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Recovery e ripartenza, S&P: "L'Italia tornerà ai livelli pre-Covid nella seconda metà del 2022"

(ansa)
Intervista a Sylvain Broyer, economista dell'agenzia di rating. Sulle politiche monetarie delle Banche centrali: "Non ci aspettiamo che la Fed inizi ad alzare i tassi prima del 2023, mentre la BCE lo farà forse un anno più tardi"
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MILANO - La crescita del Pil italiano quest'anno dovrebbe superare la soglia del 4% o comunque andarci assai vicino. Mentre la Commissione europea si prepara a rilasciare previsioni in miglioramento sulle prospettive economiche del Belpaese, resta ancora di almeno un anno il percorso di recupero verso i livelli pre-pandemici. Sylvain Broyer, capo economista di S&P per l'area dell'Europa e Mediterraneo, stima che "l'economia italiana probabilmente non tornerà ai livelli di attività pre-pandemici prima della seconda metà del 2022. Altre grandi economie dell'Eurozona raggiungeranno tale soglia con qualche trimestre di anticipo. Ma non basta semplicemente tornare al livello di attività e di occupazione pre-Covid. Si tratta piuttosto di evitare segni duraturi e di recuperare la traiettoria originaria del Pil. Nel caso dell'Italia, bisogna fare uno sforzo ulteriore, portando il Pil pro capite al di sopra della traiettoria pre…

MILANO - La crescita del Pil italiano quest'anno dovrebbe superare la soglia del 4% o comunque andarci assai vicino. Mentre la Commissione europea si prepara a rilasciare previsioni in miglioramento sulle prospettive economiche del Belpaese, resta ancora di almeno un anno il percorso di recupero verso i livelli pre-pandemici. Sylvain Broyer, capo economista di S&P per l'area dell'Europa e Mediterraneo, stima che "l'economia italiana probabilmente non tornerà ai livelli di attività pre-pandemici prima della seconda metà del 2022. Altre grandi economie dell'Eurozona raggiungeranno tale soglia con qualche trimestre di anticipo. Ma non basta semplicemente tornare al livello di attività e di occupazione pre-Covid. Si tratta piuttosto di evitare segni duraturi e di recuperare la traiettoria originaria del Pil. Nel caso dell'Italia, bisogna fare uno sforzo ulteriore, portando il Pil pro capite al di sopra della traiettoria pre-pandemica. Ecco perché l'Europa ha un profondo bisogno del NextGen EU".

La stima di S&P dell'impatto cumulato del Recovery plan sul Pil italiano al 2026 varia tra 1,9 e 6,5 punti percentuali. E' molto ampio, da cosa dipende?

L'ampio divario riflette le numerose incertezze che circondano l'attuazione del Recovery plan europeo. Crediamo che le principali incognite riguardino non tanto le tempistiche o l'accordo di Bruxelles sui piani nazionali, quanto la capacità di ogni stato membro di assorbire i fondi europei e l'effetto moltiplicatore della spesa pubblica sul PIL, che dipende dallo stato dell'economia e dal tipo di spesa pubblica. Abbiamo preso in considerazione diverse ipotesi sull'effetto moltiplicatore e sul tasso di assorbimento dei fondi europei per stabilire il possibile range di impatto.

Yellen ha aperto la riflessione sul rialzo dei tassi da parte delle Banche centrali. De Guindos, intervistato da Repubblica, ha detto che la normalizzazione dell'economia chiama a una mossa della politica monetaria, pur rimarcando che ci vuole molta cautela per non frustrare la ripresa. Quanto pesa la variabile della fine delle politiche monetarie ultra-accomodanti sulle stime e che scenario prevedete per Fed e Bce?

