MILANO - All'inizio di febbraio, con il governo Draghi in gestazione, lo spread tra Btp e Bund tedeschi veniva spinto sotto quota 100 punti base dalla prospettiva che l'ex governatore della Banca centrale europea - personalità di massima fiducia per i mercati finanziari - prendesse in mano le redini del Paese. Ai primi vagiti dell'esecutivo di ampia maggioranza, il differenziale infrangeva quota 90 punti e per molti osservatori - con una ricetta di iniziative concrete per uscire dalla crisi e una rapida ed efficace scrittura del piano per il nostro Recovery fund - si sarebbe potuta raggiungere la Spagna.
In realtà in questi mesi le cose sono andate poi diversamente, tanto che ora la distanza di rendimento tra il decennale italiano e l'omologo tedesco si è ampliata e staziona poco sotto i 120 punti base, mentre il rendimento del titolo italiano è tornato sopra l'1%. Madrid, di contro, si è mantenuta in un range tra i 65 e 70 punti di distanza da Berlino.
L'innalzamento dei rendimenti sovrani non è certo una pecularità italiana ma un movimento comune a tutto il globo e che origina negli Stati Uniti, dove la prospettiva di ritorno dell'inflazione ha portato il mercato a scontare un'azione da parte della Fed sui tassi con conseguente inizio del restringimento della politica monetaria ultra-accomodante. L'onda lunga è arrivata anche alla sponda orientale dell'Atlantico e anche il rendimento del Bund decennale si è riavvicinato al terreno positivo.
Sebbene, è bene chiarirlo, non ci siano segnali particolari d'allarme verso l'Italia - ma anzi da più parti si sottolinei come il quadro resti favorevole per le finanze pubbliche - rispetto alle premesse degli albori del governo Draghi il quadro si è sviluppato diversamente. "Sui tassi a breve, fino a un anno, stiamo vedendo poco movimento, mentre è più evidente la risalita sui tassi a medio lungo", ragiona Antonio Forte, ricercatore al Cer.
Cosa comporta questo nuovo scenario, a livello nominale, per la spesa per interessi? Ipotizzando che il 2021 prosegua con un secondo semestre ai tassi attuali (attorno all'1% in media per il lungo termine e al -0,5% per quelli a breve) e immaginando un gradino nel 2022 che sposti i tassi decennali all'1,35% in media annua e quelli a breve al -0,25%, rispetto allo scenario di febbraio-marzo, la spesa per interessi calcolata dal Cer sarebbe più elevata di 800 milioni quest'anno e tra 2 e 2,5 miliardi il prossimo.
Un "mancato risparmio", dunque, rispetto a quel che si ipotizzava grazie all'effetto-Draghi. Ma un livello di spesa che non scombina i piani del governo, visto che resta in linea con le previsioni del Def di aprile, che era rimasto prudente da questo punto di vista. Un segnale, però, che probabilmente la spinta ricevibile dai mercati è arrivata al suo limite e ora tocca all'Italia, e alla efficacia del Pnrr, sparare le cartucce decisive per la ripresa.