Da Autostrade all'Alitalia, vent'anni dopo tramonta la rivoluzione delle privatizzazioni all'italiana
di Sergio Rizzo , di Sergio RizzoROMA - Davvero un bello scherzo ha riservato il destino a Mario Draghi. Aveva lasciato il Tesoro nel 2001 rivendicando il successo delle privatizzazioni che, spiegò in una intervista a Ferruccio de Bortoli, avrebbero rivoluzionato la cultura economica del Paese. E torna al governo vent'anni dopo giusto in tempo per ricomprare dai privati l'ultima cosa che gli aveva venduto prima di andarsene: Autostrade. Raccontata così ha tutto il sapore di una beffa, tanto più che formalizzare il riacquisto dalla famiglia Benetton toccherà a Dario Scannapieco. Ovvero l'uomo, allora giovane dirigente del Tesoro, che con Draghi gestiva le privatizzazioni. Va detto che in tale frangente il nuovo amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti è come il notaio che deve solo firmare un atto già stipulato dal suo predecessore. E poi non possiamo sapere come sarebbero andate le cose se Draghi non fosse arrivato a palazzo Chigi quando i giochi gi…
ROMA - Davvero un bello scherzo ha riservato il destino a Mario Draghi. Aveva lasciato il Tesoro nel 2001 rivendicando il successo delle privatizzazioni che, spiegò in una intervista a Ferruccio de Bortoli, avrebbero rivoluzionato la cultura economica del Paese. E torna al governo vent'anni dopo giusto in tempo per ricomprare dai privati l'ultima cosa che gli aveva venduto prima di andarsene: Autostrade. Raccontata così ha tutto il sapore di una beffa, tanto più che formalizzare il riacquisto dalla famiglia Benetton toccherà a Dario Scannapieco. Ovvero l'uomo, allora giovane dirigente del Tesoro, che con Draghi gestiva le privatizzazioni. Va detto che in tale frangente il nuovo amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti è come il notaio che deve solo firmare un atto già stipulato dal suo predecessore. E poi non possiamo sapere come sarebbero andate le cose se Draghi non fosse arrivato a palazzo Chigi quando i giochi già erano fatti.
Fa comunque impressione vedere quello che accade oggi con gli occhi di chi ha vissuto l'epoca in cui le privatizzazioni sembravano destinate a cambiare per sempre il corso di un Paese dove il 70 per cento dell'economia era in mano pubblica.
Lo stato aveva le banche, le industrie pesanti, l'energia, la chimica, le automobili, i servizi, perfino i gelati e i pomodori. Di conseguenza, tutto ciò era nelle mani dei partiti. E i risultati erano sotto gli occhi di tutti: basta dire che una compagnia petrolifera come l'Eni riusciva a chiudere i bilanci in perdita. Poi un giorno cadde il muro di Berlino e tutto cambiò. Quindi scoppiò Tangentopoli e tutto cambiò ancora di più. Inevitabilmente passò l'idea sacrosanta che dopo la fine dei blocchi l'economia si dovesse liberare anche del fardello dei partiti e delle lottizzazioni. In più era già partita la corsa alla moneta unica e tutti erano d'accordo sul fatto che l'Italia non avrebbe potuto perdere l'occasione. Ma bisognava rientrare nei parametri già fissati con gli accordi di Maastricht, ed eravamo lontani. Ridurre il deficit pubblico dal 12 al 3 per cento era faticoso ma possibile; portare al 60 per cento del pil un debito pubblico che nel 1992, all'epoca di quegli accordi, veleggiava intorno al 101,6 per cento, era invece impossibile. A meno di non lanciare la più grande offensiva di privatizzazione che un Paese occidentale avesse mai conosciuto. E così accadde.
In otto anni, dal 1992 al 2000, si vendettero le banche, le assicurazioni, molte industrie e le società di servizi, dai telefoni alle autostrade. Le holding pubbliche, dall'Enel all'Eni alla Finmeccanica, furono quotate in borsa. Nel 1998 Draghi annunciò che le privatizzazioni avevano ridotto il debito pubblico di 61 mila miliardi di lire. Che salirono a 163 mila nel 2000. Tutti festeggiavano. Compreso anche qualcuno proprio in quei partiti che le privatizzazioni avrebbero dovuto mettere all'angolo. La vendita delle Autostrade alla famiglia Benetton, conclusa in un modo piuttosto singolare, considerando che si trattava di cedere un monopolio naturale di fatto a un singolo gruppo privato e senza che esistesse un'autorità indipendente di controllo e regolazione, non emanava un odore molto diverso da quello della scalata a Telecom Italia, che avveniva negli stessi mesi. E che il premier ex comunista Massimo D'Alema salutava come la battaglia di capitani coraggiosi che lottavano per far vincere il mercato. C'era nella sinistra allora al governo chi forse immaginava la nascita, grazie alle privatizzazioni, di un blocco di potere economico e finanziario non ostile a chi finalmente si era liberato del tabù della lotta di classe. Così robusto da rappresentare il contraltare a quello che allora era considerato il salotto buono dell'economia, con Mediobanca a distribuire le carte.
Un disegno, se mai esistito, poi fallito per una serie di eventi forse imprevedibili: i passaggi di mano di Telecom, il fallimento di certe scalate bancarie, il crollo del Monte dei paschi di Siena...