Affinché lo stimolo fiscale possa portare il massimo beneficio ai cittadini europei, è fondamentale che la politica monetaria rimanga di sostegno e sia in grado di mantenere le attuali condizioni di finanziamento favorevoli. Ciò sarà sempre più difficile per la BCE man mano che ci lasciamo la pandemia alle spalle, soprattutto perché c'è un rischio non trascurabile che la reflazione dell'economia statunitense sia più veloce del previsto, come ha riconosciuto Janet Yellen. Detto questo, Yellen non è più a capo della Fed statunitense, non sono ancora state chiarite tutte le questioni relative alla tempistica e al finanziamento dello stimolo fiscale statunitense, e il cambiamento di strategia permette alla Fed di tollerare più a lungo un'inflazione più alta prima di inasprire i tassi. Non ci aspettiamo che la Fed inizi ad alzare i tassi prima del 2023, mentre la BCE lo farà forse un anno più tardi.

L'Italia prevede per quest'anno ancora un deficit a doppia cifra e debito vicino al 160% del Pil. C'è il rischio che i mercati tornino a guardare a questi fondamentali, con impatti sullo spread?

Ci sono abbastanza munizioni rimaste nel PEPP della BCE (il piano d'acquisto di titoli anti-pandemia, ndr), fino al suo completamento nel marzo 2022, perché assorba quasi l'intero ammontare dei prestiti commerciali lordi a lungo termine dei governi dell'Eurozona previsti per quest'anno dal nostro team Sovereign e, rispetto al 2016, ci sono meno titoli di stato lasciati agli investitori - obbligazioni in "free float", se preferite. Quindi, è ragionevole credere che Christine Lagarde possa mantenere condizioni di finanziamento favorevoli. In aggiunta, il pacchetto NextGen EU è di supporto al merito di credito dei paesi dell'UE. Detto questo, confido che i mercati guardino con attenzione ai fondamentali del debito; una questione che certamente solleveranno, rispetto al ritmo della ripresa, è l'eredità del portafoglio PEPP, che non è ancora chiara.

Al di là dell'emergenza Covid, il passo mosso dall'Ue verso il debito comune è irreversibile?

Per certi versi, il piano NextGen EU può essere visto come un momento hamiltoniano per l'Europa. Per certi versi, perché è un'occasione unica per aumentare il debito comune e perché il debito UE non sostituirà il debito pubblico esistente. È un po' presto per dire se e quando ci sarà un secondo passo, soprattutto considerando che non tutti i 27 stati membri hanno pienamente approvato il quadro di finanziamento pluriennale dell'UE.

Gli indici Pmi sul manifatturiero sono a livelli record. Eppure l'indagine mostra che le aziende hanno subito importanti ritardi nella produzione. C'è un rischio che le catene delle forniture siano compromesse a lungo per la pandemia e cosa può comportare per la ripresa?

La ripartenza dell'economia è stata rapida e globale, nella maggior parte dei casi. È abbastanza normale trovarsi di fronte ad alcuni intoppi e frizioni. Ma è importante ricordare che la domanda è ancora al di sotto del potenziale e l'offerta non è stata distrutta da Covid: non si è trattato di una guerra. Come detto, ci vorranno alcuni anni perché le principali economie sviluppate tornino sul proprio percorso di espansione pre-Covid. È probabile che gli ostacoli attuali diventino più semplici da gestire in futuro. Credo che la vera questione sia quanto è sostenibile il ritmo stabilito per la transizione green. In ogni caso, è probabile che tale transizione alteri i prezzi relativi: rame contro carbone, per esempio.

Le aziende italiane hanno storicamente scarso legame col mercato dei capitali. La spinta agli investimenti prevista dal Pnrr e la necessità di ristrutturarsi dopo la crisi potranno accorciare questa distanza?

Purtroppo è vero: un migliore accesso ai finanziamenti, e soprattutto un migliore accesso al capitale proprio è ancora un problema per le PMI italiane, soprattutto se si considera che il sostegno pubblico concesso con i primi lockdown a un certo punto sarà interrotto. Il 14% delle PMI italiane ha indicato l'accesso al finanziamento come il problema più importante all’inizio dei lockdown: 5 punti in più rispetto alle PMI tedesche, francesi o spagnole. La BCE ha fatto molto con le TLTRO e le PELTRO per incentivare le banche a concedere prestiti alle PMI. Al di là di questo, per affrontare queste difficoltà di finanziamento il piano è di andare avanti con l'Unione europea dei mercati dei capitali, così che le PMI non solo ottengano prestiti bancari, ma possano anche rafforzare il capitale proprio.