbiamo essere consapevoli che al momento la copertura è intorno al 15%, si arriva al 24-25% solo con quelli privati . E’ anche un forte investimento sulla qualità, e anche sulle tariffe, che saranno calibrate sulla situazione economica”.
Gli altri capitoli dedicati alle donne quali sono?
“Ci sono altre infrastrutture sociali: per gli anziani non autosufficienti e le persone con gravi disabilità viene stanziato un miliardo. Ancora una volta il Pnrr non può mettere risorse correnti, ma si punta molto sulla presa in carico delle persone e sulla cura domiciliare, con una forte integrazione tra l’aspetto sanitario e quello sociale. Non c’è ancora tutto ma il Pnrr è un inizio di percorso per il Paese”.
Nel concreto cosa si farà per aiutare le donne a inserirsi meglio e a parità di condizioni nel mondo del lavoro?
“Intanto dal piano asili nido e da quello per l’assistenza ai disabili si libera tempo per le donne, che potranno più facilmente accedere al mercato del lavoro, con effetti diretti per l’occupazione femminile che noi stimiamo in aumento di 3,7 punti già dal secondo triennio del Piano e cioè dal 2024 al 2026. E quest’effetto sarà più marcato al Sud con un incremento di 5,5 punti. Inoltre è stato inserito nel piano l’indicazione che le gare di appalto possano essere usate per ridurre le discriminazioni di genere”.
In che modo?
“Faremo dei bandi che diano un punteggio in più alle imprese che garantiscano condizioni di trasparenza della retribuzione e non applichino politiche di discriminazione. Potremmo anche premiare la presenza di donne nei consigli di amministrazione nelle imprese. Potremmo anche valutare come elemento di condizionalità l’impegno ad aumentare l’occupazione femminile, certo questo si può fare in certi settori, non in tutti. Questa parte del Pnrr è ancora tutta da scrivere nel dettaglio, ma ci sono già esempi positivi di questo tipo: la Regione Lazio ha già pubblicato bandi che riconoscono un punteggio più alto alle imprese dove non ci sono state denunce di discriminazione di genere o che hanno una certificazione sociale. E a breve si potrà parlare anche di certificazione di genere”.
Come funzionerà?
“Il Pnrr ha previsto un finanziamento di 10 milioni dedicato a questo primo lancio delle certificazioni di genere: si tratta ancora di un progetto pilota, che però aprirà la strada a questo nuovo tipo di certificazioni. E’ un tema che si lega a quello del gender procurement: infatti gli enti che appaltano i progetti potrebbero chiedere certificazioni di questo tipo per assegnare un maggiore punteggio nelle gare. E’ una strada tutta ancora da costruire. L’obiettivo resta quello di avviare un percorso perché non ci siano più soffitti di cristallo e discriminazioni nelle retribuzioni. Però non bastano le norme: ci vuole anche un grande impegno culturale”.