Per quanto sia difficile da credere, anche le privatizzazioni hanno avuto le loro stagioni politiche. E' un fatto, per esempio, che paradossalmente abbiano privatizzato più i governi di centrosinistra che di centrodestra. Dei governi di Berlusconi si ricordano soprattutto le disastrose svendite di beni immobiliari pubblici, più che le cessioni di attività economiche. A dimostrazione del fatto che non sempre l'interesse collettivo è stato perseguito come invece doveva essere. In vent'anni abbiamo assistito a tante privatizzazioni sbagliate o fallite: gli immobili pubblici, la siderurgia, le Autostrade, e forse anche Telecom Italia. Come pure a privatizzazioni solo formali: è il caso di Enel, Eni, Poste o Finmeccanica, che sono rimaste saldamente in mano pubblica. Ma ci sono state, è vero, anche privatizzazioni autentiche: pensiamo a molte banche, all'Ente tabacchi, all'Istituto nazionale delle assicurazioni, al Nuovo Pignone (la prima azienda pubblica venduta). Anche se queste sono state, tutto sommato, una minoranza.
Nel 2014 si calcolò che dal 1992 le privatizzazioni avessero garantito un introito di 127 miliardi di euro. Cifra enorme, che tuttavia non faceva altro che certificare un fallimento. Perché nel frattempo il debito pubblico, che le cessioni dei beni statali avrebbero dovuto ridurre drasticamente, era aumentato dal 101,6 al 131,8 per cento del Pil, con una crescita di ben 879 miliardi. E scendendo soltanto in un anno, il 2007, al di sotto del 100 per cento. Esattamente, al 99,8.
C'era il governo di Matteo Renzi e il riflusso era già in atto. Ovunque. Mentre lo stato vendeva, sotto traccia i Comuni, le Province e le Regioni creavano nuove società pubbliche a centinaia. Incuranti del fatto che stavano venendo al pettine alcuni nodi mica tanto da ridere, del modo in cui erano state fatte certe privatizzazioni. L'Ilva era stata già commissariata e veniva alla luce una situazione sempre più allucinante: quella che ha portato alle pesantissime condanne per gli ex proprietari, i quali a prezzi di saldo avevano acquistato negli anni Novanta dallo stato la più grande (e inquinante) acciaieria d'Europa. Il salvataggio dell'Alitalia, sponsorizzato da Silvio Berlusconi con i suoi "patrioti", era fallito e la ex compagnia di bandiera stava passando agli arabi, per un futuro fallimento bis. E anche le società di costruzioni dell'ex Italstat, privatizzate ormai una ventina d'anni prima, cominciavano ad avere il fiato corto. Mentre il sovranismo avanzava a passi giganti. Con il sovranismo, ecco la riscossa dello statalismo, che anche a sinistra aveva sostenitori mai rassegnati a vedersi affermare l'economia di mercato. Costoro hanno così potuto assistere compiacenti alla sua consacrazione, avvenuta con il governo di Matteo Salvini e Luigi Di Maio guidato da Giuseppe Conte sia pure in circostanze assolutamente grottesche. Perché la maggioranza politica che proclamava il ritorno dello stato in forze nell'economia otteneva il via libera di Bruxelles alla manovra di bilancio del 2018 soltanto promettendo privatizzazioni per 18 miliardi in un anno. Inutile dire che non avrebbero incassato neppure un euro, costringendo anzi i contribuenti a tirare fuori un sacco di soldi per mantenere in vita imprese private decotte come l'Alitalia.
Quasi senza che il Paese se ne rendesse conto, la Cassa depositi e prestiti è diventata una specie di nuova Iri. Nella sua pancia Eni, Fincantieri, Snam, Poste, Terna, Italgas, Saipem... E poi Fintecna, la Treccani, la banca del Credito sportivo, Europrogetti & Finanza, i fondi d'investimento... C'è perfino Telecom Italia, di cui lo Stato italiano che l'aveva privatizzata è tornato a essere azionista con circa il 10 per cento dopo i francesi di Vivendi: ora c'è chi punta a metterla insieme alla società statale Open Fiber controllata dalla stessa Cassa e dall'Enel per realizzare la rete unica nazionale. Come ai vecchi tempi, insomma. Anche se in una forma un po' diversa. Senza dire del ritorno statale nel settore edile. Dopo aver rilevato il 25 per cento di Trevi, la Cassa ha comprato il 18 per cento di Webuild, il più grande costruttore italiano, facendo rivivere il mito mai dimenticato della vecchia Italstat. E ora, con Autostrade, si rivedono i tempi gloriosi di Ettore Bernabei. Quei tempi che Scannapieco deve aver vissuto quando era ancora al liceo.
Però non finisce qua. L'Ilva è destinata a finire a Invitalia, che ha già acquisto il Mediocredito centrale e la Banca popolare di Bari. Mentre Ita (originale, no?) si appresta a far rientrare completamente nell'orbita statale la vecchia Alitalia, che ha già due amministrazioni straordinarie alle spalle, in dimensioni ora microscopiche e inconcepibili per una compagnia di bandiera. Mettendo sul piatto per questa folle operazione ben tre miliardi. Da non crederci.
Spiace dirlo, ma non imparano mai la lezione. E questo è il segnale più sconcertante.