Tassa di successione, in Italia meno di un miliardo di gettito. All'estero l'imposta porta allo Stato cinque volte tanto
di Raffaele Ricciardi , di Raffaele RicciardiTassare eredità e successioni per chiudere le forbici di società in cui vertice e base della piramide si allontanano sempre più. L'ultimo richiamo ufficiale è arrivato dall'Ocse, che una decina di giorni fa ha licenziato il suo rapporto sul tema invocando "una tassa sulle successioni" come "strumento importante per affrontare la diseguaglianza, in particolare nell'attuale contesto caratterizzato da un forte divario tra la ricchezza delle famiglie e nuove pressioni sulle finanze pubbliche" a causa del Covid. Considerazione che vale ancor più per l'Italia, che gli economisti Tito Boeri e Roberto Perotti hanno inquadrato su Repubblica, "dai tempi dei governi Berlusconi", come "un paradiso fiscale in quanto a tasse di sucessione".
Tassare eredità e successioni per chiudere le forbici di società in cui vertice e base della piramide si allontanano sempre più. L'ultimo richiamo ufficiale è arrivato dall'Ocse, che una decina di giorni fa ha licenziato il suo rapporto sul tema invocando "una tassa sulle successioni" come "strumento importante per affrontare la diseguaglianza, in particolare nell'attuale contesto caratterizzato da un forte divario tra la ricchezza delle famiglie e nuove pressioni sulle finanze pubbliche" a causa del Covid. Considerazione che vale ancor più per l'Italia, che gli economisti Tito Boeri e Roberto Perotti hanno inquadrato su Repubblica, "dai tempi dei governi Berlusconi", come "un paradiso fiscale in quanto a tasse di sucessione".
Non a caso, proprio nei documenti dell'Organizzazione parigina l'Italia figura in coda alla pattuglia di Paesi avanzati per l'incidenza di queste voci di gettito sul totale delle entrate: lo 0,11% contro lo 0,53% medio.
Già l'Osservatorio sui conti pubblici dell'Università Cattolica - la struttura di ricerca guidata da Carlo Cottarelli - poco più di un anno fa aveva fatto i conti in tasca all'Erario nostrano (dati Ocse, 2018) mostrando il passo deficitario degli introiti rispetto ai vicini europei: 820 milioni di incassi sono "una cifra lontana da quanto incassato negli altri principali paesi europei. In Francia, per esempio, nel 2018 il gettito dell'imposta su successioni e donazioni è stato pari a 14,3 miliardi di euro, cioè lo 0,61 per cento del Pil: in altre parole, quasi tredici volte il gettito italiano in rapporto al Pil. A quota 0,20-0,25 per cento del Pil troviamo invece la Germania (6,8 miliardi), il Regno Unito (5,9 miliardi al cambio del 2018) e la Spagna (2,7 miliardi), tutti paesi che riescono a incassare quasi cinque volte l'Italia (sempre in rapporto alle dimensioni dell'economia)".
A giocare contro l'Erario è la struttura stessa della imposizione, sia per quel che concerne le aliquote che la soglia di esenzione. Dopo l'azzeramento berlusconiano, il quadro attuale prevede che ricadano nell'imposizione le eredità e donazioni tra vivi con aliquote e franchigie differenziate a seconda dei gradi di parentela e i beni in oggetto. La base - per i trasferimenti in favore del coniuge o di parenti in linea retta (figli, nipoti, genitori ecc.) - è aliquota al 4% del valore ricevuto (al netto degli eventuali debiti), con franchigia a 1 milione di euro. Per i trasferimenti a fratelli e sorelle l'aliquota sale al 6% con franchigia a 100 mila euro. Per altri parenti fino al quarto grado al 6% senza franchigia e per gli altri aliquota all'8% senza franchigia. Esenti sono, tra le altre cose, titoli di Stato Ue e le quote d'azienda con l'impegno di chi riceve a proseguire l'attività per cinque anni.
Per intendersi sulla differenza con gli altri Paesi, l'Osservatorio esemplificava: "Consideriamo un'eredità del valore netto di 1 milione di euro lasciata da un genitore al proprio figlio: in Italia la franchigia di 1 milione è sufficiente a evitare completamente l'imposizione, mentre negli altri paesi non è così. In Spagna l'imposta ammonterebbe a circa 335mila euro, in Francia a 270mila, nel Regno Unito a 245mila e in Germania a 115mila".
Il problema è che le eredità hanno un ruolo sempre più importante nel determinare il campo di gioco per i cittadini del futuro. Salvatore Morelli e Paolo Acciari hanno analizzato i dati di successione che coprono il 60% dei decessi annuali per concludere come il trasferimento della ricchezza sia sempre più determinante nell'accumulazione dei patrimoni personali. Tra la metà degli anni Novanta e il 2016 il flusso di trasferimenti di ricchezza è schizzato dall'8,5 al 15% del reddito nazionale. Ma nello stesso periodo sono crollate sia le entrate tributarie dall’imposta di successione, sia i tassi di risparmio delle famiglie italiane. "In altre parole", hanno concluso i ricercatori "sempre più ricchezza viene accumulata grazie a trasferimenti ereditati e sempre di meno grazie ai risparmi".
Dinamica che si inserisce in una concentrazione dei patrimoni sempre più marcata: sempre Morelli e Acciari, con Facundo Alvaredo, hanno dimostrato che nel periodo 1995-2016 lo 0,1 per cento più ricco ha visto raddoppiare la sua ricchezza netta media reale (da 7,6 milioni di euro a 15,8 milioni di euro), con una quota passata dal 5,5 al 9,3 per cento. Di contro il 50 per cento più povero è precipitato da controllare l'11,7 per cento della ricchezza totale nel 1995 al 3,5 del 2016: un crollo dell'80% della sua ricchezza netta media, da 27 mila a 7 mila euro. Come ricordavano Boeri e Perotti, "la mobilità sociale può e deve essere stimolata non solo tassando le successioni, ma anche affrontando le tante aree di marginalità presenti sul nostro territorio". Alla luce dei dati, certo, una maggiore incisività di questo genere di prelievo potrebbe costituire una base di partenza.